31 marzo 2014

#VIAGGI: VARANASI - L'ARRIVO AL GANGE

Continua da: VARANASI DEEP IMPACT

Man mano che mi avvicino al fiume sento montare un'emozione fortissima come se già qualcosa scorresse dentro di me, come protuberanza di quello strato di polvere che calpesto e che respiro da qualche ora ininterrottamente, come propaggine irrisolta dell'aria densa di fumi e pulviscoli, come un'architettura sottile fatta di pensieri talmente labili da non potersi aggrappare a niente, come se non fosse possibile altrimenti. Al cospetto della Madre Ganga, infatti, bisogna arrivarci senza pensare a niente. 






























E così è stato. Passo dopo passo, accelerando solo nel pressing forzato dei risciò e delle motociclette che ti sfrecciano continuamente alle spalle, attenta a schivare mucche impiantate come isole pedonali in mezzo a qualsiasi strada e a non calpestare cani addormentati e immobili come fossero privi di vita, attenta a respirare dal naso per non ingurgitarne in gola troppa di quella polvere rasente il cielo
Il camminare diventa quasi meditazione obbligatoria, esercizio costante all'attenzione: dove metti i piedi, dove ciondoli le mani, dove tieni lo zaino, dove posi lo sguardo, dove emetti il suono del saluto se qualcuno te lo rivolge, dove muti lo stordimento in sorriso, dove preghi se la mente ha un sobbalzo quando una motocicletta si prende più spazio del dovuto per la sua folle corsa sbriciolando quel che resta di un marciapiede tra i cumuli di rifiuti come stupa biodegradabili di fronte ai quali però chiunque passa scappa, invece di sgranare rosari.
Man mano che l'avanzata lascia scorgere la prima linea sottile dove l'azzurro del cielo incontra una lingua di sabbia e in lontananza posso riconoscere il manto dell'acqua scolpito come un mandala attorniato di sole, la commozione m'implode senza riserve lasciando attonita ogni pretesa di comprendere. Perchè certi cammini lasciano così poco spazio tra te e l'infinito.
Varcando il limite che conduce all'ingresso dell'Assi Ghat, il ghat che si trova esattamente sulla confluenza tra il Gange e l'Assi, l'ultimo a Sud della città, divento compartecipe del grande mistero, il fiume sacro che impone la sua reverenza all'India come una apoteosi senza scampo e divampa su di me una sollecitudine che mi toglie il fiato, l'irrefrenabile voglia di scendere gli scalini e toccare con mani e piedi quell'acqua, quel fluido sentimento, quel liquido amniotico che partorisce il sacro e che se ne riprende l'essenza, quell'umore dell'India che annega lacrime e sofferenza ansimando nel vuoto dell'esistenza, quell'ultimo rifugio per chi muore e spera di non dover ricominciare da capo su questa terra, quell'estasi convulsa che ti preme le meningi mentre il cuore batte all'inchino del Namaste.


Nell'aria ci sono suoni di tamburi, c'è il pulsare indomito del giorno prima della festa, i colori dell'Holi iniziano a sedimentarsi nelle pieghe dei respiri, dei vestiti e nelle rughe della pelle, tra le ciglia scure sbriciolate da uno sguardo troppo ardito davanti al sole che batte sulle acque del fiume restituendo alla terra qualcosa di incommensurabile. Il brusio è un sottofondo costante ma nel mio appropinquarmi alle sponde del Gange non posso che essere sola, sentirmi prezioso minuscolo brandello di meraviglia, lasciando da parte sentimenti e sentimentalismi, reduce solo da 14 ore di stremante viaggio, raduno le energie mentali per lasciare l'impronta digitale dell'anima mentre sfioro con le dita delle mani le acque che lambiscono i primi gradini del ghat, in un inchino volontario a spezzare la linea retta del mio corpo, lasciando i piedi a mollo a prendere dimestichezza con quel grembo maturo e malleabile così gravido di responsabilità.
Ringrazio per questo momento così irripetibile e ignaro, come lo sono tutte le prime volte.

Le barche ciondolano sull'acqua a cospetto della riva che inizia a popolarsi a dismisura, un giornalista della stampa locale con macchina fotografica al collo si precipita nella mia direzione esagitandosi nel volermi far sapere - come se ce ne fosse bisogno e come fosse lo scoop del secolo - che "It's Ganga, sacred river of India" ... ma il bisogno c'era per lui, perchè - sono sicura - voleva carpire da me l'espressione da turista occidentale immischiato per puro caso nelle sacralità indigene, focus esotico da immortalare per il suo servizio. Questa prima foto l'ho scampata, ma io e il mio gruppo siamo stati presi di mira e in men che non si dica ci ritroviamo attorno tutta la stampa locale in preda a una sorta di delirio da Happy Holi! tale da farci posare per un numero inimagginabile di foto sempre con le teste ravvicinate, il sorriso sgargiante e le mani aperte a mostrare i colori della festa che, nel frattempo, si erano inevitabilmente impossessati di noi.






























Giallo, verde, rosso, fucsia, il viso inizia a deformarsi con le tinture della festa di Holi, polveri nella polvere, colori che schizzano, sporcano vestiti e levigano ferite, suscitano ilarità e ammettono trasgressione nel giorno che celebra la vittoria della luce sul buio, della stagione calda che inizia e riscatta dalle corte giornate invernali. Il giorno dove tutto è possibile, anche strafare, d'obbligo sporcarsi, stare agli scherzi e alle provocazioni, lasciarsi andare al motto di Buran na mano, Holi hai! / Non importa, è Holi!









Attorno a noi si forma un gruppo di spettatori, dal  momento che siamo tirati dentro a balli, canti e lanci di colori proprio lì, a un passo dal Gange dove a poca distanza dal nostro frastuono, siedono uomini immobili scossi da niente, placidamente intenti a contemplare il fiume, vecchi avvolti in succinte comode vesti, quel poco che serve per stemperare nudità che qui non hanno proprio nulla di osceno. Sembrano statue di argilla destinate all'oblio, alla venerazione del vento o alla curiosità dei passanti.
C'è caos e silenzio senza soluzione di continuità, tanti sipari invisibili regolano le attitudini di milioni di persone che gravitano su questi 58 chilometri di terra contesi tra demoni e dei. Ci si può fermare in qualunque punto nella sfilata dei ghat che degradano sul fiume, e ci si può sentire immensamente soli e al centro del mondo, pervasi dal calpestio costante del via vai che procede in verticale e in orizzontale, lungo il fiume e dentro il fiume, quasi a disegnare una invisibile croce, la spina dorsale di Varanasi: una croce brulicante di corpi che transitano dall'alto verso il basso e da destra verso sinistra e viceversa, in un'incessante fluire che lascia uno strascico sovrannaturale persino nella più estenuante asfissia della sopravvivenza. 
E sul mio taccuino, al centro di una pagina vuota, campeggia la sintesi della mia giornata:

                          "Sono un grido di silenzio tra la pause del mondo"


Ringrazio per questa foto la mia cara compagna di viaggio Paola Locati
Continua: VARANASI, LUNA PIENA E GANGA AARTI

Altri viaggi:
DONNE CHE DIVENTANO DEE: MAGIE DAL TIBET INDIANO
ISTANBUL: ALLA RICERCA DELLA TRISTEZZA PERDUTA


27 marzo 2014

#VIAGGI: VARANASI DEEP IMPACT

Foto ©CECILIA MARTINO
Mi sento a casa e all'inferno allo stesso tempo, la bellezza sembra nascondersi ad ogni passo la corsa a finestrini aperti con il vento caldo nei capelli insieme alla polvere e al puzzo di sterco bruciato nelle narici tra le sonate di clacson e i zig zag deliranti in auto. Tutto si relativizza anche la mia voglia di vivere, sento che non mi interessa avere nulla di definitivo ma posso godere dell’impermanenza delle cose materiali, casa, corpo fisico ... Il primo stralcio di Gange sembra un grido nel lastricato della disperazione, un grido silente, cheto che si prostra all'arrancare della prima sera prima della festa, c'è aria di preparativi con la pira fatta di legna e gomme di bicicletta da ardere davanti alle statue delle divinità. La luna quasi piena sconfina la sua immacolata presenza nello specchio torbido delle acque sacre dove si prega e piscia nello stesso istante, dove si mormora la pace dell'immortalità eterna nella miserevole sussistenza che ti invita a cercarlo ad ogni piè sospinto il vero volto della dignità umana mentre un sadhu lascia scorrere un giorno uguale all'altro - lo vedi da come tutto sparisce se guardi in profondità nei suoi occhi - e qualcun altro si tuffa tra le acque melmose quasi a volerla intonare meglio senza vestiti l'incontrovertibile nenia dell'essere vivi e insieme morti qui a Varanasi... 

Foto ©CECILIA MARTINO
 Lungo il fiume che scorre ma sembra fermo, in questa prima sera che presta al mio sguardo le lenti tremolanti dell'attesa, con gli occhi costernati dal cumulo di bellezza che può esplodere tra l'immondizia e lo scempio dei vicoli polverosi e sporchi, mentre la densità dell'aria incorpora i pensieri smaterializzandoli prima ancora che possano farsi giudizio o lamentela, perchè il silenzio della mente trova quasi conforto nell'urlo straziante del caos di Varanasi. Avverto un primo stato di grazia, un essermi data all'irragionevole pienezza del mondo dove convivono gli opposti, e l'anima incrostata di melma fino all'inverosimile si diletta tra  i colori formidabili di una giornata di festa e di un giorno qualsiasi. Un qualsiasi giorno tra i ghat di Varanasi ha l'incredibile assenza di un giorno speciale.... 

Questi sono stati i miei primi versi scritti all’arrivo a Varanasi, il 15 marzo. Ho scelto di riportarli esattamente così come li leggo sul mio taccuino di viaggio, senza migliorie di punteggiatura, proprio come li ha concepiti il flusso di coscienza del momento, perché l’impatto con questo luogo non è cosa da punteggiatura. Zero rifiniture, perché in certi casi la forma vanifica la sostanza. E Varanasi è uno di questi casi.

Continua: VARANASI - L'ARRIVO AL GANGE

Foto ©CECILIA MARTINO

"Eccola, l'India che m'appare non come un fregio ma come uno spirito"
(parafrasando Edward Forster, Passaggio in India)


13 marzo 2014

PAROLE MAGICHE: ABBANDONO

Mettiamo dentro di noi la vibrazione dell’Abbandono.
Abbandoniamoci alla Vita, al suo fluire.
Nell’Abbandono ci sia la Consapevolezza che ogni momento che viviamo ci porta ad uno stato evolutivo più consapevole.
Abbandoniamoci con una certezza: nell’abbandono alla Vita non ci può essere danno.
Rilasciamo i nostri pensieri, lasciamoli andar via, accompagniamoli fuori dalla nostra Mente, salutiamoli senza rinnegarli, semplicemente non coltivandoli.
I pensieri sono nostri?
Siamo così sicuri che tutti i pensieri siano frutto della nostra Mente?
Non potrebbero essere pensieri indotti dall’esterno e solo elaborati dalla nostra Mente?
È una differenza di non poco conto.
Se il pensiero è mio, scaturisce da me, allora è una mia necessità affrontare quel tema.
Se invece il pensiero è indotto dall’esterno, è il frutto di una manipolazione di altri, della società, dell’informazione e io mi presto  ad elaborarlo, a farmi coinvolgere, sono così sicuro che sia per me vantaggioso?
Questa è un’analisi che deve essere fatta.
Il pensiero che non è espressione di un’esigenza personale, ma è indotto da altri, porta con sé una carica negativa: porta solo a disperdere l’Energia, perché non è mio interesse approfondire quella tematica.
Ascoltiamoci sempre con attenzione, analizziamo costantemente il tipo di pensieri che ci attraversano e rifiutiamo con forza tutti quei pensieri che non ci portano da nessuna parte.
Dibattere temi che non possono essere gestiti né risolti da noi, dibattendoli per il solo gusto di dibatterli, porta l’Energia ad avere un calo di potenza, un calo energetico dovuto al fatto che l’Energia si ritira.
Il pensiero che è invece espressione di una nostra volontà è un pensiero che arricchisce l’Energia.
Questi sono tempi impegnativi, per certi versi pesanti, perché le sollecitazioni sono molteplici, forti, pressanti, ma soprattutto confuse.
Le informazioni che vi arrivano in questo momento hanno l’impronta della confusione.
Non parlo solo di informazioni pratiche o di fatti di cronaca, di resoconti di quello che accade, ma proprio di informazioni a livello energetico.
In questo momento c’è un gran ribollire di idee, di manifestazioni, di suggerimenti e indirizzi improntati alla confusione.
Come fare per non perdersi?
Accettando di prendere in considerazione solo i pensieri che sentiamo in sintonia con noi stessi.
Non giudichiamo giusto o sbagliato un pensiero in sé, ma solo in base alla sensibilità che ci avvicina a quel pensiero: è affine alla nostra sensibilità? In tal caso è un nostro pensiero.
Se lo sentiamo estraneo allontaniamolo senza giudicarlo: non fa per noi.
Cerchiamo di stare ai margini di questa confusione, cerchiamo di non entrare nel pollaio dove tutti cantano: non ne esce un canto armonioso ma uno stridio.
Stiamo ai margini e osserviamo.
Nello stare ai margini c’è già una protezione perché non siamo in campo, non ci lasciamo calpestare, coinvolgere, non ci uniamo ad un coro disarmonico.
Non dobbiamo intendere questo stare ai margini come poca partecipazione alla Vita e alla Società, ma come un momento di protezione per noi stessi, per il percorso che abbiamo fatto, per la Consapevolezza che ci anima, per il proponimento - che deve essere sempre presente in noi - di andare verso l’Evoluzione, verso l’Armonia.
In questo momento sono moltissimi quelli che stanno agli angoli, quelli che stanno ai margini, che non vogliono essere coinvolti.
Ripeto: non vanno giudicati in modo negativo.
Sono semplicemente esseri che si stanno proteggendo.
Questo meccanismo va applicato a qualunque evento che la Vita porge: quando non ne capite i contorni, quando non vi è chiaro lo scopo dell’evento, quando tutti gli elementi non sono ancora chiari ritiratevi ai margini, date tempo alla Vita di sciogliere, di dipanare la confusione e di porgervi l’evento in modo chiaro, costruttivo, risolutivo.
Come si fa a vivere ai margini quando tutto attorno sembra spingerci a prendere qualche decisione?
Con Umiltà, pensando che come parte del Tutto abbiamo diritto alla soluzione, come parte del Tutto SIAMO la soluzione; se non la troviamo è perché non abbiamo ancora dato tempo alla Vita di elaborare tutti gli elementi per porgerci la soluzione.
L’evento complicato, nebuloso, confuso ha lo scopo di farci conoscere meglio noi stessi.
Tutto quello che è insito nell’evento ci serve per farci emettere delle vibrazioni.
Solo quando vengono emesse tutte e nel modo giusto la soluzione appare.
La soluzione c’è, c’è già, è già insita nell’evento stesso.
Nell’evento c’è la soluzione e la complicazione.
Noi, rimanendo ai margini, aspettiamo che sia la Vita a porgerci la soluzione e quindi evitiamo la complicazione.
La Vita risponde sempre quando noi chiediamo aiuto, quando noi con Umiltà ci abbandoniamo.
La Vita è silente quando non la riconosciamo, quando vogliamo fare, fare, fare e complichiamo le cose.
Abbandonarci alla Vita è un punto di arrivo.
Abbandonarsi alla Vita vuol dire diventare mezzi per essere usati dall’Evoluzione.
Abbandonarsi alla Vita è il vero scopo del nostro vivere sulla Terra.

Solo allora possiamo lasciare i margini e buttarci nella mischia, perché a quel punto avremo una protezione che nessuno potrà scalfire, ed anche in mezzo ad un pollaio riusciremo ad emettere un canto, un suono diverso, che sarà il nostro.
Non ci lasceremo confondere, non avremo paura della mischia, degli altri, degli eventi, perché saremo alleati della Vita.
Abbandoniamoci con fiducia, con Consapevolezza, con la certezza che solo questo ci chiede la Vita e altrettanta certezza nel pensare che la Vita ci ricompenserà grandiosamente.

Post estratto da: www.carlaparola.org

Sempre di Carla Parola, sullo stesso tema, consiglio la lettura anche dei seguenti post

Abbandonarsi a se stessi

Abbandono


"Non dite: Ho diritto, mi manca, richiedo, esigo, ho bisogno della tal cosa, perchè non mi viene concessa?; ci si deve invece dare, abbandonare, si deve ricevere con gioia tutto quello quello che ci viene dal Divino, senza affliggersi nè ribellarsi. E’ l’atteggiamento migliore. Allora riceverete cio di cui avete veramente bisogno". 
(Sri Aurobindo)