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23 marzo 2022

Test per il controllo delle qualità Yoga



Chiunque intraprenda una ricerca autentica e integrale sulla Via dello Yoga, non tarderà a sentire che tale cammino è molto più che una routine (benché benefica) salutistica a cui delegare possibilità di vigore corporeo, fisico e mentale non indifferenti.
La dimensione spirituale, intimamente etica e connessa a tutta la realtà in cui siamo immersi e incarnati tramite il veicolo del corpo fisico, è l'essenza dello Yoga, una visione integrata, unificata e unificante, spontaneamente poetica, dove tutte le componenti dell'esistenza (sofferenza inclusa) vengono in primo luogo conosciute e riconosciute, comprese nell'indagine di una coscienza risvegliata, accolte e viste per quello che sono affinché si possa continuare a vivere funzionalmente nel mondo, con tutto ciò che questo comporta, senza esserne sopraffatti e senza evadere. Essendo persino felici, appagati e realizzati!
Uno yogi non fugge dalla realtà, bensì vede oltre l'illusione della distorsione di base (il "peccato originale") con cui solitamente si guarda il mondo e le situazioni della vita (ne siamo tutti affetti, è la "malattia" della mente egoica, separativa, bisognosa e condizionata in quantità variabili a seconda di vari fattori, non ultime le tendenze ereditarie).
Caduto il velo di Maya (fuor di metafora,  una interpretazione ingannevole e fuorviante della realtà, in sanscrito Avidya = ignoranza, non conoscenza, opposta a Vidya la conoscenza liberatrice) 
è possibile avere uno sguardo molto compassionevole su ciò che è il nostro cammino su questo pianeta, riscoprirne il senso senza delegarlo a concetti trascendentali astratti e fantasiosi bensì vivendolo pienamente nella vita quotidiana, nei suoi dilemmi, nelle sue contraddizioni, e in tutto ciò che a vari livelli provoca disagio. 
A questo fondamentalmente tende la Sadhana yogica e per questa sua aderenza al complesso armonioso della vita individuale e cosmica è un Patrimonio Mondiale dell'Umanità dichiarato dall'Unesco. Non certo per la perfezione con cui si esegue o meno una posizione fisica! Vale sempre la pena ricordarlo.


Tutti i più grandi maestri dello yoga, e i ricercatori spirituali fuori da ogni definizione (penso a Jiddu Krishnamurti, Thich Nhat Hanh, Sri Aurobindo per esempio)  sono stati uomini intimamente connessi alla realtà del periodo storico che stavano vivendo, spesso coinvolti in prima persona in guerre, carcerazioni e altre movimentate vicende … a testimonianza del fatto che, a un certo livello di maturità e perfezionamento della chiara visione (che è già perfetta così com'è!) i confini tra ciò che è giusto, sbagliato, contaminato o da evitare e ciò che è spirituale, aulico, armonioso e da perseguire, si assottigliano sino a scomparire del tutto.
A un certo punto, cioè, rimane la vita. C'è quello che c'è, momento dopo momento, e tutto quello che ciascuno di noi è chiamato a vivere è l'unica cosa che gli serve, il proprio terreno su cui far sedimentare o coltivare le proprie attitudini. " La benedizione è dove sei", recita il titolo di un libro di Krishnamurti che riporta i suoi ultimi discorsi tenuti a Bombay nel 1985.  “Se vi date con il cuore, la mente e il cervello, c’è qualcosa che va al di là di tutti i tempi: la benedizione. Ma non nei templi, nelle chiese o nelle moschee. Quella benedizione è lì dove siete”.



Il mio primo maestro, colui che mi ha iniziato allo yoga, Giorgio Furlan dell'Accademia Yoga 1969 di Roma, soleva ammonire sempre, specie nei dialoghi informali, circa l'importanza del "lavoro" fatto nel e sul campo quotidiano delle proprie vicissitudini personali (crisi emotive, problemi relazionali, familiari, lavorativi) … In tal senso, ha un grande valore di ricognizione (non di giudizio nè di esame di coscienza con toni moralistici ma proprio di ricognizione, riconoscimento in azione) 
un "Test" che si trova nel suo libro Lo Yoga dei Grandi Maestri - Armonia, Potenza, Saggezza, nel quale si viene invitati a riflettere mensilmente su alcune domande, tra le quali, per esempio:

 "Medito spesso sulla vita e sui suoi valori che sono transitori?"
L'impermanenza può suscitare reazioni molto differenti e diametralmente opposte: paura, fretta di ottenere qualcosa, di accumulare, frenesia, godimento eccessivo dei beni materiali oppure leggerezza, semplicità, recupero di valori essenziali non materialistici, quiete e serenità di fondo …

"Sorveglio le mie parole in modo da non incorrere in frasi dispersive e offensive?"
La consapevolezza di come utilizziamo il linguaggio è incredibilmente potente. Ogni parola emette un suono ancorché un significato codificato, una energia e una vibrazione specifiche. Si può inquinare l'aria che respiriamo anche con ciò che diciamo, non solo con il fumo di sigarette e tubi di scappamento… Tornare ad un ascolto profondo, per esempio, alla mite accoglienza della parola poetica che tutti i più grandi yogi e mistici hanno sempre incarnato, è un dono che ci è sempre concesso.

IN QUESTA FOTO TUTTE LE DOMANDE DEL TEST

Concludo proprio con le parole di Giorgio Furlan, tratte dal libro sopracitato.

"... Non ci rimane che sottolineare ancora una volta il concetto che tutto ciò che è dentro e fuori di noi è solo illusione creata dal corpo mentale non ancora perfezionato. L'unica cosa reale e valida è costituita dalla parte più alta, "l'Atman Cosmico", e il modo per realizzarlo deve essere perseguito dal sincero ricercatore con fiducia e costanza senza negare, ma utilizzando questo aspetto illusorio: la mente. Tale aspetto tende invece a far cadere nell'ignoranza e quindi nella sofferenza colui che ancora non ha percepito l'Essenza del Reale. Prendiamo dunque coscienza della Realtà. Superiamo la barriera distruttiva dell'ignoranza. Allontaniamo da noi la sofferenza e il male, squarciando il velo dell'ignoranza che ci separa dalla Luce. Questo è il sincero augurio di un rapido cammino sulla via evolutiva che diamo a colui che si cimenta, con l'aiuto dello Yoga, nelle prove che il destino gli porrà dinanzi. Diamo al praticante l'augurio che egli possa ottenere armonia, autocontrollo, energia, serenità, saggezza, pace interiore" (Giorgio Furlan) 



29 gennaio 2020

Poesia, quel passatempo divino dal potere illuminante | Sri Aurobindo


Come la "delizia poetica" può cambiare la vita: le parole del grande filosofo indiano e poeta Sri Aurobindo, padre dello Yoga Integrale

La visione è il potere caratteristico del poeta, come il pensiero discriminante è il dono essenziale del filosofo e l'osservazione analitica il genio naturale dello scienziato. Il Kavi era, nell'idea degli antichi, il veggente ed il rivelatore della Verità e, anche se noi ci siamo allontanati da quell'ideale per chiedergli soltanto il piacere dell'udito e dell'apprezzamento della facoltà estetica, tuttavia, tutta la grande poesia preserva qualcosa di quella più alta verità, rispetto al suo scopo e al suo significato. La poesia, infatti, essendo Arte, deve tentare di farci "vedere" e poiché si deve rivolgere ai sensi interiori - dal momento che l'orecchio è il suo solo cancello d'ingresso fisico, ed anche lì il suo vero richiamo è rivolto ad un udito interiore - e poiché il suo intento è di farci vivere interiormente ciò che il poeta ha incarnato, nelle sue rime, è una visione intima che il poeta apre in noi, che prima è stata molto intensa in lui, per poterla risvegliare anche in noi. Quindi i più grandi poeti sono sempre stati quelli che hanno avuto una visione interpretativa ed intuitiva vasta e potente della Natura, della vita e dell'uomo, per cui la loro poesia è emersa in una suprema espressione rivelatrice.



La Poesia è fatta per risvegliare la vita che sonnecchia nella gente, e non per monopolizzare un potere immaginario




Quindi i più grandi poeti sono sempre stati quelli che hanno avuto una visione interpretativa ed intuitiva vasta e potente della Natura, della vita e dell'uomo, per cui la loro poesia è emersa in una suprema espressione rivelatrice.



[…]

Né l'intelligenza, né l'immaginazione, né tantomeno l'udito sono i veri ricettacoli della delizia poetica, proprio perché non sono i suoi veri creatori; sono solo i suoi canali e strumenti; il vero creatore, il vero conoscitore, è l'anima. 
Quanto in modo più rapido e trasparente questi supporti eseguono il loro lavoro di trasmissione e meno insistono sulla loro richiesta separata di soddisfazione e più direttamente la parola raggiunge l'anima, immergendovisi profondamente, più la poesia è grande. 
Quindi la poesia non ha compiuto veramente il suo lavoro, almeno il più elevato, fintanto che non ha innalzato la percezione del suo strumento e l'ha condotto nella delizia più profonda dell'anima. 
Un Ananda divino, una delizia interpretativa, creativa, rivelatrice, formativa (si potrebbe dire un riflesso inverso della gioia che l'anima universale ha provato nella sua grande liberazione di energia che celebrò l'uscita, nelle forme ritmiche dell'universo, della verità spirituale, della vasta idea interpretativa, della vita, del potere, dell'emozione delle cose contenute nella sua originale visione creativa), una tale gioia spirituale è ciò che l'anima del poeta sente e che, quando oltrepassa le difficoltà umane del suo compito, riesce a "riversare" in tutti coloro che sono preparati a riceverla. E questa delizia non è solamente un passatempo divino; ma è un grande potere formativo ed illuminante.

(Tratto da Arte - II, Sri Aurobindo e Mère, Ashram Press, Pondicherry, India 1996)

Mère e Sri Aurobindo 


Mi permetto di estrapolare da questo testo fedelmente trascritto alcune parole-chiave, parole seme e parole radice, che a mia sensibilità risultano cruciali per riscoprire quella visione poetica che consente di vivere la vita in tutta la sua entusiasmante intensità, integralità e leggera profondità ... 

Continuo a dialogare con Aurobindo, interscambiando le sue considerazioni (messe tra virgolette) con qualcuna delle mie. 

emersione
E' l'atteggiamento ricettivo di chi lascia emergere (intuizioni estetiche così come soluzioni e accadimenti di vita) diversamente dall'atteggiamento volitivo di chi va incontro a qualcosa e tenta di afferrarla, controllarla, manipolarla... 

trasparenza
"Quando la sorgente di ispirazione è nel cuore o nello psichico, c'è, più facilmente una buona volontà nel canale vitale ed il flusso è spontaneo; l'ispirazione assume subito la propria forma ed esposizione vere ed è trasmessa senza alcuna interferenza o quasi da parte della mente cerebrale, grande saccheggiatrice degli splendori più alti e profondi. E' la caratteristica dell'ispirazione lirica quella di fluire dall'essere in un solo fiotto"

Nella mistica si suole dire "dove c'è io non c'è dio".



esecuzione - trascrizione
"Non ci sarebbe alcuna difficoltà se l'ispirazione giungesse sotto forma di pura trascrizione, senza alcuna interferenza. E' ciò che accade nei momenti più alti o liberi di un poeta quando scrive senza eliminare del tutto la mente umana esteriore, utilizzando tuttavia l'ispirazione come portavoce degli dei" 

Si legge in un bellissimo testo sul taoismo: "Le espressioni piene di anima del poeta fluiscono senza sforzo, proprio perché "piene d'anima". Tutto considerato non esiste alcuna forma poetica definita, poiché un poema che sorghi spontaneamente dalla Fonte si muove animato dalla sua stessa forza e non obbedisce a nessuna legge umana prestabilita. La sola legge è che non c'è alcuna legge". 

assenza di sforzo personale
Risuona con l'emersione: ciò che viene spontaneamente a galla non richiede alcuno sforzo e ottiene il massimo risultato con il minimo dispendio di energia. Immaginate un oggetto di gommapiuma messo sull'acqua; non fa alcuno sforzo a galleggiare e, per affondarlo, bisogna imprimergli una spinta di movimento verso il basso, altrettanto per trattenerlo giù; se si molla la presa su di esso, invece, lui emerge con leggiadria senza l'aggiunta di nessuna spinta supplementare. 
E' l'intuizione-chiave del grande insegnamento della Bhagavad-Gita: l'azione più idonea, funzionale ed efficace è quella che si compie senza attaccamento ai risultati, dunque, senza interferenze personalistiche. L'azione senza intenzione, nucleo del karma yoga.
Il problema del karma non esiste. Lasciatelo andare completamente!
Nel taoismo si indica con l'ideogramma Wu Wei il movimento-non movimento dell"azione senza azione", "azione senza sforzo", "azione naturale". 


delizia dell'anima gioia spirituale 
"Per il poeta, la luna della bellezza e della delizia è una divinità anche più grande del sole della verità o del respiro della vita, come nell'immagine simbolica del dio vedico lunare Soma, la cui pianta dell'ebbrezza si può raccogliere su picchi montani solitari al chiaro di luna, e il cui succo ed essenza purificati sono il vino consacrato ed il nettare della dolcezza, rasa, madhi, amrta, senza i quali gli stessi dei non potrebbero essere immortali. […] La bellezza e la delizia, qualsiasi forma in effetti prendano (qui possiamo parlare delle due cose come fossero una), possiedono una giovinezza che non invecchia, un momento eterno, una presenza immortale."



Il dio Chandra guida il carro lunare in una illustrazione indiana


riversare ed essere preparati alla ricezione
Per cogliere un frutto e deliziarsi con esso, bisogna prima di tutto accorgersi che esiste ed essere pronti ad (ac)coglierlo… Nella fruizione poetica si sviluppa un'attitudine preparatoria a … farsi cogliere di sorpresa, la qual cosa implica apertura e disponibilità, non controllo o sapienza intellettuale. "A me la poesia non piace perché non la capisco" è uno dei pregiudizi più eloquenti rispetto al modo di approcciare a ciò che non chiede di essere conosciuto ma accolto nel suo mistero imperscrutabile. Dalla poesia lasciamoci toccare, sfiorare, annusare, coccolare e non indottrinare. La poesia è un altro modo di leggere la vita e, per conseguenza, di viverla.

Il “puro segreto” del fico: come attualizzare la potente visione poetica di Rilke – Elegia VI 

rivelazione
"Una poesia intuitiva, rivelatrice, del genere che stiamo esaminando, esprimerebbe una suprema armonia di cinque poteri eterni: Verità, Bellezza, Delizia, Vita e Spirito. Questi sono in verità, i cinque più grandi fari ideali o, piuttosto, gli unici della poesia". 



"Ciò che la filosofia o altre meditazioni mentali rendono preciso o pieno per il nostro pensiero, la poesia può farlo divenire vivente per l'anima ed il cuore, attraverso il suo potere creativo …"


"Le parole che dici diventano la casa in cui vivi." (Proverbio Sufi)



Tornare ad essere poeti può cambiare la nostra vita, rendendoci più creativi, più integri, più comunicativi e più spontaneamente etici. 








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20 marzo 2019

Cediamo la strada agli alberi: abbiamo bisogno di contadini e di poeti


Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.
La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa.

(Cedi la strada agli alberi, Franco Arminio)



In un post di due anni fa, sollecitata dall'ennesima notizia di un incendio doloso, scrissi: 


Una vera rivoluzione spirituale non può che passare attraverso modificazioni concrete dell'esistenza - diceva il grande filosofo maestro dello Yoga Integrale Sri Aurobindo. Detto altrimenti, senza che lo spirito incarni davvero la materia – trasformandola in ogni suo aspetto più grossolano - nessuna “evoluzione spirituale” è realmente efficace. In una tale prospettiva, i disastri naturali rispecchiano nemmeno troppo velatamente una spinta evolutiva necessaria affinché si possa davvero aumentare la massa critica di una presa di coscienza che muti le sorti di ogni singolo individuo e della collettività. 
Al di là di qualsiasi giudizio di bene e male, giusto o sbagliato, esiste una forza propulsiva del tutto amorale e neutra - come lo è tutta l'energia che permea l'universo - che preme per dirigere l'attenzione su un disegno di più ampio respiro. 


Se non ci si riappropria di una dimensione universale dell'esistenza, ci sarà sempre qualcuno che si prende la briga di incendiare un bosco perché non percepisce quanto bosco c'è in lui, si sente separato da quel luogo, scisso dall'anima che lo anima, appunto, e che è la medesima che anima lui. Anima… il punto focale di tutto è la perdita del contatto con tale dimensione che non è un "altrove" o un credo religioso peggio ancora dogmatico, bensì una immanenza che troppo spesso sfugge alla visione, giunta al culmine, dell'Uomo materialista-consumista. Fortunatamente quando si giunge al culmine, di solito, si arriva a un punto di non ritorno dove le cose debbono per forza cambiare. 



A dispetto di molto tam tam disfattista e, nonostante le certo non rassicuranti notizie che negli ultimi tempi si propagano a macchia d'olio (dai disastri naturali a quelli umani - che poi sono strettamente collegati) e non senza certo piglio allarmista dei mass media avvezzi alla cultura del terrore, a dispetto di tutto ciò, dicevo, credo ci sia in atto una grande Trasformazione che molti individui hanno accolto e portano avanti in modi per lo più non eclatanti. Ma ci sono. Sempre Aurobindo parlava di una “speciazione”, un Uomo Nuovo pronto a ricongiungersi con l'Anima del mondo in ogni suo aspetto più infinitesimale e, di conseguenza, a cambiare le sorti del mondo. 


Il punto non è essere o meno d'accordo su quanto sto scrivendo io ora o su quanto disse il grande visionario Aurobindo allora, il punto è quanto amore siamo in grado di manifestare in questo preciso momento storico, quanto siamo in grado di lasciare da parte giudizi, prediche e punti di vista e a renderci capaci di incarnare Amore, fiducia, perseveranza, entusiasmo, forza di volontà e coraggio.

Avere paura e seminare pensieri di rabbia, odio, risentimento, sfiducia e rammarico non contribuisce certo a risanare le sorti del Pianeta. Il che non vuol dire buonismo a tutti i costi, anzi. Ma ricordiamoci che più gli esseri umani sono impauriti, più sono manipolabili e controllabili il che fa gioco solo al “Sistema”. Dunque, non c’è atto più rivoluzionario che coltivare un'attitudine davvero controcorrente in questo momento storico, fatta di sentimenti quali gioia, entusiasmo, fiducia, bellezza, armonia, creatività e uno che tutti li racchiude, l’Amore. 

L’amore rimane un'idea astratta solo fintantoché lo rileghiamo a un concetto mentale. Uscendo dai reami molto suscettibili della mente, si aprono voragini di possibilità talmente vaste da non poterle nemmeno anche solo immaginare. Per cui, se davvero vogliamo essere utili alla Terra, dovremmo amare fino allo sfinimento, concretamente qui e ora, senza rimandare e non in nome di falsi dei!

"L’uomo è la specie più folle: 
venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. 
Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo 
è quel Dio che sta venerando"

(Hubert Reeves) 



E oggi, aggiungo:


Quando parlo di "dimensione universale dell'esistenza" - che per me è sinonimo di visione poetica - non si vuole suggerire astratte seduzioni mistiche, ma qualcosa di molto concreto che agisce nella vita quotidiana. 
Qualcosa di etico ed estetico al tempo stesso, dove l'estetico richiama l'etimologia della parola che, come in "estasi", allude a un "andare fuori" … 
Fuori dove? Forse dal piccolo Io personalistico che non guarda al di là del proprio naso? 

Dimensione universale dell'esistenza può essere compreso anche da queste pagine di Thich Nhat Hanh dove l'interconnessione che ci anima viene ben espressa con la metafora dei cordoni ombelicali: 

"Un giorno, mentre camminavo, avvertii qualcosa di simile a un cordone ombelicale che mi connetteva con il sole e con il cielo. Compresi molto chiaramente che, se il sole non fosse esistito, sarei morto all'istante. Poi vidi un cordone ombelicale che mi legava al fiume. Improvvisamente seppi che, se non ci fosse stato neanche il fiume, avrei perso la vita, perché non avrei avuto l'acqua da bere. Vidi anche un cordone ombelicale che mi univa alla foresta: i suoi alberi producevano l'ossigeno che mi permetteva di respirare, senza la foresta sarei morto. Percepii anche un cordone ombelicale che mi collegava al contadino che coltiva le verdure, il grano e il riso che cucino per nutrirmi. Quando si pratica la meditazione si comincia a vedere cose che gli altri non vedono.  Anche se non ce ne accorgiamo, tutti questi cordoni ombelicali esistono e ci collegano a nostra madre, a nostro padre, al contadino nei campi, al sole, al fiume, alla foresta e così via. [...] Se dovessimo fare un disegno che ci ritrae con tutti questi cordoni ombelicali, scopriremmo che non sono solo cinque o dieci, ma forse centinaia o migliaia, e noi siamo collegati con ognuno di essi.

(Thich Nhat Hanh, dal libro: Paura Supera la Tempesta con la Saggezza)






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Lasciano la scia come stelle cadenti
gli aerei che al mio apparire in cielo
destano lo sguardo verso nuovi dirottamenti.
È un gemito di silenzio
l’andare sulla soglia di un nuovo viaggio
che mi svuota l’anima al passaggio della notte
quando l’aria rinfresca di bruma le nuvole snelle
dall’asfalto e dai palazzi con le luci delle case 
e i rumori di piatti e radio accese
tra le persiane semiaperte
il rumore del mondo
mitiga il tuono di questo infinito che accade
ogni volta che poso le ultime preghiere del giorno
nel fumo trasparente del firmamento
odor di tabacco rappreso che sa di mare
di deserto, di oriente e di saudade,
di meraviglia in tutte le lingue del creato
il ritornello di un cuento de nunca acabar.
E lascio tremare il vento caldo dell’estate
sui capelli sciolti e sul petto nudo
perché nessuno mi vede
e sono sposa all’universo che, puntuale,
getta un gomitolo di luce sul davanzale
di una nuova prima volta.

(Cecilia Martino "un cuento de nunca acabar", da "Il mestiere del dare")

©Foto CECILIA MARTINO


L'armonia è stata mia madre nella canzone degli alberi 
ed è tra i fiori che ho imparato ad amare.

(Friedrich Hölderlin)


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21 febbraio 2019

Mirra Alfassa La Mère compagna spirituale di Sri Aurobindo



Il 21 febbraio 1878 nasceva Mirra Alfassa, nota con il nome di Mère, mistica francese, seguace e compagna spirituale di Sri Aurobindo.

La profondità dello sguardo di questa donna non potrebbe essere descritta meglio che dalla sue stesse parole, i versi dall'Agenda di Mère dedicati all'Anima: 

"Quando guardiamo una persona cosciente dell'anima e che vive nell'anima, ci sembra di scendere, di scendere in profondità, giù in fondo all'essere, lontano lontano, lontanissimo dentro; mentre di solito, quando guardiamo qualcuno negli occhi (ci sono occhi in cui non si entra proprio, c'è come una porta che lo impedisce; ma insomma, ci sono occhi in cui è possibile entrare), una volta entrati incontriamo quasi subito una cosa che vibra, anzi che a volte brilla con tutto uno scintillio. Allora, sbagliando, diciamo: "Ah, ecco un'anima viva!" E invece non è così: tutto quello scintillio è il Vitale. Per scovare l'anima dobbiamo ritirarci dalla superficie, in profondità, e poi entrare dentro dentro, scendere e scendere in un pozzo profondissimo, silenzioso e immobile: lì allora incontriamo qualcosa di caldo, tranquillo, ricco di contenuto, assolutamente immobile e pieno, qualcosa di simile a una dolcezza - l'anima. Se insistiamo, e se siamo coscienti di noi, ecco una specie di pienezza, come una cosa completa che contiene profondità insondabili. E sentiamo che ad entrare lì dentro ci verrebbero svelati tanti segreti. E' come qualcosa di eterno, che si riflette su un'acqua calmissima, qualcosa dove non esistono più i limiti del tempo: ci sembra di essere sempre esistiti e di esistere per l'eternità."

(Mère - dall'Agenda di Mère)


Non ho conosciuto personalmente Mère, ma l'incontro che ebbi con lei e Sri Aurobindo, durante uno dei mie primi viaggi in India, fu qualcosa di irreversibile. Prendo spunto dalle pagine della tesina che scrissi per il mio esame da insegnante yoga, dedicata allo Yoga Integrale di Aurobindo, e che inizia con questa Premessa fondamentale. 

PREMESSA

Ho avuto la fortuna di “incontrare” Sri Aurobindo quasi 10 anni fa, anzi, esattamente 10 anni fa visto che l’occasione mi fu data da un viaggio in India svolto nel 2006 per lavoro. Vi partecipavo come giornalista e avrei dovuto fare un reportage per un magazine online dedicato ai viaggi e al turismo. Al tempo non avevo idea di che cosa fosse lo yoga, anzi… attraversavo una fase alquanto scettica della mia vita riguardo alle “cose spirituali”, ero nella piena fase materialistica del non credere a nulla se non alle fugaci esperienze sensoriali che, giorno dopo giorno, parevano dare una qualche parvenza di senso al mio passaggio su questa terra: non che me ne importasse granché, in quel momento, del senso. Cercavo piuttosto un modo per essere in pace, con me stessa e con il mondo, e di accaparrarmi qualche briciola di serenità, pur nel malumore che le delusioni ricevute (o quantomeno le incompletezze, le soggezioni e le incomprensioni) dalla mia educazione cattolica frequentemente m’insidiavano nel profondo.
Avevo 29 anni e i miei 30 li avrei festeggiati proprio durante quel viaggio, in India, a Delhi per la precisione, di ritorno dal Ladakh, quell'area geografica nota come piccolo Tibet indiano (ed, in effetti, la regione himalayana che poi è stata la tratta principale del mio itinerario, ha molto più a che vedere con il Tibet che non con l’India vera e propria). Era il 10 settembre del 2006. La tappa di scalo a Delhi, necessaria per il passaggio a Leh, la capitale del Ladakh, è stata prodiga di tesori – come tutte le cose che capitano quando sei “di passaggio”. Mi viene in mente la frase di John Lennon “La vita è ciò che accade mentre stai facendo altri progetti”.
Lo stop-over a Delhi, oltre a restituirmi l’emozione straordinaria della visita a quel miracolo in marmo che è il Taj Mahal – raggiunto dopo un inenarrabile viaggio in pullman fino ad Agra! –, mi ha portato per mano al cospetto di quello che sarebbe diventato, in seguito, una delle figure di riferimento nel mio percorso di yoga e di vita: il grande maestro, filosofo e poeta Sri Aurobindo. Sì perché una delle tappe della giornata nella capitale indiana, era un ashram dedicato a Sri Aurobindo dove ci saremmo fermati con il gruppo a fare alcune pratiche meditative [...]

Parte di questo pellegrinaggio nell'anima della terra che stavamo calpestando, erano meditazioni guidate, esercizi di yoga della tradizione tibetana facente capo ai nomi di yogin mistici quali Naropa, Tilopa, Milarepa, nonché il refrigerio devozionale della visita all’ashram di Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale, quel Purna Yoga, yoga cellulare o evolutivo che poi avrebbe continuato a ispirarmi senza fine e con sempre maggiore intensità, soprattutto nel nome del SURRENDER.

Dell’ingresso in quel luogo non ricordo molto per la verità, ma alcune immagini si sono profondamente radicate in una memoria più sottile, come ad esempio, la stella a sei punte con al centro il fiore di loto sopra un lago blu (simbolo dello Yoga Integrale) che spiccava all'ingresso dell’ashram e, soprattutto, la gigantografia ritraente Aurobindo in età non giovanile che dominava la parete dello shop center dove – non so per quale motivo – siamo passati subito. 

Il simbolo dello Yoga Integrale di Sri Aurobindo: un fiore di loto che si appoggia sulle acque blu di un lago, corrispondente al chakra del Cuore, il "grande trasformatore" Foto Cecilia Martino








Questa immagine del maestro è una delle poche foto sue (non amava farsi fotografare) e una delle più famose: lo scatto è del celebre fotografo Henri Cartier-Bresson. Accanto a lui, sempre in gigantografia, un ritratto di Mère e pure su di lei il mio sguardo ha in qualche modo vacillato, incuriosita anche da chi potesse essere quella donna dai tratti palesemente occidentali in relazione a un guru spirituale indiano.

Sri Aurobindo nel celebre scatto di Henri Cartier-Bresson






























Ricordo di non riuscire a staccare gli occhi da quelle foto, le scrutavo quasi morbosamente e qualcosa di imperscrutabile si rivolgeva a me, come risucchiandomi in uno stato di fascinazione misto a soggezione. Entrambi avevano qualcosa di austero e una ombrosa luce irradiava da quei volti maturi, una severità che sembrava non volesse concedere nessun tipo di sentimentalismo eppure un fondo di riposante complicità, come se qualcosa di infinitamente più vasto riempisse le pupille assorte di quei volti, qualcosa che oggi non tarderei a chiamare Grazia. La grazia del Surrender, la resa totale e definitiva al divino, quella Forza cosciente che si allieta semplicemente nella sua gioia di puro esistere: Sat Cit Ananda.


Quei volti mi sarebbero tornati spesso quali emblemi concreti della realizzazione della semplice ed essenziale verità vedantica del Sat Cit Ananda: l’esistenza (Sat) che gioisce (Ananda) del suo essere Cosciente (Cit). Perché non c’è altra beatitudine da realizzare se non questa auto-coscienza che rientra nel piano evolutivo di ciascun individuo, che se ne sia consapevoli oppure no. 

Un simbolo (la stella a sei punte con il fiore di loto al centro), due volti (quelli di Aurobindo e Mère) e tre sillabe (Sat Cit Ananda). Queste sono le basi da cui vuole partire la mia testimonianza che ispirerà questo breve scritto senza alcuna pretesa speculativa nei confronti di un argomento così spesso, vasto e impeccabilmente trattato dai numerosi testi lasciati in eredità dagli stessi Aurobindo e Mère, ai quali umilmente affido l’ultima parola. La mia non vuole essere l’ennesima trattazione sullo Yoga Integrale né tantomeno una sintesi (ci ha pensato Aurobindo nei più che mai esaustivi volumi de “La Sintesi dello Yoga”, tra gli altri), piuttosto una sorta di ringraziamento in forma per lo più poetica, più simile cioè a una narrazione per immagini che a una spiegazione per concetti. La scelta di questo approccio, oltre ad essere più in sintonia con una mia predisposizione naturale, si allinea al sentiero tracciato dallo stesso Aurobindo il quale, da poeta qual era per vocazione, affidò definitivamente alla forma visionaria immaginale lo stile della sua ultima magistrale opera, Savitri, una prodigiosa epopea di 23.813 versi (una sorta di quinto Veda!) che doveva racchiudere la visione sviluppata in oltre 40 anni di ricerche, con tutta l’urgenza di un testamento spirituale per l’umanità intera. Tale opera consegna proprio al linguaggio mitopoietico il compito di “creare oltre se stessi”, superando la dialettica di qualsiasi linguaggio discorsivo che tende a solleticare la mente intellettuale più che a ispirare l’anima. L’alternativa al letteralismo è il mistero, ecco perché le verità più profonde si svelano sempre in forma poetica, non letterale ma simbolica.



Aurobindo, che fu acuto intellettuale e infaticabile ricercatore, che scrisse una quantità incredibile di libri con una padronanza linguistica e finezza argomentativa insuperabile, conquistò le vette più alte della sua ispirazione ed aspirazione quando, in fin di vita, si lasciò letteralmente dettare le rime di Savitri attingendone le parole direttamente da quella vastità di livelli che il suo yoga identificava come Brahman integrale … Non era nemmeno più lui a scrivere, ma era la Forza che agiva attraverso di lui, trovandovi un canale assolutamente aperto nel Surrender supremo di chi sente di stare per lasciare il corpo fisico e di dover ultimare un compito. Instancabile sperimentatore fino all'ultimo, Aurobindo definì Savitri come un esperimento in poesia mistica, poesia spirituale messa in forma simbolica. Qualcosa che non può essere intralciata da vecchie idee di tecnica né tantomeno da un criterio pertinente a una poesia puramente intellettuale e astratta che fa della “ragione e del gusto” gli arbitri supremi.

“Quando non possiamo più spiegare, - è l'inizio della poesia, forse l'inizio del vero mondo”. 

È dalla poesia che possiamo accedere più direttamente (...) a quella Vibrazione inesprimibile. Vedo l'espressione di Sri Aurobindo nella sua forma poetica, piena di un fascino e di una semplicità - di una semplicità, di una dolcezza, di un fascino penetrante - che ci mette in contatto diretto [con la Verità] molto più intimamente che non tutte quelle cose mentali. (Da L’Agenda di Mère)

Ecco, forse ora di quella gigantografia, a distanza di 10 anni – dopo aver letto una gran parte degli scritti di Aurobindo, dopo aver intrapreso e praticato le vie più classiche dello yoga (dall’Hatha che è stato il mio battesimo al Raja Yoga con approfondimenti sempre maggiori) e anche quelle più esoteriche (lo Yoga sciamanico) – posso dirlo cosa è rimasto impresso, indelebile. Era la Poesia. Il turbamento di un’emozione intensa che scuote come il richiamo dell’anima alla bellezza. Ananda. Al di là del bene e del male, gioia integrale. Aurobindo l’avrebbe chiamata “aesthesis – surmentale”. 
A me piace chiamarla, ancora, semplicemente Poesia.
E lo yoga che altro è se non una poesia dell’Anima? 






E ancora, le parole di Mère:

“Mi sembra assai difficile fare lo yoga con la testa. La volontà non è nella testa, la volontà – ciò che io chiamo volontà – è qualcosa che si trova nel cuore, che ha potere d’azione, potere di realizzazione … È il cuore che ha le ali, non la testa!”.


Tornare al Cuore delle cose e della vita è schiudersi al divino con la stessa attitudine di un fiore in primavera. 
Un fiore non può scegliere se profumare o meno, se sbocciare o no. Succede e basta. 
Allo stesso modo è nella natura dell’uomo risvegliarsi alla coscienza superiore che lo anima e, una volta stabilito questo contatto, non rimane che arrendersi a tale destino che profuma inesorabilmente di gioia. Satcitananda.

Riporto ora per esteso uno scritto della Madre tratto da un libro di difficile reperimento, datato 1972, ma di cui l’universo ha voluto farmi dono con le sue sempre magnifiche imprevedibili sincronicità. S’intitola “Il significato delle contrarietà”.

Che possa ispirarvi nei momenti in cui ne avete più bisogno.
IL SIGNIFICATO DELLE CONTRARIETÀ













La nozione che abbiamo del bene e del male non è la stessa per una coscienza sia pure evoluta che per la Coscienza divina. Vedendo le cose con una visione spirituale vi accorgete che quello che a voi sembra buono o favorevole non è sempre il meglio. Bisogna apprendere fino dai primi momenti che la percezione divina di ciò che vi porterà il più rapidamente possibile al traguardo è totalmente differente dalla vostra e per voi incomprensibile. Per questo motivo bisogna dirsi fin dal principio: “Va bene, accetto tutto e comprenderò più tardi”.
Molto spesso si vedono degli esseri che prima di incominciare lo yoga avevano una vita relativamente facile e non appena incominciata la loro vita spirituale, tutte le circostanze alle quali erano così particolarmente attaccati si separano da loro in un modo più o meno brusco. Allora incominciano a turbarsi, e magari impiegando altri termini, altri pensieri, finiscono per arrivare a queste conclusioni: “Che? Come? Sono diventato buono e mi si ripaga con questa moneta?”
Tutta la nozione umana della giustizia si riassume in queste frasi. “Uno cerca di diventare buono ed ecco che le catastrofi si riversano su di lui! Tutte le cose che amavate e che vi facevano piacere si allontano da voi, le persone che amate vi abbandonano; non vale veramente la pena di essere saggio e di compiere uno sforzo”. E se continuerete il vostro ragionamento fino in fondo scoprirete il tarlo che vi rode – scoprirete che state facendo lo yoga per interesse, pensando che la vostra posizione diventerà migliore e che verrete premiati per la vostra saggezza. Ebbene questo allontanarsi da voi delle cose che ambite sarà la più bella lezione che possiate ricevere. Finché la vostra aspirazione nasconde un desiderio e il vostro cuore alloggerà l’impulso di mercanteggiare col Divino, i fatti s’incaricheranno di darvi buoni colpi fino a che, dentro di voi, non vi risvegliate alla vera coscienza, senza porre condizioni e senza patteggiamenti”.
(da “Parole dagli scritti di Mère e Sri Aurobindo”, Sri Aurobindo Ashram Trust, 1972)




OM NAMO BHAGAVATE- Il mantra di Mère



Lo Yoga del Corpo, della Materia, ha un ruolo cruciale nel Purna Yoga (Yoga Integrale) che è decisamente un viaggio dentro al corpo a livelli cellulari: è quello che – partendo dal presupposto che tutto sia vibrazione, corpo incluso – indaga sulla possibilità evolutiva di assorbire direttamente nelle cellule le vibrazioni sovramentali per eccellenza, quelle dell’amore incondizionato. Il mantra Om Namo Bhagavate riconosce l’esistenza come amore e assenza di paura. L’importanza della ripetizione del mantra nello yoga sovramentale di Aurobindo – che poi verrà continuato nell'esplorazione incessante di Mère nello yoga cellulare – parte dal presupposto fondamentale dell’esistenza come vibrazione. Anzi, vibrazioni di diverso tipo come abbiamo visto parlando dei diversi livelli di coscienza. La materia ha una natura vibratoria, il corpo stesso è vibrazione, dunque si entra nel corpo mediante le vibrazioni del suono (mantra) e del respiro (pranayama) e questa entrata nel corpo, negli strati più densi e grossolani della materia, può favorire la trasformazione delle condizioni fisiche della vita. [...]

La fiducia piena viene potenziata anche attraverso la ripetizione del mantra, strumento di risveglio introdotto da Mère dopo la morte di Aurobindo, a seguito delle sue sperimentazioni solitarie e sempre più approfondite sulla modificazione della materia e del corpo a livello cellulare. Il mantra scelto da Mère è uno dei più antichi dei Veda, Om Namo Bhagavate che, nella sua versione estesa presente nel Rig Veda suona così: Om Namo Bhagavate Vasudevaya che vuol dire “Saluto la Verità Suprema nella forma di Vasudeva”; Vasudeva è uno dei volti di Krishna ma può essere simbolicamente recepito come l’aspetto amorevole e sapiente del divino, universalmente valido. Le vibrazioni contenute nel mantra sono quelle dell’amore incondizionato e, dove c’è tale tipo di amore totale, non può esistere paura.
Con il mantra si diffonde nel corpo l’assenza della paura, si creano nuove contagiose “abitudini” cellulari, quelle della “vibrazione di verità”, come la chiamava Mère per distinguerla dall'abitudine menzognera di essere sempre in trepidazione per qualcosa.

La mente fisica è una mente piena di paura, tuttavia essa non deve essere annientata. Nello Yoga Integrale, infatti, non c’è niente che viene negato, tutto deve essere inglobato cioè potenziato per poi essere superato in una forma migliore, più adatta a sviluppare il potenziale insito nell'evoluzione dell’uomo. Agendo nel corpo attraverso il corpo, la forza sovramentale mette in atto la trasformazione necessaria per il compimento di una vita divina sulla terra. È tutta una questione di Coscienza Vibratoria.



ASCOLTA IL MANTRA 
OM NAMO BHAGAVADE VASUDEVA





CONSIGLI DI LETTURA

Nel suo libro Esperienze Yoga, il maestro dell'Accademia Yoga 1969 di Roma Giorgio Furlan racconta e descrive il suo incontro con Mère. 

Sono pagine di intensità inenarrabile. 

Qui di seguito, un estratto dal libro:

"Cercai di reggere il suo sguardo e di abbozzare a fatica un sorriso per coprire il mio palese e forte imbarazzo. Provai ad opporre una resistenza interiore, provai a contrapporre una forza, una barriera, ma dovetti subito cedere. Sentii una indefinibile sensazione.
Per alcuni minuti intesi in me una scossa interna, un martellante battito vibrante, che mi rivoltò sottosopra, come se quello sguardo mi stesse mettendo a nudo, come se avvenisse, tra lei e me, un lungo, interminabile interrogatorio interno su tutti i miei precedenti pensieri, azioni e parole." [...]



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