21 febbraio 2019

Mirra Alfassa La Mère compagna spirituale di Sri Aurobindo



Il 21 febbraio 1878 nasceva Mirra Alfassa, nota con il nome di Mère, mistica francese, seguace e compagna spirituale di Sri Aurobindo.

La profondità dello sguardo di questa donna non potrebbe essere descritta meglio che dalla sue stesse parole, i versi dall'Agenda di Mère dedicati all'Anima: 

"Quando guardiamo una persona cosciente dell'anima e che vive nell'anima, ci sembra di scendere, di scendere in profondità, giù in fondo all'essere, lontano lontano, lontanissimo dentro; mentre di solito, quando guardiamo qualcuno negli occhi (ci sono occhi in cui non si entra proprio, c'è come una porta che lo impedisce; ma insomma, ci sono occhi in cui è possibile entrare), una volta entrati incontriamo quasi subito una cosa che vibra, anzi che a volte brilla con tutto uno scintillio. Allora, sbagliando, diciamo: "Ah, ecco un'anima viva!" E invece non è così: tutto quello scintillio è il Vitale. Per scovare l'anima dobbiamo ritirarci dalla superficie, in profondità, e poi entrare dentro dentro, scendere e scendere in un pozzo profondissimo, silenzioso e immobile: lì allora incontriamo qualcosa di caldo, tranquillo, ricco di contenuto, assolutamente immobile e pieno, qualcosa di simile a una dolcezza - l'anima. Se insistiamo, e se siamo coscienti di noi, ecco una specie di pienezza, come una cosa completa che contiene profondità insondabili. E sentiamo che ad entrare lì dentro ci verrebbero svelati tanti segreti. E' come qualcosa di eterno, che si riflette su un'acqua calmissima, qualcosa dove non esistono più i limiti del tempo: ci sembra di essere sempre esistiti e di esistere per l'eternità."

(Mère - dall'Agenda di Mère)


Non ho conosciuto personalmente Mère, ma l'incontro che ebbi con lei e Sri Aurobindo, durante uno dei mie primi viaggi in India, fu qualcosa di irreversibile. Prendo spunto dalle pagine della tesina che scrissi per il mio esame da insegnante yoga, dedicata allo Yoga Integrale di Aurobindo, e che inizia con questa Premessa fondamentale. 


PREMESSA

Ho avuto la fortuna di “incontrare” Sri Aurobindo quasi 10 anni fa, anzi, esattamente 10 anni fa visto che l’occasione mi fu data da un viaggio in India svolto nel 2006 per lavoro. Vi partecipavo come giornalista e avrei dovuto fare un reportage per un magazine online dedicato ai viaggi e al turismo. Al tempo non avevo idea di che cosa fosse lo yoga, anzi… attraversavo una fase alquanto scettica della mia vita riguardo alle “cose spirituali”, ero nella piena fase materialistica del non credere a nulla se non alle fugaci esperienze sensoriali che, giorno dopo giorno, parevano dare una qualche parvenza di senso al mio passaggio su questa terra: non che me ne importasse granché, in quel momento, del senso. Cercavo piuttosto un modo per essere in pace, con me stessa e con il mondo, e di accaparrarmi qualche briciola di serenità, pur nel malumore che le delusioni ricevute (o quantomeno le incompletezze, le soggezioni e le incomprensioni) dalla mia educazione cattolica frequentemente m’insidiavano nel profondo.
Avevo 29 anni e i miei 30 li avrei festeggiati proprio durante quel viaggio, in India, a Delhi per la precisione, di ritorno dal Ladakh, quell'area geografica nota come piccolo Tibet indiano (ed, in effetti, la regione himalayana che poi è stata la tratta principale del mio itinerario, ha molto più a che vedere con il Tibet che non con l’India vera e propria). Era il 10 settembre del 2006. La tappa di scalo a Delhi, necessaria per il passaggio a Leh, la capitale del Ladakh, è stata prodiga di tesori – come tutte le cose che capitano quando sei “di passaggio”. Mi viene in mente la frase di John Lennon “La vita è ciò che accade mentre stai facendo altri progetti”.
Lo stop-over a Delhi, oltre a restituirmi l’emozione straordinaria della visita a quel miracolo in marmo che è il Taj Mahal – raggiunto dopo un inenarrabile viaggio in pullman fino ad Agra! –, mi ha portato per mano al cospetto di quello che sarebbe diventato, in seguito, una delle figure di riferimento nel mio percorso di yoga e di vita: il grande maestro, filosofo e poeta Sri Aurobindo. Sì perché una delle tappe della giornata nella capitale indiana, era un ashram dedicato a Sri Aurobindo dove ci saremmo fermati con il gruppo a fare alcune pratiche meditative [...]

Parte di questo pellegrinaggio nell'anima della terra che stavamo calpestando, erano meditazioni guidate, esercizi di yoga della tradizione tibetana facente capo ai nomi di yogin mistici quali Naropa, Tilopa, Milarepa, nonché il refrigerio devozionale della visita all’ashram di Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale, quel Purna Yoga, yoga cellulare o evolutivo che poi avrebbe continuato a ispirarmi senza fine e con sempre maggiore intensità, soprattutto nel nome del SURRENDER.

Dell’ingresso in quel luogo non ricordo molto per la verità, ma alcune immagini si sono profondamente radicate in una memoria più sottile, come ad esempio, la stella a sei punte con al centro il fiore di loto sopra un lago blu (simbolo dello Yoga Integrale) che spiccava all'ingresso dell’ashram e, soprattutto, la gigantografia ritraente Aurobindo in età non giovanile che dominava la parete dello shop center dove – non so per quale motivo – siamo passati subito. 

Il simbolo dello Yoga Integrale di Sri Aurobindo: un fiore di loto che si appoggia sulle acque blu di un lago, corrispondente al chakra del Cuore, il "grande trasformatore" Foto Cecilia Martino


Questa immagine del maestro è una delle poche foto sue (non amava farsi fotografare) e una delle più famose: lo scatto è del celebre fotografo Henri Cartier-Bresson. Accanto a lui, sempre in gigantografia, un ritratto di Mère e pure su di lei il mio sguardo ha in qualche modo vacillato, incuriosita anche da chi potesse essere quella donna dai tratti palesemente occidentali in relazione a un guru spirituale indiano.

Sri Aurobindo nel celebre scatto di Henri Cartier-Bresson

Ricordo di non riuscire a staccare gli occhi da quelle foto, le scrutavo quasi morbosamente e qualcosa di imperscrutabile si rivolgeva a me, come risucchiandomi in uno stato di fascinazione misto a soggezione. Entrambi avevano qualcosa di austero e una ombrosa luce irradiava da quei volti maturi, una severità che sembrava non volesse concedere nessun tipo di sentimentalismo eppure un fondo di riposante complicità, come se qualcosa di infinitamente più vasto riempisse le pupille assorte di quei volti, qualcosa che oggi non tarderei a chiamare Grazia. La grazia del Surrender, la resa totale e definitiva al divino, quella Forza cosciente che si allieta semplicemente nella sua gioia di puro esistere: Sat Cit Ananda.


Quei volti mi sarebbero tornati spesso quali emblemi concreti della realizzazione della semplice ed essenziale verità vedantica del Sat Cit Ananda: l’esistenza (Sat) che gioisce (Ananda) del suo essere Cosciente (Cit). Perché non c’è altra beatitudine da realizzare se non questa auto-coscienza che rientra nel piano evolutivo di ciascun individuo, che se ne sia consapevoli oppure no. 

Un simbolo (la stella a sei punte con il fiore di loto al centro), due volti (quelli di Aurobindo e Mère) e tre sillabe (Sat Cit Ananda). Queste sono le basi da cui vuole partire la mia testimonianza che ispirerà questo breve scritto senza alcuna pretesa speculativa nei confronti di un argomento così spesso, vasto e impeccabilmente trattato dai numerosi testi lasciati in eredità dagli stessi Aurobindo e Mère, ai quali umilmente affido l’ultima parola. La mia non vuole essere l’ennesima trattazione sullo Yoga Integrale né tantomeno una sintesi (ci ha pensato Aurobindo nei più che mai esaustivi volumi de “La Sintesi dello Yoga”, tra gli altri), piuttosto una sorta di ringraziamento in forma per lo più poetica, più simile cioè a una narrazione per immagini che a una spiegazione per concetti. La scelta di questo approccio, oltre ad essere più in sintonia con una mia predisposizione naturale, si allinea al sentiero tracciato dallo stesso Aurobindo il quale, da poeta qual era per vocazione, affidò definitivamente alla forma visionaria immaginale lo stile della sua ultima magistrale opera, Savitri, una prodigiosa epopea di 23.813 versi (una sorta di quinto Veda!) che doveva racchiudere la visione sviluppata in oltre 40 anni di ricerche, con tutta l’urgenza di un testamento spirituale per l’umanità intera. Tale opera consegna proprio al linguaggio mitopoietico il compito di “creare oltre se stessi”, superando la dialettica di qualsiasi linguaggio discorsivo che tende a solleticare la mente intellettuale più che a ispirare l’anima. L’alternativa al letteralismo è il mistero, ecco perché le verità più profonde si svelano sempre in forma poetica, non letterale ma simbolica.



Aurobindo, che fu acuto intellettuale e infaticabile ricercatore, che scrisse una quantità incredibile di libri con una padronanza linguistica e finezza argomentativa insuperabile, conquistò le vette più alte della sua ispirazione ed aspirazione quando, in fin di vita, si lasciò letteralmente dettare le rime di Savitri attingendone le parole direttamente da quella vastità di livelli che il suo yoga identificava come Brahman integrale … Non era nemmeno più lui a scrivere, ma era la Forza che agiva attraverso di lui, trovandovi un canale assolutamente aperto nel Surrender supremo di chi sente di stare per lasciare il corpo fisico e di dover ultimare un compito. Instancabile sperimentatore fino all'ultimo, Aurobindo definì Savitri come un esperimento in poesia mistica, poesia spirituale messa in forma simbolica. Qualcosa che non può essere intralciata da vecchie idee di tecnica né tantomeno da un criterio pertinente a una poesia puramente intellettuale e astratta che fa della “ragione e del gusto” gli arbitri supremi.

Quando non possiamo più spiegare, - è l'inizio della poesia, forse l'inizio del vero mondo”. 

È dalla poesia che possiamo accedere più direttamente (...) a quella Vibrazione inesprimibile. Vedo l'espressione di Sri Aurobindo nella sua forma poetica, piena di un fascino e di una semplicità - di una semplicità, di una dolcezza, di un fascino penetrante - che ci mette in contatto diretto [con la Verità] molto più intimamente che non tutte quelle cose mentali. (Da L’Agenda di Mère)

Ecco, forse ora di quella gigantografia, a distanza di 10 anni – dopo aver letto una gran parte degli scritti di Aurobindo, dopo aver intrapreso e praticato le vie più classiche dello yoga (dall’Hatha che è stato il mio battesimo al Raja Yoga con approfondimenti sempre maggiori) e anche quelle più esoteriche (lo Yoga sciamanico) – posso dirlo cosa è rimasto impresso, indelebile. Era la Poesia. Il turbamento di un’emozione intensa che scuote come il richiamo dell’anima alla bellezza. Ananda. Al di là del bene e del male, gioia integrale. Aurobindo l’avrebbe chiamata “aesthesis – surmentale”. 
A me piace chiamarla, ancora, semplicemente Poesia.
E lo yoga che altro è se non una poesia dell’Anima? 






E ancora, le parole di Mère:

Mi sembra assai difficile fare lo yoga con la testa. La volontà non è nella testa, la volontà – ciò che io chiamo volontà – è qualcosa che si trova nel cuore, che ha potere d’azione, potere di realizzazione … È il cuore che ha le ali, non la testa!”.


Tornare al Cuore delle cose e della vita è schiudersi al divino con la stessa attitudine di un fiore in primavera. 
Un fiore non può scegliere se profumare o meno, se sbocciare o no. Succede e basta. 
Allo stesso modo è nella natura dell’uomo risvegliarsi alla coscienza superiore che lo anima e, una volta stabilito questo contatto, non rimane che arrendersi a tale destino che profuma inesorabilmente di gioia. Satcitananda.

Riporto ora per esteso uno scritto della Madre tratto da un libro di difficile reperimento, datato 1972, ma di cui l’universo ha voluto farmi dono con le sue sempre magnifiche imprevedibili sincronicità. S’intitola “Il significato delle contrarietà”.

Che possa ispirarvi nei momenti in cui ne avete più bisogno.
IL SIGNIFICATO DELLE CONTRARIETÀ

La nozione che abbiamo del bene e del male non è la stessa per una coscienza sia pure evoluta che per la Coscienza divina. Vedendo le cose con una visione spirituale vi accorgete che quello che a voi sembra buono o favorevole non è sempre il meglio. Bisogna apprendere fino dai primi momenti che la percezione divina di ciò che vi porterà il più rapidamente possibile al traguardo è totalmente differente dalla vostra e per voi incomprensibile. Per questo motivo bisogna dirsi fin dal principio: “Va bene, accetto tutto e comprenderò più tardi”.
Molto spesso si vedono degli esseri che prima di incominciare lo yoga avevano una vita relativamente facile e non appena incominciata la loro vita spirituale, tutte le circostanze alle quali erano così particolarmente attaccati si separano da loro in un modo più o meno brusco. Allora incominciano a turbarsi, e magari impiegando altri termini, altri pensieri, finiscono per arrivare a queste conclusioni: “Che? Come? Sono diventato buono e mi si ripaga con questa moneta?”
Tutta la nozione umana della giustizia si riassume in queste frasi. “Uno cerca di diventare buono ed ecco che le catastrofi si riversano su di lui! Tutte le cose che amavate e che vi facevano piacere si allontano da voi, le persone che amate vi abbandonano; non vale veramente la pena di essere saggio e di compiere uno sforzo”. E se continuerete il vostro ragionamento fino in fondo scoprirete il tarlo che vi rode – scoprirete che state facendo lo yoga per interesse, pensando che la vostra posizione diventerà migliore e che verrete premiati per la vostra saggezza. Ebbene questo allontanarsi da voi delle cose che ambite sarà la più bella lezione che possiate ricevere. Finché la vostra aspirazione nasconde un desiderio e il vostro cuore alloggerà l’impulso di mercanteggiare col Divino, i fatti s’incaricheranno di darvi buoni colpi fino a che, dentro di voi, non vi risvegliate alla vera coscienza, senza porre condizioni e senza patteggiamenti”.
(da “Parole dagli scritti di Mère e Sri Aurobindo”, Sri Aurobindo Ashram Trust, 1972)

OM NAMO BHAGAVATE- Il mantra di Mère



Lo Yoga del Corpo, della Materia, ha un ruolo cruciale nel Purna Yoga (Yoga Integrale) che è decisamente un viaggio dentro al corpo a livelli cellulari: è quello che – partendo dal presupposto che tutto sia vibrazione, corpo incluso – indaga sulla possibilità evolutiva di assorbire direttamente nelle cellule le vibrazioni sovramentali per eccellenza, quelle dell’amore incondizionato. Il mantra Om Namo Bhagavate riconosce l’esistenza come amore e assenza di paura. L’importanza della ripetizione del mantra nello yoga sovramentale di Aurobindo – che poi verrà continuato nell'esplorazione incessante di Mère nello yoga cellulare – parte dal presupposto fondamentale dell’esistenza come vibrazione. Anzi, vibrazioni di diverso tipo come abbiamo visto parlando dei diversi livelli di coscienza. La materia ha una natura vibratoria, il corpo stesso è vibrazione, dunque si entra nel corpo mediante le vibrazioni del suono (mantra) e del respiro (pranayama) e questa entrata nel corpo, negli strati più densi e grossolani della materia, può favorire la trasformazione delle condizioni fisiche della vita. [...]

La fiducia piena viene potenziata anche attraverso la ripetizione del mantra, strumento di risveglio introdotto da Mère dopo la morte di Aurobindo, a seguito delle sue sperimentazioni solitarie e sempre più approfondite sulla modificazione della materia e del corpo a livello cellulare. Il mantra scelto da Mère è uno dei più antichi dei Veda, Om Namo Bhagavate che, nella sua versione estesa presente nel Rig Veda suona così: Om Namo Bhagavate Vasudevaya che vuol dire “Saluto la Verità Suprema nella forma di Vasudeva”; Vasudeva è uno dei volti di Krishna ma può essere simbolicamente recepito come l’aspetto amorevole e sapiente del divino, universalmente valido. Le vibrazioni contenute nel mantra sono quelle dell’amore incondizionato e, dove c’è tale tipo di amore totale, non può esistere paura.
Con il mantra si diffonde nel corpo l’assenza della paura, si creano nuove contagiose “abitudini” cellulari, quelle della “vibrazione di verità”, come la chiamava Mère per distinguerla dall'abitudine menzognera di essere sempre in trepidazione per qualcosa.

La mente fisica è una mente piena di paura, tuttavia essa non deve essere annientata. Nello Yoga Integrale, infatti, non c’è niente che viene negato, tutto deve essere inglobato cioè potenziato per poi essere superato in una forma migliore, più adatta a sviluppare il potenziale insito nell'evoluzione dell’uomo. Agendo nel corpo attraverso il corpo, la forza sovramentale mette in atto la trasformazione necessaria per il compimento di una vita divina sulla terra. È tutta una questione di Coscienza Vibratoria.


ASCOLTA IL MANTRA 
OM NAMO BHAGAVADE VASUDEVA





CONSIGLI DI LETTURA

Nel suo libro Esperienze Yoga, il maestro dell'Accademia Yoga 1969 di Roma Giorgio Furlan racconta e descrive il suo incontro con Mère. 

Sono pagine di intensità inenarrabile. 

Qui di seguito, un estratto dal libro:

"Cercai di reggere il suo sguardo e di abbozzare a fatica un sorriso per coprire il mio palese e forte imbarazzo. Provai ad opporre una resistenza interiore, provai a contrapporre una forza, una barriera, ma dovetti subito cedere. Sentii una indefinibile sensazione.
Per alcuni minuti intesi in me una scossa interna, un martellante battito vibrante, che mi rivoltò sottosopra, come se quello sguardo mi stesse mettendo a nudo, come se avvenisse, tra lei e me, un lungo, interminabile interrogatorio interno su tutti i miei precedenti pensieri, azioni e parole." [...]


Esperienze Yoga di Giorgio Furlan Produzioni Babaji



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