22 novembre 2021

Santa Cecilia nell'arte | 6 bellissime rappresentazioni della Patrona della musica

Da Artemisia Gentileschi a Raffaello passando per la struggente statua di Maderno. La storia di Santa Cecilia con gli occhi dell'arte.





Statua di Stefano Maderno
: statua in marmo datata 1610, conservata presso la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

Una statua-capolavoro in marmo che rappresenta il momento della ricognizione del corpo della martire, ancora nella posa seguente l'atroce tortura. Posa per certi versi innaturale ma che sembrerebbe riportare abbastanza fedelmente l'atteggiamento in cui venne ritrovata e al quale si è ispirato lo scultore semisconosciuto Stefano Maderno seguendo la descrizione rilasciata da Antonio Bosio (1575-1629) archeologo e studioso della storia antica della Chiesa che partecipò alla famosa ricognizione del corpo di Santa Cecilia avvenuta il 20 ottobre del 1599 a Roma. Viene ricordato come  uno degli eventi più noti della storia religiosa moderna. 

Cecilia venne trovata «adagiata sul lato destro, le ginocchia appena ripiegate», con «una stoffa leggera di seta verde, rigata di rosso scuro, che avvolgeva interamente il suo corpo disegnandone esattamente le linee». Le sue membra si mostravano «perfettamente integre», la sua carne intatta, screziata solamente da una lieve rigatura di sangue rappreso, che traspariva da sotto il velo. Quello che colpisce maggiormente è l'emanazione di:  "un sentimento di «totale abbandono», accentuato dall’assenza del volto e dalla presenza di un panneggio che – sostituto di un ben più macabro flusso – ricopre fin sopra il capo il corpo esile della martire." (cit. Marco Dotti "Sotto il velo della Santità"). Ne scrivo anche qui: 22 Novembre Santa Cecilia: il nome che abito.

ARTEMISIA GENTILESCHI

Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi

Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi
: dipinto a olio su tela (108x78,5 cm) realizzato nel 1620 circa dalla pittrice italiana, conservato nella Galleria Spada di Roma.

La Santa Cecilia che suona il liuto è uno dei più ragguardevoli nuclei collezionistici dei Gentileschi conservati in un museo pubblico, insieme alla Madonna col Bambino.  Artemisia sceglie di rappresentare la Santa in piedi mentre suona il liuto, anche se lo strumento che abitualmente la identifica è l’organo portativo. Esso è entrato nella iconografia di Santa Cecilia come “strumento emblema” a causa di una dubbia interpretazione di un passo liturgico.
Louis Goosen nel suo Dizionario dei santi spiega che nell’VIII secolo, nella liturgia celebrata nel giorno della sua festa, il 22 novembre, il testo recitava “cantantibus organis Caecilia virgo soli domino decantabat” (mentre la music
a risuonava, la vergine Cecilia cantava al suo unico Dio). 
Artemisia riesce a rendere perfettamente il trasporto interiore della protagonista grazie a uno sguardo potentissimo che esalta l’intera essenza mistica e divina della giovane donna ritratta.
Una donna Cecilia, dalla quale per certi versi la stessa Artemisia  era ispirata, o meglio, che anche lei, in quanto Artista, incarnava. L'Autoritratto come suonatrice di liuto (1615-18 circa, olio su tela) parla da solo! 

Autoritratto come suonatrice di liuto di Artemisia Gentileschi, Curtis Galleries, Minneapolis

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità”. Così nel suo saggio del 1916, lo storico dell’arte Roberto Longhi definisce Artemisia Gentileschi, riconoscendole pienamente lo status di artista, a tre secoli di distanza dall’epoca che l’aveva vista protagonista. 
In risonanza con la trama invisibile che lega Cecilia ad Artemisia, consiglio la lettura del libro Artemisia di Anna Banti e poi (o anche prima) del suo "dietro le quinte", per così dire, che ne ricostruisce affinità al di là di ogni conoscenza manoscritta possibile: Un patto tra voci femminili -Artemisia di Anna Banti, scritto da Maria Rosaria Ambrogio. "La scrittura narrativa di Banti "è" musicalità - scrive Ambrogio. Sparsi qua e là piovono endecasillabi e settenari, suoni che ritornano, eco, accelerazioni e adagi".  Al punto che "se si prova a rileggere ad alta voce l'inizio di questo romanzo, si sfiora il canto".


RAFFAELLO SANZIO

Estasi di Santa Cecilia di Raffaello

Estasi di Santa Cecilia fra i Santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena di Raffaello
: olio su tavola trasportata su tela (236×149 cm) anno 1514 circa, Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Il famosissimo dipinto, capolavoro della maturità di Raffaello, raffigura il momento dell’estasi di Santa Cecilia, in cui la santa lascia scivolare le canne dell’organo portativo che ha ancora tra le mani, simbolo delle gioie terrene e volge lo sguardo verso il coro degli angeli, emblema dell’amore divinoI santi che le fanno corona non vengono coinvolti nell’esperienza mistica di Cecilia, ma esprimono ugualmente, con il gioco degli sguardi, l’idea dell'amore assoluto in contrapposizione con l'amore terreno. San Paolo medita osservando gli strumenti musicali a terra, i santi Giovanni e Agostino sono concentrati in un intenso dialogo di sguardi, Maria Maddalena si rivolge all’osservatore invitandolo ad assistere al mistero e mostrando il vaso contenente l’olio con cui volle ungere, mossa dall’amore, i piedi di Cristo.

Raffaello assegna alla figura umana il ruolo di elemento centrale della rappresentazione, riunendo il gruppo dei Santi in uno spazio raccolto a semicerchio che allude all’abside di una chiesa e riducendo lo sfondo di paesaggio.

Straordinaria l’originalità della “natura morta” di strumenti musicali in primo piano per la cui esecuzione Raffaello si avvalse del suo allievo e collaboratore Giovanni da Udine. Attorno a Elena, donna colta, devota e dedita ad opere di carità, si era diffusa in città, a partire dal 1506, una profonda venerazione: la vita della donna era accomunata a quella di santa Cecilia per la castità vissuta all'interno del matrimonio e per le sue visioni mistiche.

(Testo tratto dal sito ufficiale della Pinacoteca di Bologna) 


BERNARDO CAVALLINO 

Estasi di Santa Cecilia di Bernardo Cavallino


Estasi di Santa Cecilia di Bernardo Cavallino: olio su tela (207,5 x 157 cm) firmato e datato 1645, conservato presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte.

Un’opera raffinata, una scena di gioiosa serenità dalla tavolozza brillante e materica, una delle prove più alte della sensibilità dell’inimitabile maestro napoletano. 
È una giovane donna splendida, di una bellezza modernissima: mani affusolate, curate, che non hanno conosciuto il lavoro dei campi – è una aristocratica romana – il volto di una ragazza appena uscita dall’adolescenza; piedi sottili che calzano leggeri sandali all’antica. Veste un abito di seta color giallo oro con controtagli alle maniche e sbuffi di una camicia bianca all’attacco della spalla; sull’abito è un mantello di seta blu oltremare, bordato di perle.
I due angeli – l’uno, in piedi dietro di lei, che la incorona con un serto di fiori intrecciati; l’altro, più sullo sfondo, che suona un liuto – condividono un sorriso tanto ineffabile quanto pieno di gioiosa serenità. In controluce, a sinistra di chi guarda, quello che forse è un leggìo è rivestito da un panno di velluto scuro.
Sullo sfondo è un tendaggio di broccato scuro, che crea intorno alle tre figure un alveo di luce capace di scolpire uno strepitoso caleidoscopio di chiaroscuri. 
La ragazza, il cui volto è leggermente imperlato da tenui riflessi di biacca sulle labbra e sul mento, ha la bocca lievemente dischiusa e gli occhi rivolti al cielo, ma non esattamente verso il serto di fiori, perché è da una dimensione extrasensoriale che le sta giungendo la musica accompagnata dal giovane liutista alato.
Dopo aver confidato il suo proposito al marito quest’ultimo si converte al Cristianesimo, venendo battezzato nella prima notte di nozze dal Pontefice Urbano I. Ma tornato a casa Valeriano vede Cecilia in preghiera con un giovane: è l’angelo custode della ragazza.
Insospettito, forse irritato, chiede una prova dell’effettiva natura angelica del giovane: questi, allora, fa apparire due corone di fiori e le pone sul capo dei due sposi.

Nel dipinto di Bernardo Cavallino a Capodimonte e nel suo bozzetto Valeriano non c’è, e tutta l’attenzione del pittore è concentrata su Cecilia.
La sua perfezione, la sua moderna bellezza, la carica (certo) anche erotica della santa e degli stessi angeli biondi, dalle membra affusolate e colte in pose elegantissime, farebbero pensare – come si è spesso sostenuto – alla torsione di un tema legato alla santità, che sarebbe stato trasformato in una performance di seduzione non solo sessuale, ma anche edonistica (le stoffe preziose, gli strumenti musicali).
Ma non è così: l’angelo che incorona Cecilia regge delicatamente nella mano sinistra la frasca di palma che indica l’annuncio del martirio; il violino giace inutilizzato a terra accanto a uno spartito, perché la musica divina non è eseguita da strumenti e non è fisicamente udibile, e dunque anche il liuto tra le mani dell’angelo a sinistra è immateriale al pari della presenza che lo suona.
Il piacere che prova Cecilia è della stessa natura di quello che pochi anni più tardi Bernini imprimerà alla postura e all’espressione della Santa Teresa in estasi a Santa Maria della Vittoria (Roma, 1647-1652).
È un piacere che sembra appartenere alla sfera dei sensi, ma che attraverso essi rende possibile accedere alla dimensione della santità e al suo premio: la comunione con il Divino.

(Testo di Riccardo Lattuada, docente di Storia dell’Arte dell’età moderna all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e membro del Comitato scientifico del Museo e Real Bosco di Capodimonte, dal sito ufficiale del Museo e Real Bosco di Capodimonte)

ORAZIO RIMINALDI

Martirio di Santa Cecilia di Orazio Riminaldi


Martirio di Santa Cecilia di Orazio Riminaldi: olio su tela (334 x 216,6 cm) anno 1620-1625, conservato presso il Museo Palazzo Pitti alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

In quest'opera, databile tra il 1620 e il 1625, Riminaldi dimostra chiaramente di avere assimilato appieno la lezione di Caravaggio persino nella puntuale citazione di alcune sue opere, come il “Martirio di San Matteo”. La teatralità dell’impaginazione scenica, con la sapiente orchestrazione del cono di luce che investe i tre protagonisti, accentua sia la potenza espressiva del carnefice che afferra le chiome di Santa Cecilia per scoprirne il collo e vibrare il colpo di spada, sia il dinamismo dell'angelo che si precipita verso la martire per omaggiarla con i simboli della santità e del martirioSu questo impianto di stretta osservanza caravaggesca l'artista innesta spunti d’indirizzo decisamente classicista, tratti da Simon Vouet e Guido Reni, ravvisabili nella raffinata mondanità delle sontuose vesti di broccato e nella tenera sensualità della martire.

(Testo di Anna Bisceglia sul sito ufficiale della Galleria degli Uffizi)


IL LIBRO DEL MAESTRO DOMENICO MORGANTE



Il segreto di Santa Cecilia, libro di Domenico Morgante, Robin Edizioni, 2016

Daniele Morandi, un organista e musicologo di fama mondiale, giunto a Roma per insegnare al Conservatorio di Santa Cecilia, va ad abitare in un’antica casa nel cuore di Trastevere. Totalmente coinvolto dal fascino della città eterna, si rende conto di ricevere chiari segni premonitori che lo indirizzano, in maniera sempre più mirata, verso un mistero rimasto ignoto nelle pagine di storia. Quando nel 1599 fu aperto il sarcofago di Santa Cecilia, all’interno dell’omonima Basilica, avvenne uno straordinario ritrovamento di cui le fonti non parlano: qualcosa di portentoso e terribile era ancora custodito all’interno del sacro sacello.

Tra enigmi cabalistici e artifici barocchi d’ogni sorta, nasce e si sviluppa una grande storia d’amore tra il protagonista e Cecilia Aldovrandi, una giovane antropologa romana di straordinaria bellezza, che in maniera rocambolesca lo aiuterà a trovare la sconvolgente soluzione di quello che si rivelerà ai loro occhi come uno dei più intriganti enigmi della storia moderna.


22 NOVEMBRE SANTA CECILIA IL NOME CHE ABITO


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20 novembre 2021

Elogio e significato del Ghee | Proprietà e benefici sottili dell'elisir più sacro dell'Ayurveda



I testi dell'Ayurveda tessono l'elogio del ghi - o ghee - che viene considerato un vero e proprio elisir, più che un semplice alimento. Riporto ora alcuni brani scelti dal libro di Ernesto Iannaccone "Ayurveda - La medicina dell'armonia tra l'uomo e l'universo".

   

Ecco come Charaka (l'autore del celebre trattato medico che porta il suo nome, Charaka Samita) descrive le proprietà del ghi:

"Il ghi aumenta la memoria, l'intelligenza, la forza digestiva, il seme, la vitalità, Kapha, il grasso; riduce Vata e Pitta, cura gli avvelenamenti, i disturbi mentali, la consunzione, la sfortuna, la febbre cronica.  È il migliore di tutti i grassi, rinfrescante, dolce di sapore e di trasformazione digestiva, ha mille potenzialità e se assunto nel modo corretto esercita mille azioni".
(Charaka Samita, XXVII, 231.232)


LA DIGESTIONE COME METAFORA DEL RITO SACRIFICALE

I motivi di tanta venerazione vanno probabilmente ricercati in considerazioni di ordine non medico. Il ghi costituisce il combustibile  del fuoco sacrificale e viene offerto in grande quantità agli dei; la digestione è una metafora del rito e ciò che vale per il sacrificio si applica anche al pasto: il ghi rappresenta un'offerta idonea per il dio Agni (dio del fuoco) nell'ambito del sacrificio e dunque un altrettanto valida offerta per il fuoco digestivo nell'ambito del pasto. 

Da un punto di vista chimico il ghi è burro fresco che è stato privato della caseina e dell'acqua mediante un semplice processo di riscaldamento a fuoco lento. Il metodo di preparazione del ghi contribuisce ad accrescere significativamente il suo appeal per gli ayurvedici: il burro entra in contatto con il fuoco purificatore, merito numero 1, e viene liberato di tutti i componenti indesiderabili, merito numero 2. Il ghi inoltre non decade o decade molto lentamente e si conserva a lungo anche fuori dal frigorifero, merito numero 3.


I testi ayurvedici decantano addirittura le virtù del ghi vecchio di un secolo! L'incorruttibilità del ghi è motivo di grande fascino per coloro che, come gli indiani, pongono lo spirito eterno al centro dell'universo e guardano alle forme mutevoli come mera apparenza. Il ghi si mantiene a lungo senza alterarsi, dunque è puro e ha dentro  di sé qualcosa dello spirito dell'immortalità: tale è il sentimento degli indiani.

L'IMPORTANZA DI AGNI, IL FUOCO PURIFICATORE 

La civiltà vedica è la civiltà del fuoco per eccellenza.
Il Rig Veda, la scrittura più sacra e antica degli indiani, ha inizio con la seguente invocazione:

"Porgo omaggio al fuoco, che è il sacerdote scelto, il dio, il ministro del sacrificio, l'offerente, il supremo conferitore di doni.
Agni è degno di adorazione da parte dei viventi e degli antichi veggenti.
Egli porta a noi gli dei.
Grazie ad Agni possiamo noi ottenere ricchezze, cibo in quotidiana abbondanza, quantità di eroi e di gloria." (Rig Veda, I, 1-3)

Agni è il dio del fuoco che viene adorato nelle cerimonie prescritte dai Veda ed è allo stesso tempo il principio vitale che risiede all'interno del corpo. […]
Nella concezione ayurvedica del mondo il microcosmo del corpo umano è visto come una metafora del macrocosmo. Lo stesso rispetto tributato al dio Agni è dunque portato al fuoco interno del corpo.



Charaka scrive: 

"Longevità, buon aspetto, forza, salute, entusiasmo, robustezza, luminosità, resistenza alle malattie, energia, produzione di calore e respiro vitale dipendono dal fuoco del corpo. L'individuo muore se quel fuoco si spegne, vive a lungo se quel fuoco è normale, si ammala se quel fuoco è irregolare. Agni è la radice di tutto". 

Non ci deve meravigliare dunque il fatto che l'Ayurveda, la medicina dell'India antica, attribuisse un ruolo così importante al fuoco interno, trasposizione medica del fuoco che abita il focolare domestico e l'altare rituale. […] Il conservare in efficienza l'Agni interno riveste per l'Ayurveda lo stesso carattere di necessità che rivestiva per gli uomini primitivi il preservare il fuoco acceso nella caverna o per i bramini indiani di ieri e di oggi il mantenere sempre vivo il fuoco dell'altare domestico.

TAPAS, IL FUOCO SPIRITUALE

La creazione materiale, uomo compreso, è destinata prima o poi a essere inghiottita dal potere che l'ha emessa. Come le onde dopo essersi levate ricadono e vengono riassorbite dall'oceano, così gli esseri viventi, una volta maturi, divengono cibo per l'Infinito.

Candele rituali con ghee

La vita rassomiglia a un processo di cottura.

Nel cammino dell'esistenza l'ignoranza duale viene cotta sul fuoco della conoscenza discriminativa e quando l'ultima traccia di ego si è dissolta, la cottura è completa e l'individualità limitata diviene infinita. Siamo tutti a bollire nella medesima pentola. Lo yogi che medita sta semplicemente cercando di cuocere più velocemente.
Non a caso il termine che definisce meglio l'ascesi è tapas, il cui significato è "calore bruciante". La vita è un lungo e meticoloso processo di cottura scandito da tappe progressive di maturazione. La cremazione del corpo dopo la morte è la  metafora più evidente di quel processo: il cadavere viene offerto al fuoco affinché esso bruci ogni traccia residua di ignoranza. 

Il pensiero medico dell'Ayurveda sposa questa visione metaforica della vita
Nutrirsi è, nella forma e nell'essenza, un atto sacro che riproduce il modello complesso del rituale vedico [...]
Agni trasforma con la sua energia tutto ciò con cui viene in contatto: come le offerte versate sul fuoco sacrificale trasformano l'offerente rendendolo idoneo per la dimora celeste, così l'offerta al fuoco interno trasforma il consumatore del cibo purificando il suo corpo dalle impurità e conferendogli le qualità del buon colorito, serenità etc. menzionate da Charaka.

(BRANI SCELTI DAL LIBRO SOPRACITATO DI ERNESTO IANNACCONE)


 

AMBROSIA: L'ALTO VALORE NUTRIZIONALE DELLA VISIONE POETICA 


La visione metaforica della vita sposata dall'Ayurveda, e dallo Yoga, è visione intimamente poetica che ri-unifica l'aspetto visibile-grossolano con l'aspetto invisibile, spirituale che nutre e sostiene ogni cosa.
Mantenersi in salute vuol dire ri
sintonizzarsi con questa visione unitiva della vita, che si inchina alla meraviglia del mondo fenomenico quale espressione di un piano di intelligenza infallibile di cui avere spassionata fede, che si allinea alle leggi universali di armonia senza volerle sovvertire. 
Custodi del focolare che ci ospita, ci anima e ci riscalda, macrocosmo e microcosmo, intimamente connessi alle Forze cosmiche di guarigione con compassione ed umiltà.
Un corpo vivo e fluido è un corpo che emana calore. La rigidità e l'eccessiva freddezza si addicono più a un cadavere che a un essere vivente.


Non c'è migliore NUTRIMENTO che il ritorno alla Coscienza originaria poetica estatica che ci vuole portatori sani di "sale della vita", continuando con le metafore (non a caso) alimentari e poetiche in senso stretto:  "ho bisogno di poesia - cantano i famosi versi di Alda Merini - questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi".  Non sono forse le parole - che diciamo o ascoltiamo più frequentemente - nutrimento per la nostra interiorità?
Da qui l'alto valore nutrizionale della Poesia! ... Quel "passatempo divino dal potere illuminante" come scriveva Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale.

 Il ghee, l'alimento degli dei, l'ambrosia nettare divino, è un richiamo esteso, metaforico, inclusivo e poetico, al fuoco della consapevolezza, della coscienza, della presenza, della chiara visione, della nostra stessa essenza che è il Nutrimento supremo che non ci farà mai vivere nella sensazione di fame o di mancanza. Il fuoco della celebrazione della vita così come viene.

LEGGI ANCHE: LE 9 QUALITA' DI CUI NUTRIRSI IL CIBO DIVINO


MANTRA PER L'OFFERTA DEL CIBO PRIMA DI ASSUMERLO



Om Brahmarpanam Brahma havir

Brahmagnau Brahmana hutam

Brahmaiva tena gantavyam

Brahma-karma-samadhina


Brahma è l'offerta, Brahma è l'oblazione

Da Brahma l'oblazione viene versata nel fuoco sacrificale che è Brahma

Brahma è raggiunto da colui che vede sempre Brahma in azione

(B.G. IV, 24; traduzione di S.Shivananda)


Tutto è energia universale e solo chi è cosciente di ciò può realizzare l'Energia Universale. Questo mantra è normalmente recitato prima dell'assunzione del cibo, che viene così in primis offerto al Divino in noi (Brahma) che lo trasforma in ambrosia. 


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