02 febbraio 2024

Poesia Imbolc Candelora La triplice fiamma


Vivono in me tre appuntamenti
e non hanno scadenze, ma cadenze
ritmano la fiamma che arde
nel luogo dove si ricongiungono: l'amore.

Unica meta, unico essere e presentimento
in trinità di azione e di resa.
Tre modi di rendermi grata alla fonte da cui sono nata, armonie poetiche guariscono l'anima e fabbricano l'arte della divina provvidenza. 
E la cura trasborda da ogni movenza.

C'è un grembo che canta prima ancora di saper cantare, un respiro che fabbrica la fiamma del soffio vitale, un raro modo di sentire che, ad oggi, è tutto quel che sono. Niente mi fa assomigliare a ieri e tutto si commuove. Si riversa in me, fertile di inimmaginabili primavere.

A Te, tre volte in me, per gioco e verità assoluta, concedo il primo e l'ultimo verso, la direzione del mio passaggio,
la poesia, la celebrazione, il penetrante raggio.
Nuda da ogni travestimento
mi riscaldo al sole della notte eterna
e, finalmente, riposo.

C'è un grembo che canta prima ancora di saper cantare, un respiro che fabbrica la fiamma del soffio vitale, un raro modo di sentire che, ad oggi, è tutto quel che sono. Niente mi fa assomigliare a ieri e tutto si commuove. Si riversa in me, fertile di inimmaginabili primavere. 

(Cecilia Martino, inedito 2024)


Ricevere dall'invisibile | La Grande Invocazione e il più potente rituale di ogni tempo

Notte di Samhain | Cosa fare, significato e consigli poetici

L'antico prestigio e il segreto della Poesia che "fa bene al cuore"


Progetto itinerante

01 gennaio 2024

Come siamo diversi oggi noi, dalla Dickinson | Natalia Ginzburg

Tratto dal testo Il paese della Dickinson, datato gennaio 1969, contenuto nel libro Mai devi domandarmi di Natalia Ginzburg (Garzanti 1970)

[…] Questa dunque fu la vita della Dickinson: una vita simile a quella di tante zitelle che invecchiano nei villaggi; con i fiori, il cane, la posta, la farmacia, il cimitero. Solo che lei era un genio. Di zitelle che passano la vita a scrivere versi nei borghi di campagna, in solitudine, con manie e stravaganze, ce ne sono infinite, e nessuna è un grande poeta; e lei invece lo era. Lo sapeva? non lo sapeva? Scrisse migliaia di poesie e non volle mai stamparle; le cuciva col filo bianco in fascicoletti.

Questa è la mia lettera al mondo 
che non scrisse mai a me.

Era difficile che il mondo potesse scriverle, dato che lei era, e voleva essere, immersa nell’oscurità di una casa. Ma certo il mondo non le scrisse mai, in nessuna forma, perché, finché fu viva, non le diede niente. E del resto la sua lettera al mondo non chiedeva risposta. Essa aveva orrore della notorietà (si sarebbe sentita “come una rana”) e si limitava a mandare i suoi versi a un critico letterario, il signor Higginson, “per sapere se respiravano” […]

Come siamo diversi oggi noi, dalla Dickinson! Non è passato nemmeno un secolo dalla sua morte, eppure come siamo diventati diversi da lei! Chi mai di noi, essendo un poeta, si piegherebbe al buio destino di zitella in un villaggio? Farebbe almeno qualche tentativo di fuga. Le non lo fece mai. Chi oggi accetterebbe per tutta la vita il carcere famigliare, le angustie d’una vita così tranquilla e così miserabile? 


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Noi viviamo magari nelle capitali e ci sembrano province. Abbiamo intorno una folla di gente e ci sentiamo esclusi dalla vita dell’universo. Siamo pieni di bovarismo* dalla testa ai piedi, sempre ansiosi, nostalgici, insofferenti. 

L’orizzonte che abbiamo ci sembra piccolo, abbiamo la perenne sensazione di essere cascati in un punto sbagliato, e che la porzione di orizzonte che ci è toccata sia troppo esigua. In noi è il pensiero segreto che, se avessimo avuto uno spazio più grande di amici e interlocutori, forse avremmo potuto avere un destino più alto.

I legami famigliari, noi non pensiamo che possano arricchirci lo spirito, essi sono stati guidati a noi dal caso e nel caso noi crediamo. Il caso ci appare qualcosa di assai vile e spregevole. Crediamo solo nelle nostre scelte, e le nostre scelte sono sprezzanti, irrequiete, schifiltose e smaniose. Stiamo però sempre con i canocchiali puntati, sperando che sopraggiunga qualcuno.

Lettere, non ne scriviamo. E comunque mai avremmo degnato di una lettera la signora Holland o il signor Higginson. Mai avremmo mandato i nostri versi al signor Higginson. Avremmo pensato che era uno stupido (e infatti forse lo era). Mai ci sogneremmo di scriver versi tutta la vita senza stamparli. Siamo così ansiosi di stampare ogni cosa che scriviamo. Non per amore di gloria; ma sempre per la segreta speranza che qualcuno, il nostro interlocutore ideale, dalle profondità dell’universo raccolga le nostre voci e ci risponda. E forse, se la Dickinson ci passasse accanto, non sapremmo riconoscerla. 

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Come riconoscere il genio e la grandezza in una zitella vestita di bianco, che va a spasso in compagnia d’un cane? Essa ci sembrerebbe stravagante, e noi non amiamo la stravaganza: amiamo la pazzia. La pazzia non bisbiglia, ma grida, e veste colori rutilanti e spoglie folli e inconsuete.

È vero che nessuno dei suoi contemporanei, forse, la riconobbe. Ma i suoi contemporanei non erano lì con i canocchiali puntati, non avevano canocchiali. Devono tuttavia aver provato, nel passarle accanto, una sensazione agghiacciante e profonda, perché la furia del mare investe e sconvolge anche i ciottoli delle stradi e l’erba delle paludi. Chissà se noi saremmo in grado di avvertire una simile sensazione. Forse no. Non l’avremmo riconosciuta. Non l’avremmo nemmeno vista.

Bovaristi, pieni di pietà per noi stessi, siamo scettici e increduli per tutto quanto passa, in spoglie giornaliere e provinciali, vicino a noi. 

Nei suoi versi, la pietà di sé non s’affaccia mai. Né mai vi risuona un accento di nostalgia o di malinconia, il desiderio e le lagrime per un’altra sorte. Lagrime, non ne ha mai. La sua è un’affermazione di solitudine volontaria, inesorabile e tragica.


Questa è la mia lettera al mondo 
che non scrisse mai a me.


(nota di mia aggiunta) *Insoddisfazione spirituale, atteggiamento psicologico tendente a valorizzare la fantasia e l’istinto fino alla costruzione di una personalità fittizia in contrasto stridente con la realtà. Desiderio smanioso di evasione dalla realtà, soprattutto in riferimento a particolari situazioni ambientali, sociologiche etc.. Dal nome del celebre personaggio Madame Bovary, protagonista dell’omonimo romanzo di G. Flaubert (1821-1880) 

ALTRI SPUNTI DI INCARNAZIONE POETICA DEL PROPRIO "DESTINO"

"Viva la vida": Frida Kahlo

Momenti d'Essere: Virginia Woolf

La vastità dell'insicurezza: Rainer Maria Rilke

... e a proposito di "sincro-destino", eccolo il mio "incontro" con Natalia Ginzburg a pochi mesi dal mio trasferimento a Torino, nel 2013!


Progetto itinerante 

La Gioia di dialogare con la Voce dei Poeti 

il viaggio continua ...


Dal mio canale YouTube
audio-lettura

Tutti dovremmo "stare al prossimo" come Felice Balbo, felice intuizione sull'arte del vero ascolto 



09 dicembre 2023

L'antico prestigio e il segreto della Poesia che "fa bene al cuore"

Non avere cuore è il contrario di "coraggio" che deriva dal latino COR HABEO: avere cuore, agire con il cuore. Chi è "senza cuore" vive in uno stato di anestesia, di non-sentimento, di astrazione mentale e di perpetua sofferenza. Non sente l'abbraccio universale della vita.

Questo testo è tratto dal Seminario La Poesia per meditare e "guarire" il Cuore tenuto presso l'Istituto Accademia Yoga di Roma sabato 2 dicembre 2023


"Vi darò un cuore nuovo

metterò dentro di voi uno spirito nuovo,

toglierò da voi il cuore di pietra 

e vi darò un cuore di carne"

Bibbia (Ez 36,28)


Con un cuore di pietra non si può sentire, nè agire con umanità. 
Non avere cuore è il contrario di "coraggio" che deriva dal latino COR HABEO: avere cuore, agire con il cuore. Chi è senza cuore (o con un cuore di pietra, chiuso, inaridito) vive in uno stato di anestesia, di non-sentimento, di astrazione mentale e di perpetua sofferenza. 

La Poesia è la via del Cuore, apre nuovamente le porte del sentire, dell'emozionarsi e del commuoversi.
Il Cuore inteso non con sentimentalismo o come un caos di affettività incontrollata (le reazioni emotive sono ben altra cosa dalle emozioni superiori mosse dal "cuore di carne"). Il cuore inteso come l'organo dell'Intelligenza e dell'Intuizione, facoltà esclusivamente spirituale e non mentale: quell'"Intelletto d'amore" di dantesca memoria, l'Anahata Chakra della fisiologia esoterica yoga, il centro spirituale dell'uomo.

La Poesia rientra a pieno titolo in una Via iniziatica di elevazione interiore, animica, spirituale e ci risveglia alle qualità più profonde del nostro essere umani: esseri capaci di provare compassione.

La Poesia è la via dell'estasi estetica, e dunque l'antidoto per l'anestesia della cultura virtualizzata e sempre più digitalizzata dell'intelligenza artificiale.

La Poesia è un contagio che "fa bene al cuore", facilitando il processo alchemico della trasformazione dal cuore di pietra al cuore di carne, fino a completa sostituzione, fino all'incarnazione poetica che redime la materia, trasfigura la carne, converte la molteplicità nell'unico verso del canto assoluto dell'esistenza (conversione: cum vergere).

Scrive Yogananda nel suo libro L'eterna ricerca dell'uomo:

“I malumori sono contagiosi e, in tempi di depressione generale, essi possono contagiare un gran numero di persone. L’uomo non dovrebbe prendere troppo sul serio gli eventi infelici della vita. […] La Gita insegna: “È caro a me colui che non fa distinzione fra bene e male”. Avere una disposizione d’animo ottimistica e cercare di sorridere è cosa costruttiva e vale la pena farla perché ogni volta che esprimete qualità divine, come il coraggio e la gioia, voi rinascete di nuovo; la vostra coscienza si rinnova nella manifestazione della vostra natura, quella della vostra anima. Questa è la rinascita spirituale che vi pone in grado di “vedere il regno di Dio”.

La Poesia risponde a questo contagio animico, vitale che “fa bene al cuore” … è un invito a Sentire più che a Capire. Ci offre possibilità in gran parte inesplorate perché si è abituati a una lettura distratta e mentale dei versi poetici. 

Le poesie non chiedono di essere capite intellettualmente, ma di essere sentite, percepite con tutto il corpo. Richiedono abbandono e disponibilità di apertura, in un certo senso, richiamano l’atteggiamento (bhav) dello yogi di interiorizzazione (riassorbimento contemplativo) necessario affinché la pratica yogica non sia una mera ginnastica: presenza viva nel corpo e attenzione rilassata sul respiro. 

Allo stesso modo, affinché l’ascolto di un testo poetico non rimanga al livello superficiale dell’intellettualismo mentale, è necessario coltivare una disponibilità differente, essere disposti a rilassarsi rimanendo vigili e attenti (non si tratta di andare in stati di torpore o semi-incoscienza), mantenendo come riferimento di radicamento per non evadere nell’astrazione concettuale, il proprio corpo. Ed ecco che il nostro corpo, le sensazioni percepite con mente calma e rilassata, con il respiro che lo anima, diventa il canale meraviglioso di ri-connessione con la nostra vera natura, l’essere




Sperimentare l’infinito nel finito, il senza forma attraverso la forma e – entrando nello specifico della poesia – il silenzio attraverso le parole. 

Quando la poesia incarna la voce della verità profonda non condizionata, quando coglie l’anima essenziale del ritmo, colta da Agni (il "fuoco divino""che arde nel cuore dell’uomo), essa diviene Poesia mantrica. Una poesia si avvicina al mantra nella misura in cui incarna un’ispirazione intuitiva e rivelatoria (non una mera espressione di “emozioni dell’io personale).

"Nei tempi antichi queste cose erano dei Misteri, riservati a pochi iniziati, ora è tempo per l’umanità di aprirsi a vivere una Verità più grande, sì che anche la poesia possa recuperare qualcosa del suo antico prestigio"  (Sri Aurobindo, Lettere sulla Poesia)

C'è un aspetto tattile che va sottolineato quando si parla della "via del cuore" affinché non rimanga qualcosa di puramente astratto, bensì un cambiamento radicale della prospettiva da cui si osserva la realtà. Tocco divino, musica “toccante”, cuore palpitante, luce pulsante: questo tornare al corpo lasciando la mente atterrare e riposare nelle sensazioni corporali (senza giudizio) depotenzia l’aspetto mentale intenzionale che contrae per facilitare l’ESPANSIONE, che si verifica in assenza di io personale. 

Lasciar vivere la sensazione nel corpo consente la liberazione delle energie. 

É un gesto di inclusione totale, non intellettuale, bensì letteralmente organico, una trasformazione cellulare

“Pulsa qui nel mio cuore ove sboccia la Rosa” (Sri Aurobindo)



LA POESIA CONNETTE CON LA BELLEZZA DEL CREATO: METAFORA DEI CORDONI OMBELICALI


La dimensione universale dell'esistenza - quello spazio più ampio di visione che nella purezza del cuore si schiude ("Beati i puri di cuore perché vedranno Dio"), può essere compreso anche da queste pagine di Thich Nhat Hanh dove l'interconnessione che ci anima viene ben espressa, poeticamente, con la metafora dei cordoni ombelicali

"Un giorno, mentre camminavo, avvertii qualcosa di simile a un cordone ombelicale che mi connetteva con il sole e con il cielo. Compresi molto chiaramente che, se il sole non fosse esistito, sarei morto all'istante. Poi vidi un cordone ombelicale che mi legava al fiume. Improvvisamente seppi che, se non ci fosse stato neanche il fiume, avrei perso la vita, perché non avrei avuto l'acqua da bere. Vidi anche un cordone ombelicale che mi univa alla foresta: i suoi alberi producevano l'ossigeno che mi permetteva di respirare, senza la foresta sarei morto. Percepii anche un cordone ombelicale che mi collegava al contadino che coltiva le verdure, il grano e il riso che cucino per nutrirmi. Quando si pratica la meditazione si comincia a vedere cose che gli altri non vedono.  Anche se non ce ne accorgiamo, tutti questi cordoni ombelicali esistono e ci collegano a nostra madre, a nostro padre, al contadino nei campi, al sole, al fiume, alla foresta e così via. [...] Se dovessimo fare un disegno che ci ritrae con tutti questi cordoni ombelicali, scopriremmo che non sono solo cinque o dieci, ma forse centinaia o migliaia, e noi siamo collegati con ognuno di essi”.


Progetto itinerante 

La Gioia di dialogare con la Voce dei Poeti 

il viaggio continua ...

Roma, Istituto Accademia Yoga 2 dicembre 2023

 

Ecco perché leggere poesie ad alta voce fa bene alla salute

Yoga e meditazione: l'importanza del "vero cuore"

Poesia Quando niente esisteva di Sri Aurobindo



UN QUALSIASI GIORNO A VARANASI

Breve racconto poetico sull'arte del vivere e del morire ispirato a una storia vera, il viaggio dell'autrice in una delle città più sacre e controverse dell'India: Benares.

Testo e foto di Cecilia Martino.

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