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26 aprile 2019

La lanterna di Diogene | La Saggezza del Freddo e del Caldo

Jean-Léon Gérôme Diogenes

In una botte viveva Diogene, e in una botte si sente freddo, a volte. 
Ma il Cane aveva parlato col Freddo, aveva parlato a lungo nelle lunghe notti. 
Al Freddo Diogene aveva chiesto la sua saggezza, e il Freddo risponde a chi possiede un cuore caldo. E fu così che il Freddo e il Cane ingannarono la notte.
“La mia saggezza?”, esclamò stupito il Freddo.
“Gli uomini non chiedono mai della mia saggezza. Tu sei un uomo strano, Diogene”.
“Non sono un uomo”, rispose Diogene. “Non vedi? Io sono un Cane”.
“E che cosa ci fa un cane a questa tarda ora in una botte?”, chiese il Freddo. “Non credi che dovresti trovarti un padrone e dormire al caldo in una cuccia?”.
“Che cos'è che mi proponi”, chiese Diogene, “una cuccia o un padrone?”.
“Eh, eh, mio dolce randagio, non c’è cuccia senza padrone”, rispose il Freddo.
“Ma c’è pur sempre una botte”, disse Diogene.
“Ma non è calda”, aggiunse il Freddo.
“Ma non è una prigione”, concluse deciso Diogene. 
“Sei nella mia saggezza”, rispose il Freddo. “Nessuno può starsene per sempre al caldo, a ogni estate segue un autunno. Chi non è abituato al freddo morirà all'inizio dell’inverno. E per chi vi è avvezzo non fa poi tanto freddo da non arrivare a una nuova primavera”.
E così si fece giorno.


In una botte viveva Diogene, e in una botte si sente caldo, a volte. 
Ma il Cane aveva parlato col Caldo, aveva parlato a lungo nelle lunghe ore del meriggio. 
Al Caldo Diogene aveva chiesto la sua saggezza, e il Caldo risponde a chi possiede uno sguardo freddo. E fu così che il Caldo e il Cane ingannarono il meriggio.
“Della mia saggezza ognuno crede di esserne a conoscenza, ma pochi sono gli uomini che ne vedono la trama”, disse il Caldo.
“Non faccio fatica a crederci”, rispose Diogene, “ma io non sono un uomo. Non vedi? Io sono un Cane”.
“E che ci fa un cane a quest’ora del giorno a riposarsi in una botte?”, chiese il Caldo. “Non dovresti essere in giro affaccendato a cercare un padrone?”
“E a cosa mi servirebbe un padrone?”, chiese il Cane.
“Potresti avere più cibo, di qualità migliore”, rispose il Caldo. “Potresti avere più carezze e una cuccia più comoda”.
“E poi?” chiese il Cane. “Che cosa farei ottenuto tutto questo?”
“Beh, finalmente potresti riposare”, rispose il Caldo.
“E non è forse quello che sto già facendo?”, chiese il Cane.
“Sei nella mia saggezza”, sorrise il Caldo. “Tutti ricercano con frenesia la quiete, lamentandosi che essa non giunga mai loro. Se solo rallentassero un attimo, avrebbero già ottenuto una quiete maggiore
”.
E così si fece notte.

(Tratto da "Vita da cani" Diogene e la filosofia che morde, Niccolò Cappelli)




Buddha riassumeva le cause della sofferenza umana nel fatto che "si vuole sempre ciò che non si ha e non si vuole ciò che si ha". Metaforicamente parlando - nel contesto provocatorio di Diogene - si vuole il freddo quando fa caldo e il caldo quando fa freddo e non si è mai contenti di ciò che c'è nel momento presente perché imprigionati dai bisogni creati dalla e nella nostra stessa gabbia mentale. Il motore del desiderio (quel padrone-ego che il cane randagio-Diogene non vuole proprio seguire) come leva verso qualcosa di sempre diverso, passando da un desiderio all'altro, in una incessante ricerca con sforzo verso il superfluo, in quanto impermanente. Tornare all'essenziale di ciò che è la nostra vera natura, essere umani in quanto presenti a se stessi - la "ricerca dell'uomo" della lanterna di Diogene - riposare nella naturalezza dei ritmi universali, togliere lo sforzo psicologico a un incedere spontaneo della vita più aderente ai dettami della natura.
La vera libertà è una conquista interiore che per lo più accade proprio quando si smette di fare, di volere, di afferrare, di pretendere, di desiderare le cose sempre diverse da come sono, di conformarsi (letteralmente, prendere forma, identificarsi solo con ciò che è visibile) e rincorrere ottenimenti esteriori continuamente diversi e impermanenti.
In sostanza gli aneddoti della vita anti-conformista, anti-sociale, anti-civile anti-buone maniere, anti-tutto di Diogene mordono su questo punto. 

Il poeta mistico tibetano Milarepa andava in giro nudo nutrendosi solo di ortiche (per questo raffigurato spesso con il corpo di colore verde), Francesco di Assisi si denudò delle sue ricchezze scegliendo di indossare ben altre vesti! L'allusione di queste "rinunce" è facile da intuire, se non prese alla lettera quantomeno simbolicamente parlando. 
Il richiamo dell'anima selvaggia (il cane randagio, le ortiche, il dialogo con gli elementi della natura) è l'eco di una saggezza intuitiva che va ben oltre le facili scorciatoie del pensiero comune, massificato, sclerotizzato, dogmatizzato, eccessivamente materializzato o anche spiritualizzato ma solo concettualmente. La via comoda del consenso, della fama, del plauso, della finta socievolezza, della sofistica intellettuale.
Il ritorno alle nostre vere Origini, non può che passare per un atto di ribellione a tutto questo, poeticamente parlando è un richiamo della foresta vero e proprio, e non sempre è docile o rassicurante.

"Non esiste che un modo per andare oltre: attraversare tutto ciò che c'è! Fidarsi della naturalezza delle cose, togliersi importanza personale, tornare alla Natura il più e il prima possibile e … godersi il viaggio, passo dopo passo. Senza fretta, apprensione e aspettative. Accogliere dallo stato naturale la grazia della resilienza, della vigile innocenza, della pazienza attiva. La vita evolve attraverso di noi e ogni singolo passo fatto con questa arrendevole consapevolezza aumenta l’esistenza a noi e a chi ci circonda. Ogni strada non è un percorso solo se ci rifiutiamo di camminare. Anche da fermi, purché le nostre ossa continuino a scricchiolare per benino! Con la fluente calma dell’eterno movimento che toglie peso a ciò che deve accadere. Toglie peso alla pesantezza di ciò che crediamo di essere." (Tratto da : "Il richiamo della foresta")



“Io sono Milarepa, grande per fama, 
la diretta progenie della Memoria e della Saggezza;
Eppure io sono un uomo vecchio, derelitto e nudo.
Dalle mie labbra esce una canzone breve, 
perché tutta la Natura, a cui io guardo, è il mio libro.
Il bastone di ferro, che le mie mani stringono, 
mi guida sull'Oceano della Vita che Cambia.
Maestro io sono della Mente e della Luce;
E mostrando azioni e miracoli, non dipendo da divinità terrene”.

(Cit. in: W.Y. Evans-Wentz (a cura di), Milarepa – Il grande Yogi tibetano)




"Devo ringraziare l'autrice 
perché Cecilia ci immerge
come una nuova Diogene 
in un percorso che forse tendiamo a dimenticare 
quello che ci riporta verso 
il tempo giusto
il momento della riflessione
del sentirci dentro"

(Alessandra Sannella - Docente in Sociologia e Politiche Sociali presso 
l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale )

L'INTERVISTA DI ARACNE TV 


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24 aprile 2019

La lanterna di Diogene | Una vita senza fiuto

Johann Tischbein, Diogene cerca l'uomo


I colori della sera s’oscurano di una luce indefinita, quando i contorni e gli oggetti da essi racchiusi lentamente ritornano a un principio che tutto assorbe: è il crepuscolo.
Gli uomini si fanno raminghi, stringendosi nel manto notturno come in una veste ornata di stelle. Piccole luci di fiaccole serpeggiano tra le strade, dando forma a una via lattea dalle tinte metropolitane.
Quando il crepuscolo ci chiama, quando ogni giorno richiama la nostra attenzione a tutto ciò che si conclude per dar vita a un nuovo inizio, altri sembrano gli uomini che popolano la Terra, o altri gli uomini che in noi prendono vita.

Soltanto alcuni ne avvertono il mistero, coloro che vedono ombre nel buio che i molti non riescono a vedere, coloro che soli fuggono verso il Solo.



Diogene sapeva tutto questo, e proprio per questo nulla aggiungeva se non un sorriso fatto di rimando al Cielo e alla Terra, e a ciascuno fra coloro che in quel sorriso riusciva a udire tutti i suoni del mondo.
Era il crepuscolo, e alla mente poetica si aggiungeva il gorgoglìo di uno stomaco vuoto. Diogene era poeta, ma anche i poeti hanno fame; anzi ne hanno il doppio di un uomo di prosa, perché in loro assieme allo stomaco costantemente reclama la sua parte una insaziabile fame di bellezza.
Era il crepuscolo, e comunque la si voglia mettere Diogene aveva fame.
Tra le bianche pietre che pian piano assorbivano il colore della notte, Diogene se ne stava adagiato chiedendo l’elemosina.
La folla un po’ lo turbava sempre, gli ricordava quei molti che non riconoscono le ombre nel buio.



A volte Diogene guardava gli altri chiedendosi come gli altri vedessero lui.
Beh, un po’ se lo immaginava, ovviamente, ed esperienze a riguardo non gli mancavano certo. Ma quello che Diogene si chiedeva non era esattamente cosa gli altri vedessero in lui, ma cosa di lui si vedessero gli altri. Perché lui negli occhi degli altri vedeva un altro Diogene, un altro possibile sé, un cane domestico, potremmo dire.
Lui, che di randagio vestiva i panni della naturalezza, dove gli altri indossavano gli ornamenti della civiltà; lui, che di randagio possedeva la libertà di parola – della quale peraltro faceva largo uso – mentre gli altri possedevano le norme dell’etichetta; lui, che di randagio respirava l’aria fredda se faceva freddo, e l’aria calda se faceva caldo, mentre gli altri correvano al caldo se faceva freddo, o correvano al freddo se faceva caldo; lui, che di randagio aveva lo sguardo sprezzante per le comodità, pur non facendo niente che gli arrecasse una fatica inutile, e gli altri che, pur essendo indaffarati ogni istante della loro vita, agognavano senza sosta una vita fatta di comodità. Lui, che di randagio più che altro non aveva, e gli altri, che al contrario avevano, più che altro.



Chissà se loro si vedevano altri in lui, se si vedevano spogliati, messi a nudo, se si vedevano randagi. Chissà. Eppure anche se non avrebbero voluto assomigliargli esternamente – e questo Diogene lo sapeva, non era un illuso – ciò che lui portava dentro era esattamente quello che loro andavano cercando.
Ma lo si può trovare dove essi lo cercano?
Lo si può forse raggiungere come essi cercano di raggiungerlo? Diogene credeva di no.
No, non lo credeva: Diogene lo sapeva. Una bella casa, certo, non una botte. Dei bei vestiti, e non quelli vecchi di Diogene. E perché no: anche del cibo raffinato e abbondante, e non lo stomaco vuoto di un cane. Erano cose brutte, forse? No, non lo erano. Una bella casa e un bel vestito non possono essere brutti, non lo possono per definizione. E allora? Non è forse onesto aspirare a tutto questo? Non lo è, Diogene? Certo che lo è, ma ci vuole fiuto, stupidi umani!

Ecco che cosa manca agli uomini, il fiuto magistrale del cane. E nella vita senza fiuto si perde la strada.

Anche un fiore può avere forma e colori di squisita bellezza, ma quello stesso fiore può essere velenoso. Ci vuole fiuto. Diogene si vedeva un cane domestico e non si piaceva. Era più pulito, più profumato; era più in carne e più riposato, ma non aveva più lo stesso fiuto. Era più tante cose, ma era meno se stesso. Diogene era meno felice.


O virtù! Scienza sublime delle anime semplici, occorre proprio tanta fatica e tanto apparato per conoscerti? Non sono forse i tuoi princìpi scolpiti in tutti i cuori, e non basta per imparare le tue leggi rientrare in se stessi e ascoltare la voce della propria coscienza nel silenzio delle passioni? Ecco la vera filosofia. (Jean-Jacques Rousseau, non a caso sarà definito un Diogene raffinato)

È questo il grande desiderio di Diogene: trovare l’uomo, l’uomo che vive in armonia e coerenza con la sua più intima natura, al di là di tutte le convenzioni e gli artifici con i quali ha soffocato la sua autenticità. E quando diciamo che Diogene cercava l’uomo, intendiamo proprio che lo cercava fisicamente, aggirandosi in pieno giorno per le strade di Atene con una lanterna accesa in mano, inaugurando così quell'arte basata sulla provocazione che da Diogene in poi sarà l’arma filosofica prediletta dai cinici.


(Tratto da "Vita da cani" Diogene e la filosofia che morde, Niccolò Cappelli)



Leggi anche, tratto da un mio viaggio in Grecia:


John William Waterhouse, Diogene


"Perché lui aveva tutto quello che serve a uno scribacchino per salvarsi: lo sguardo primitivo che agguanta fulmineo dall'alto il suo nutrimento; la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino, con cui guardare incessantemente alle cose come se fosse la prima volta e che restituisce la verginità ai secolari elementi quotidiani - vento, mare, fuoco, donna, pane; la sicurezza della mano, la freschezza del cuore, l'ardire virile di beffarsi della propria anima, come se avesse dentro di sé una forza superiore dell'anima stessa; e infine la risata limpida e selvaggia che scaturiva da una sorgente profonda, più profonda delle viscere dell'uomo, e che nei momenti cruciali esplodeva liberatoria dal vecchio petto di Zorba; esplodeva ed era capace di demolire, e demoliva tutte le barriere - morale, religione, patria - che le persone sventurate e impaurite erigevano per sfangarsela senza troppi danni nella propria misera vita" 

(Zorba il Greco, Nikos Kazantzakis) 



Leggi anche, dal Blog: 


"Un uomo? Che cosa vuol dire?" "Che sono libero"


"Devo ringraziare l'autrice 
perché Cecilia ci immerge
come una nuova Diogene 
in un percorso che forse tendiamo a dimenticare 
quello che ci riporta verso 
il tempo giusto
il momento della riflessione
del sentirci dentro"


(Alessandra Sannella - Docente in Sociologia e Politiche Sociali presso
l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale )

L'INTERVISTA DI ARACNE TV









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26 settembre 2016

Grecia: la struggente bellezza di Capo Sunio

"Abbiamo braccia abbastanza grandi ... ma, soprattutto, abbiamo ali" Capo Sunio, 13 Settembre 2016
L'orizzonte aperto sull'abbraccio infinito del mare e una vela cullata dal soffio di Eolo in lontananza: quasi un'eco di mortalità tra braccia immortali, le possenti braccia di Poseidone. Ne ho momentaneamente alle spalle il suo Tempio, mentre lascio che il mio sguardo anneghi nelle profondità del mare. A Capo Sunio (o Sounion) il sole è alto, il vento prorompente e la Terra sibila in ogni direzione e par di udire nel brusio scomposto del vento, lontane voci provenienti da mondi invisibili. La terra emerge dalle acque sotto i miei piedi nudi, ne sento la consistenza che mi solletica l'umore, la voglia insieme di camminare e di fermarmi a meditare... zolle di un angolo di mondo che, assiso sul trono del Re degli abissi, tuona melodiosi silenzi da depositarci il cuore. E il cuore è ciò che prende forma sbarazzandosi del superfluo, la Grande Madre me lo appunta sul suo ventre ruvido quando, ad occhi bassi ci finisco dentro in un sospiro. ... 
Va dove ti porta il cuore. 

Capo Sunio, Settembre 2016 - Va dove ti porta il cuore... Foto ©CECILIA MARTINO


"Che io possa divenire terra, che io possa divenire cielo, che io possa divenire la montagna, che io possa divenire il mare, che io possa crescere, allargando e allungando il mio corpo, fino a disperdermi nel Vuoto dell’Infinito"… è la prima melodia che recita l'anima selvaggia al cospetto di quel mare tanto vicino alle Origini della mia storia e di ogni storia, riconosco le mie testarde radici calabresi che mi fanno esultare quando sotto le piante dei piedi nudi mi brucia la terra arsa dal sole... Calabria, Magna Grecia! 


Capo Sunio, Tempio di Poseidone, 12 Settembre 2016
Sarà per questo che ora da quassù, a Capo Sunio, davanti a ciò che resta del Tempio di Poseidone e davanti a Poseidone stesso che ulula tra le raffiche di vento, mi par di dialogare ancora più da vicino con i miei avi e con le numerose donne della mia stirpe, mi par di sentirle come un paio d'ali dietro la schiena le mie prime bracciate nello Jonio blu all'età di un anno e forse meno, con i braccioli più grandi di me e con una gioia più grande di me. La Grandezza dell'infinitamente piccolo. 

Panorama da Capo Sunio - ©Foto CECILIA MARTINO



Dentro l'acqua sono sempre stata più felice che altrove. Il mare mi perseguita nei sogni, turbolento, perseverante, invadente, esorbitante, insistente... rende umidi i miei appigli, arrugginisce gli ormeggi ma non i sentimenti, quelli li nutre di selvatiche maree, la mia pelle olivastra ha trattenuto il sale di milioni di molecole marine e gli ulivi, le zagare e i gelsomini mi zampillano da lacrime e sudore... Davanti al mare perdo tutte le coordinate, in un risucchio di meraviglia divento vuota e mi si riempiono le ossa di acqua, divento mare all'istante, nuoto leggera partecipando al grande mistero universale. Lascio a Ulisse la sua voglia di tornare a casa, mi tengo la mia inspiegabile malia di sentirmi a casa in mezzo al mare... 

 "Itaca ti ha dato il bel viaggio, senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos'altro ti aspetti? Soprattutto, non affrettare il viaggio" (Kostantin Kavafis) Foto©CECILIA MARTINO



Apro le braccia al cielo e il respiro di salsedine ansima di tenerezza. Penso a Saffo e al suo marinaio Alceo - "ma non è facile per noi, uguagliare la bellezza delle dee" - la loro passione consumata con la complicità di barche divelte, ancore e vele da issare - "ora risplende tra le donne di Lidia come, quando il sole è tramontato, la luna dalla dita di rosa vince tutte le stelle; la sua luce si spande sopra il mare salato e sui campo fioriti; la bella rugiada si versa, fioriscono le rose, il tenero cerfoglio e i fiori del meliloto"... Canta Saffo, canta... che nulla vale più al mondo di ciò che si ama. E solo i canti di passione durano. 

"Eros ha scosso la mia mente, come il vento che giù dalla montagna si frange sulle querce" (Saffo) Foto ©CECILIA MARTINO


Capo Sunio, sacro promontorio di nostalgici tramonti e purpuree albe! Quale vertigine mi coglie nel precipizio che ti tiene sospeso tra terra, mare e cielo. La stessa che, probabilmente, colse il re di Atene, Egeo, l'attimo immediatamente prima di gettarsi in quelle acque che poi avrebbero preso il suo nome. Mar Egeo, finché morte non ci separi. Mi sporgo quel tanto che mi serve per farmi assaporare l'istante in cui è più facile morire, quando hai l'amore così vicino a te che tutto si riduce a un brivido esistenziale di indifeso stupore. Nell'istante in cui sei pronto a morire, la vita è tutta lì.

Con Selene a Capo Sunio, Tempio di Poseidone -  13 Settembre 2016



Per partecipare ai Viaggi del fare anima 
con Nonterapia e Voyages Illumination: 
www.voyagesillumination.com

Sempre dalla Grecia











Amore che vivi 
tra le fragranze recondite di lidi lontani
con orizzonti saturi di mistero
lascia che io ti viva 
appassionatamente vicina a ciò che più mi è caro: 
la tua partenza in ogni mio ritorno 
il tuo ritorno in ogni mia partenza
Abbiamo braccia abbastanza grandi
per poterci circuire 
senza sazietà di rimanere
Abbiamo braccia abbastanza grandi ... 
Ma, soprattutto, abbiamo ali. 


23 settembre 2016

Grecia: Sifnos, l'amore trionfa sull'Isola dei Poeti

Sifnos, mare di Platis Yialos©Foto CECILIA MARTINO
Dimenticatevi il caos di Santorini e la ridondanza di Mykonos, e tirate un profondo respiro: sull'Isola dei Poeti, le Cicladi scrivono sul foglio bianco del silenzio i versi più belli che possiate immaginare. Da spartire in dolce compagnia di voi stessi e tutt'al più con qualche pescatore che, mansueto armeggia con gli strumenti del mestiere, completamente immerso nella sua missione. La sua missione: il mare. Il mar Egeo sulla spiaggia di Platis Yialos (o Aigialos o Gialos), tappa del mio soggiorno a Sifnos, alla mattina presto è trasparente come la mente dopo le pratiche di meditazione svolte all'albeggiare, ha venature di luce che sembrano volerti insegnare l'arte della prospettiva impermanente su cui posare lo sguardo, e il cuore. 

Vista dall'Alexandros Hotel, Platis Yialos, Sifnos ©Foto CECILIA MARTINO


All'orizzonte prende il largo il paesaggio brullo delle colline e piccole valli, le cupole blu delle tipiche costruzioni elleniche, gli sprazzi di bianco come macchie di vernice adamantina, tipici delle case locali. Il primo sorso di tè a colazione, accompagnato da una fetta di pane integrale con olive nere e pomodori del posto è una carezza dell’anima, mi arriva tutto il sapore della Terra, il canto degli ulivi e le mani callose dei contadini chini sulle sementa in qualche campo dove non ci può fermare, ma solo transitare… Credo di non avere mai mangiato con tanto gusto pane e crema di olive nere per tanti giorni di seguito senza mai provare un senso di sazietà. 


La vista dal Ristorante Maiolica, sulla spiaggia di Platis Yialos, Sifnos ©Foto CECILIA MARTINO


E credo di non aver mai mangiato così bene, tra i vari ristoranti provati sul posto, come da Maiolica, che segnalo con molto piacere. Qui, infatti, la selezione delle materie prime è al primo posto e nel menu ci sono molte alternative vegane che, ovviamente, ho molto apprezzato. Sul podio dei miei piatti preferiti gustati in questo buen retiro di gusto direttamente sulla spiaggia con vista splendida sul mare: Hummus con grigliata di verdure; involtini “Raw Vietnamese Style” con verdure e una sfiziosa e rinfrescante salsa al lime di accompagnamento; Insalata Tabbouleh con bulgur biodinamico. Per farvi un’idea – anche della cura estetica con cui vengono presentati i piatti, date un’occhiata al sito e alla Pagina Facebook.

Ogni tuo passo è un respiro dell'Universo. Sifnos, Settembre 2016 

Lungo la spiaggia si susseguono locali, ristoranti e botteghe artigianali dove trovare souvenir in stile cicladico, soprattutto gli oggetti di ceramica di Sifnos dai colori sgargianti, impossibile resistere (salvo riuscire a portarli intatti a casa!). A punteggiare l’orizzonte dalla “spiaggia ampia” del luogo (questo significa letteralmente il toponimo “platis aigialos”, il monastero ottocentesco della Madonna della Montagna (Panagias tou Vounou), la Torre Bianca (Aspros Pirgos), la più famosa delle 55 torri antiche dell’isola e poi… nient’altro che blu, verde acqua, turchese. Mare. Intorno a Sifnos, infatti, non esistono isolette più piccole, tranne l’isoletta non abitata e deserta Kitriani, in direzione sud, vicino al braccio di terra Kontos. 


Dalla mia camera presso l'Alexandros Hotel, Platis Yialos, Sifnos 



Il respiro dell’anima selvaggia fluisce morbido tra un’ode all'amore ispirata direttamente da Afrodite spumeggiante tra le onde del mare e le forme fluide, sinuose a abbondanti dei vasi di terracotta e ceramica ovunque sparsi come decoro nelle strutture alberghiere, ma anche nell’immaginario del ritorno alla Grande Madre, il ritorno a Casa. 

ENTUSIASMO. Dal greco: avere il dio dentro ... "come di quel poeta che ispirato divinamente raggiunge l'estasi
Sifnos, Settembre 2016



Celebro la missione dell'anima come un’offerta da deporre sulla terra degli dei per eccellenza, dentro al cerchio sciamanico aperto sotto un albero sulla spiaggia di Sifnos e chiuso tra i crinali lievi del Parco dell’Acropoli di Atene sotto il Partenone all'imbrunire: momenti speciali che prendono vita come fulminee ispirazioni, ignari di qualsiasi programmazione prestabilita. 
Il ritiro sull’Isola di Sifnos, allo scoccare dei miei 40 anni di età, è stata forse una delle poesie migliori che potevo scrivere vivendo, con la complicità universale. Vi hanno preso parte demoni e dei, dee, amanti, antenati e soprattutto antenate, avi e spiriti esausti forse un po’ grotteschi ma pur sempre cantori ineccepibili della mia storia personale. Ho calpestato l’arenile con lo stesso tremore estatico di uno Zorba danzante, e ho mescolato sangue a palo santo con la stessa corroborante rinuncia di una madre partoriente. L’Amazzone che è in me ha teso coraggiosamente le mani sull'ultima frontiera da esplorare, Medea ha deposto le armi sacrificali e salvato i suoi figli. Tutto è perfetto… e l’Amore non è mai stato così irresistibile. 


"Una storia è bella, finché non se ne racconta un'altra" (Esopo)

Orizzonte chimerico
non bellezza, ma incanto
quell’essere infinitamente sospesa
tra il non ancora e il mai più. 
Eppure, così presente.
Mistero di onnipresenza
ti porgo, indomita, il mio Amore
che è sempre qui
e sempre altrove


"Finché avrò fiato nei polmoni, Amerò. E anche dopo." (Saffo) - 10 settembre 2016

Sempre dalla Grecia


Benvenuta Selvatichezza! Sulla spiaggia a Platis Yialos, Settembre 2016

21 settembre 2016

Grecia: Delfi, l'ombelico del mondo e della Grande Madre

Tempio di Apollo, Delfi - 11 Settembre 2016

Delfi, il cuore oracolare della Terra antico oltre 2000 anni, continua a proferire i suoi vaticini a chi ha orecchie per sentire e occhi per vedere, al di là delle folle di turisti e della manualistica accademica, dentro un silenzio che si respira con la pratica dell'attenzione. 

Lo spirito di Delfi risuona con la bellezza di Apollo, qui si trova il maggiore santuario dedicato a lui, avvenente dio amante della musica e delle arti – sembra quasi di vederlo in diletto con le sue Muse tra le creste selvatiche del Parnaso! – contornato da una miriade di simboli legati alla sua mitologia: delfino, alloro, tripode, l’amore nella forma spirituale (l’apollinea tensione estetica cui corrisponde l’opposto fervore estatico dionisiaco). Quell'AMORE che, sempre e da sempre, smuove il mondo, onnipresente forza da cui scaturiscono tutti gli eventi e le vicissitudini, anche sull’Olimpo. 

Amare ed essere amati, in sostanza, è il nucleo essenziale della vita, un amore privo di attaccamenti, pregiudizi e aspettative che può compiersi solamente nel ritrovamento interiore, quella voce che ha tutte le risposte, quell'abbraccio che ha tutta la potenza dell’universo intero, quel centro perfetto di sé da cui si diramano le trame del mistero a cui darsi incessantemente.  

Gnothi seauton! 
Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo!


Per darsi, occorre superare tutti i confortevoli appigli mentali e precipitare nel regno imponderabile dell’invisibile e dell’inatteso. Solo questo vuol dire amare. Delfi, terra di misteri, oracoli e vaticini, luogo sacro più importante dell´antica Grecia, ce lo ricorda ad ogni passo. 


COSA HA DA DIRCI L'ORACOLO DI DELFI

La rupe chiamata Hyampeia, sul Parnaso, davanti al Tempio di Apollo, dove – secondo Plutarco – trovò la morte il favolista Esopo, accusato di sacrilegio dagli abitanti di Delfi. Foto ©Cecilia Martino
La rupe chiamata Hyampeia, sul Parnaso, davanti al Tempio di Apollo, dove – secondo Plutarco – trovò la morte il favolista Esopo, accusato di sacrilegio dagli abitanti di Delfi. Foto ©Cecilia Martino

La Pizia (la quale veniva scelta tra le donne meno colte del popolo) proferiva i suoi responsi in stato di trance, masticando foglie di alloro (simbolo del dio di cui si faceva tramite) e inalando i vapori eccitanti (etilene) scaturenti dalla fessura del suolo che di sicuro contribuivano all'effetto esilarante, ma il punto è: non servono nozioni intellettualistiche per dialogare con l’anima, l’anima non ha bisogno di idee, ma di spazio. Lo spazio dell’intuizione e della creatività. La divinità si concede se sei in grado di andare fuori controllo e non servono gas esilaranti o sostanze allucinogene, ma un’attitudine certa a morire a se stessi e al proprio ego. Ci vuole purezza di intenzioni (e vergine doveva essere la Pizia, oltre che poco colta). La Pizia partoriva sentenze incomprensibili (che poi venivano “tradotte” dai sacerdoti del tempio), selvaggiamente scomposta nel suo sacrum facere come le sciamane di ogni tempo che vengono possedute da spiriti e forze naturali a cui offrono il corpo per potersi fare tramite di messaggi oracolari che non chiedono di essere interpretati, analizzati, compresi con la mente. Le voci degli oracoli, degli sciamani, dei mistici sono canti a cui affidare piuttosto il cuore. Sono la Poiesis direttamente in azione, occorre solo aprirsi con fiducia ad essi.
La Pizia, Oracolo di Delfi

La Pizia nella sua estasi vaticinante è l’elemento femminile da cui scaturisce il caos della creazione, il fermento di ogni nuova vita, possibilità di rigenerazione costante, il tremore stesso della Madre nel suo atto di puro piacere creativo, l’ombelico centro vitale, quell’omphalós (vaso a forma di uovo) che spicca ancora oggi tra le rovine del sito archeologico di Delfi. Da lì, cioè direttamente dal ventre della Madre Terra, l’ombelico sacro del mondo, la profetessa riceveva l’ispirazione. Lì seduta su un calderone sacrificale chiuso da un coperchio e poggiato su un tripode.
L'omphalos di Delfi - Foto ©Cecilia Martino
L’omphalos di Delfi – Foto ©Cecilia Martino



A tentare di interpretare i messaggi della Pizia per restituirne una sorta di senso ai richiedenti venuti fin lì da ogni dove, non poteva che essere l’elemento maschile, i Sacerdoti, non solo uomini ma anche religiosi, rivestiti cioè di un ruolo ben preciso all’interno del tempio (la corporazione sacerdotale). La Pizia è una outsider per eccellenza. Ci richiama al senso autentico del sacrum facere, quello non filtrato dalla religione, che non chiede dogmi a cui credere ma esperienze dirette per celebrare la vita in tutta la sua integrità. Il rito sta al corpo come l’analisi sta alla mente. Nel corpo che diventa veicolo di contatto e dialogo con l’anima si sedimenta la conoscenza diretta del divino, quella intuitiva che si sperimenta fin dentro le cellule. Il corpo nella sua immobilità meditativa o nella sua scomposta trance estatica è il simbolo per eccellenza del viaggio verso l’invisibilità, che è il darsi al mondo degli spiriti, al divino, all’anima mundi. Corpo in greco si dice soma e con soma nello yoga si indica anche l’amrita, l’elisir divino, il nettare dell’immortalità. La cerimonia oracolare a Delfi prevedeva anche l’offerta sacrificale di una capra che precedeva la consultazione della Pizia. A livello simbolico, l’offerta del corpo quale cibo per gli dei, è sempre un morire a se stessi, de-personalizzare la realtà vedendone la sostanziale impermanenza di fondo quale immagine, sogno, pura apparizione. Il rito del Chöd (offerta del corpo) propria del misticismo tantrico tibetano è in tal senso esemplare.

Vale la pena meditare sul fatto che l’oracolo
non dà mai risposte certe, anzi.
E che forse dovremmo smettere di cercarle.
All’anima che si svela e che tutto contiene
non servono conclusioni, ma ispirazioni.

“L’oracolo non dice né nasconde: dà segni” 
(De Pythiae oraculis, Plutarco)



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