21 dicembre 2021

La Gioia di dialogare con la Voce dei Poeti | Cecilia Martino



Riscoprire la bellezza del vero ascolto attraverso letture meditate di testi poetici, di parole e di silenzi. 

C’è qualcosa di molto sottile che rende la Poesia una confidenza legata alla vita quotidiana molto più di quanto si sia soliti pensare. Non una evasione, non un puro diletto da accademici, nemmeno un romanticismo fine a sé stesso. 

La Voce dei Poeti risuona da un luogo che offre a ciascuno di noi il potenziale di armonizzarci con quanto ci rende più squisitamente umani: la relazione dialogica con noi stessi e con l’altro. 

Siamo sicuri di sapere veramente ascoltare - che sia un testo poetico o la confidenza di un amico, o le nostre stesse emozioni? 

Un vero dialogo inizia sempre da un ascolto sincero, ripulito da frasi fatte e da un linguaggio mortificato dal senso comune. 

La parola poetica è di per se stessa veicolo di un dialogo più autentico perché rompe gli schemi del linguaggio logocentrico denotativo, finalistico ovvero tendenzialmente indirizzato a un obiettivo: informare, indottrinare, documentare, definire, spiegare, interpretare, analizzare, razionalizzare, catalogare, concettualizzare, tematizzare. 

Il linguaggio plurisensoriale, analogico, mitico, allusivo, della Poesia, invece, non vuole significare nulla, ha rispetto del mistero da cui nasce e a cui si rivolge, l'essere umano in quanto mistero vivente. E' un linguaggio per lo più celebrativo, una lingua polisenso che non dona certezze ma evoca il turbamento dell'anima, una lingua che non dice ma chiama, più simile a una preghiera, a una rivelazione, a un tocco, a una Chiamata appunto. Un accenno, non una trama già definita. 

Qualcosa che ci sorprende, o che ci "arriva" intimamente, non si dice forse che è "toccante"? Uno scambio davvero autentico non è forse un entrare in con-tatto?



"Ognuno ti chiama verso di sé; io ti invito solo dentro te stesso". (Rumi)

L’invito di questi incontri poetici di "ascolto creativo" è quello di trascorrere qualche ora in compagnia di tale Voce, accompagnati da letture di brani e di silenzi, in una esperienza libera da ogni sapere precostituito, al suono di parole che invitano a una percezione inusuale di emozioni, respiri e pensieri. 

Parole nuovamente vive, vitali e rivelatrici.

Un percorso mai tracciato, di intimità trasformativa, da percorrere insieme ai partecipanti nel rispetto del mistero che ci anima, ci monda e ci umanizza. 


"Mi dà gioia poter trasmettere l’esperienza di ricettività e percezione diretta mediante la lettura di brani poetici. Perché a me la poesia ha sempre preso per mano, ben oltre uno sterile diletto intellettuale scollegato dalla vita quotidiana. Ci si può lasciare davvero sorprendere dalla poesia, come dalla vita!" (Cecilia Martino)

"La gioia di dialogare con la Voce dei Poeti" è un progetto itinerante che farà tappa ovunque ci sia opportunità e grazia di riceverlo. Contatti:  ilmestieredeldare@gmail.com

#lagioiadidialogareconlavocedeipoeti

Instagram @ceciliaisha

https://linktr.ee/ceciliamartino

Roma, 26 Novembre 2021 - Incontro La Gioia di dialogare con la Voce dei Poeti a Roma


“Io sono la Luna, dappertutto
e in nessun luogo.
Non cercarmi al di fuori;
abito nella tua stessa vita.
Ognuno ti chiama verso di sé;
io ti invito solo dentro te stesso.
La poesia è la barca
e il suo significato è il mare.
Vieni a bordo, subito!
Lascia che io conduca questa barca! “ 

(Rumi) 



“Né l'intelligenza, né l'immaginazione, né tantomeno l'udito sono i veri ricettacoli della delizia poetica, proprio perché non sono i suoi veri creatori; sono solo i suoi canali e strumenti; il vero creatore, il vero conoscitore, è l'anima. Quanto più direttamente la parola raggiunge l'anima, immergendovisi profondamente, più la poesia è grande. Un Ananda divino… una tale gioia spirituale è ciò che l'anima del poeta sente e che, quando oltrepassa le difficoltà umane del suo compito, riesce a "riversare" in tutti coloro che sono preparati a riceverla. E questa delizia non è solamente un passatempo divino, ma è un grande potere formativo ed illuminante”. (Sri Aurobindo) 


GRAZIE A CHI, PARTECIPANDO, LASCIA IL SEGNO


 

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IL POETA NON SI SBAGLIA 



12 dicembre 2021

14 dicembre San Giovanni della Croce | I versi immortali del mistico poeta


Nell'iconografia tradizionale il Santo Giovanni della Croce, al secolo Juan de Yepes Álvarez (24 giugno 1542 -  14 dicembre 1591) è spesso rappresentato seduto a uno scrittoio mentre contempla quasi in estasi il cielo, sospendendo la scrittura. 

Non c'è dubbio che le profondità interiori di questo uomo intimamente votato al divino e ispirato dal Vangelo in maniera diretta, ardita e originale, giungessero come per emanazione a chiunque si trovasse al suo cospetto.
Anche la grande mistica e santa Teresa d'Avila ha lasciato testimonianza colma di ammirazione e devozione in alcuni dei suoi scritti (le Fondazioni e le Lettere).

"Era così buono - scrive Teresa d'Avila - che potevo più io imparare da lui che lui da me … È molto grande agli occhi di Dio, è pieno di saggezza. Non gli ho mai visto un'imperfezione.  È 
un uomo pieno di coraggio, di grande orazione e di molta prudenza"...

Tale levatura interiore di San Giovanni matura in un contesto di vissuto personale alquanto turbolento che ha come centro propulsore Baeza, una città della Spagna meridionale, in Andalusia, lungo le rive del Guadalquivir e per il quale approfondimento anedottico rimando a informazioni facilmente reperibili anche in Rete (suggerisco il  sito ufficiale dei Carmelitani Scalzi

Lascio che a parlare siano piuttosto i versi delle sue opere che trasudano mistica e poesia in un fervido connubio di grande intensità da cui chiunque può trarne spunti e ispirazioni in qualsiasi momento. 

Alla Poesia, infatti, San Giovanni - così come tutti i più grandi mistici, asceti, saggi e filosofi realizzati in Spirito - ha lasciato l'ultima parola, l'unica possibilità di approssimarsi al dialogo originale che sgorga dal silenzio di preghiera e meditazione, 
decantando liricamente il controverso cammino della Vita come una impeccabile ascesi verso l'unione con l'Amato, con Dio.

San Giovanni della Croce è considerato tutt'oggi uno dei maggiori poeti in lingua spagnola.



LA SALITA DEL MONTE CARMELO E LA POESIA DEL NADA Y TODO

Schizzo a mano di San Giovanni della Croce
per illustrare il cammino ascetico di ricongiungimento a Dio 


Tra le sue opere più esaustive in tal senso, il Cantico spirituale, la Notte oscura e, soprattutto, la Salita del Monte Carmelo, un vero e proprio viaggio- pellegrinaggio verso quello che viene evocato come Monte della Perfezione, il luogo cioè  - o piuttosto la dimensione coscienziale - dove si compie l'Unione, la consacrazione definitiva, incarnata su questa terra, a una vita divinamente ispirata.
Il Dono totale di sé si inserisce nella dottrina ascetica del Nada Y Todo (Nulla e Tutto) a cui aderì rigorosamente San Giovanni della Croce e a cui si riferiscono alcuni dei versi più celebri inseriti nella Salita del Monte Carmelo e dallo stesso Giovanni esposta nello schizzo eseguito per illustrare l'ascesa al Monte della Perfezione nonché la Salita del Monte Carmelo.

Trascrivo i versi e ne consiglio la lettura in forma contemplativa.
Qualche suggerimento per tale pratica di lettura potete trovarla in questo post: Leggiamo poesie come non abbiamo mai fatto 
finora




Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.

Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.

Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.

Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.

Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.

Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.

Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

Quando ti fermi su qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto.

Per giungere interamente al tutto,
devi totalmente rinnegarti in tutto.

E quando tu giunga ad avere il tutto,
tu devi possederlo senza voler niente poiché se tu vuoi possedere qualche cosa nel tutto,
non hai il tuo solo tesoro in Dio.

(San Giovanni della Croce)

Giovanni concluderà affermando: "In questa nudità lo spirito ha il suo riposo e la sua quiete […] perché si trova nel centro della sua umiltà. 



La figura, la vita, le opere, la poesia di San Giovanni della Croce ispirarono a più riprese altri animi sensibili all'arte come espressioni dell'anima e al richiamo del divino come mistero ineffabile di vita da nutrire con umiltà e stupore, fede e coraggio, gioia e calore.

 Tra questi personaggi, spicca il poeta T. S. Eliot il quale ha non solo ripreso, bensì attentamente parafrasato, il pensiero di Giovanni della Croce, in particolare il concetto di "Notte Oscura" dell'anima e la dottrina del Nada y Todo. I versi di Eliot, risuonano così: 

Per arrivare dove siete

per andar via da dove non siete, per arrivare là,

dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.

Per possedere ciò che non possedete

dovete seguire la via della rinuncia al possesso

Per arrivare a quello che non siete

dovete andare per la strada nella quale non siete.

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete

E ciò che avete è ciò che non avete

E dove siete è là dove non siete»

(Thomas Stearns Eliot, 1888-1965 – Quattro quartetti)


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In tempi più recenti, come non ricordare la cantante Giuni Russo che negli ultimi anni della sua vita ebbe una vera e propria conversione leggendo le opere di Teresa d'Avila e attingendo non poca sublime ispirazione dalla mistica dell'ordine delle Carmelitane Scalze e dalla figura di San Giovanni della Croce. Ispirata a un cantico spirituale del Santo spagnolo è la canzone "La sua figura", una perla che riverbera di luce a metà tra preghiera, confessione, lamento e purezza di suono grazie alla voce di Giuni Russo, potentemente ispirata e connessa a frequenze letteralmente divine. 

"Sai che la sofferenza d'amore non si cura,
se non con la presenza della sua figura;
come un bambino stanco ora voglio riposare
E lascio la mia vita a te".








07 dicembre 2021

La bellissima Poesia iniziatica "Incarico della Dea delle Stelle"

Io che sono la bellezza della terra verdeggiante
e la candida luna tra le stelle
e i misteri delle acque,
chiamo le vostre anime perché si levino e vengano a me. 
Poiché io sono l'anima della natura stessa, 
Colei che ha creato tutto l'universo. 
Da me provengono tutte le cose e a me tutte devono ritornare. 
Fate sì che Mi veneri un cuore pieno di gioia, perché ricordate:
tutti gli atti di amore e di piacere sono i Miei rituali. 
Che dentro di voi regni la bellezza e la forza, 
il potere e la compassione, 
l'onore e l'umiltà, la gioia e la reverenza. 
E voi che cercate di conoscerMi, sappiate che la vostra ricerca e il vostro struggimento saranno vani, 
se non conoscerete il Mistero:
perché se non trovate dentro di voi quello che cercate, 
non lo troverete in nessun altro luogo. 
Poiché ricordate, sono stata con voi fin dal principio,
e sono ciò che si ottiene alla fine del desiderio. 


(Il tradizionale "incarico della Dea delle Stelle", dal libro Madrepace di  Vicki Noble nella versione di Starhawk, autrice del libro Danza a spirale) 


PRATICA DI ASCOLTO CREATIVO: LEGGIAMO POESIE COME NON ABBIAMO MAI FATTO FINO AD ORA




Agenda delle Streghe - 2022
Gennaio/Dicembre
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22 novembre 2021

Santa Cecilia nell'arte | 6 bellissime rappresentazioni della Patrona della musica

Da Artemisia Gentileschi a Raffaello passando per la struggente statua di Maderno. La storia di Santa Cecilia con gli occhi dell'arte.





Statua di Stefano Maderno
: statua in marmo datata 1610, conservata presso la Basilica di Santa Cecilia in Trastevere.

Una statua-capolavoro in marmo che rappresenta il momento della ricognizione del corpo della martire, ancora nella posa seguente l'atroce tortura. Posa per certi versi innaturale ma che sembrerebbe riportare abbastanza fedelmente l'atteggiamento in cui venne ritrovata e al quale si è ispirato lo scultore semisconosciuto Stefano Maderno seguendo la descrizione rilasciata da Antonio Bosio (1575-1629) archeologo e studioso della storia antica della Chiesa che partecipò alla famosa ricognizione del corpo di Santa Cecilia avvenuta il 20 ottobre del 1599 a Roma. Viene ricordato come  uno degli eventi più noti della storia religiosa moderna. 

Cecilia venne trovata «adagiata sul lato destro, le ginocchia appena ripiegate», con «una stoffa leggera di seta verde, rigata di rosso scuro, che avvolgeva interamente il suo corpo disegnandone esattamente le linee». Le sue membra si mostravano «perfettamente integre», la sua carne intatta, screziata solamente da una lieve rigatura di sangue rappreso, che traspariva da sotto il velo. Quello che colpisce maggiormente è l'emanazione di:  "un sentimento di «totale abbandono», accentuato dall’assenza del volto e dalla presenza di un panneggio che – sostituto di un ben più macabro flusso – ricopre fin sopra il capo il corpo esile della martire." (cit. Marco Dotti "Sotto il velo della Santità"). Ne scrivo anche qui: 22 Novembre Santa Cecilia: il nome che abito.

ARTEMISIA GENTILESCHI

Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi

Santa Cecilia di Artemisia Gentileschi
: dipinto a olio su tela (108x78,5 cm) realizzato nel 1620 circa dalla pittrice italiana, conservato nella Galleria Spada di Roma.

La Santa Cecilia che suona il liuto è uno dei più ragguardevoli nuclei collezionistici dei Gentileschi conservati in un museo pubblico, insieme alla Madonna col Bambino.  Artemisia sceglie di rappresentare la Santa in piedi mentre suona il liuto, anche se lo strumento che abitualmente la identifica è l’organo portativo. Esso è entrato nella iconografia di Santa Cecilia come “strumento emblema” a causa di una dubbia interpretazione di un passo liturgico.
Louis Goosen nel suo Dizionario dei santi spiega che nell’VIII secolo, nella liturgia celebrata nel giorno della sua festa, il 22 novembre, il testo recitava “cantantibus organis Caecilia virgo soli domino decantabat” (mentre la music
a risuonava, la vergine Cecilia cantava al suo unico Dio). 
Artemisia riesce a rendere perfettamente il trasporto interiore della protagonista grazie a uno sguardo potentissimo che esalta l’intera essenza mistica e divina della giovane donna ritratta.
Una donna Cecilia, dalla quale per certi versi la stessa Artemisia  era ispirata, o meglio, che anche lei, in quanto Artista, incarnava. L'Autoritratto come suonatrice di liuto (1615-18 circa, olio su tela) parla da solo! 

Autoritratto come suonatrice di liuto di Artemisia Gentileschi, Curtis Galleries, Minneapolis

“L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità”. Così nel suo saggio del 1916, lo storico dell’arte Roberto Longhi definisce Artemisia Gentileschi, riconoscendole pienamente lo status di artista, a tre secoli di distanza dall’epoca che l’aveva vista protagonista. 
In risonanza con la trama invisibile che lega Cecilia ad Artemisia, consiglio la lettura del libro Artemisia di Anna Banti e poi (o anche prima) del suo "dietro le quinte", per così dire, che ne ricostruisce affinità al di là di ogni conoscenza manoscritta possibile: Un patto tra voci femminili -Artemisia di Anna Banti, scritto da Maria Rosaria Ambrogio. "La scrittura narrativa di Banti "è" musicalità - scrive Ambrogio. Sparsi qua e là piovono endecasillabi e settenari, suoni che ritornano, eco, accelerazioni e adagi".  Al punto che "se si prova a rileggere ad alta voce l'inizio di questo romanzo, si sfiora il canto".


RAFFAELLO SANZIO

Estasi di Santa Cecilia di Raffaello

Estasi di Santa Cecilia fra i Santi Paolo, Giovanni Evangelista, Agostino e Maria Maddalena di Raffaello
: olio su tavola trasportata su tela (236×149 cm) anno 1514 circa, Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Il famosissimo dipinto, capolavoro della maturità di Raffaello, raffigura il momento dell’estasi di Santa Cecilia, in cui la santa lascia scivolare le canne dell’organo portativo che ha ancora tra le mani, simbolo delle gioie terrene e volge lo sguardo verso il coro degli angeli, emblema dell’amore divinoI santi che le fanno corona non vengono coinvolti nell’esperienza mistica di Cecilia, ma esprimono ugualmente, con il gioco degli sguardi, l’idea dell'amore assoluto in contrapposizione con l'amore terreno. San Paolo medita osservando gli strumenti musicali a terra, i santi Giovanni e Agostino sono concentrati in un intenso dialogo di sguardi, Maria Maddalena si rivolge all’osservatore invitandolo ad assistere al mistero e mostrando il vaso contenente l’olio con cui volle ungere, mossa dall’amore, i piedi di Cristo.

Raffaello assegna alla figura umana il ruolo di elemento centrale della rappresentazione, riunendo il gruppo dei Santi in uno spazio raccolto a semicerchio che allude all’abside di una chiesa e riducendo lo sfondo di paesaggio.

Straordinaria l’originalità della “natura morta” di strumenti musicali in primo piano per la cui esecuzione Raffaello si avvalse del suo allievo e collaboratore Giovanni da Udine. Attorno a Elena, donna colta, devota e dedita ad opere di carità, si era diffusa in città, a partire dal 1506, una profonda venerazione: la vita della donna era accomunata a quella di santa Cecilia per la castità vissuta all'interno del matrimonio e per le sue visioni mistiche.

(Testo tratto dal sito ufficiale della Pinacoteca di Bologna) 


BERNARDO CAVALLINO 

Estasi di Santa Cecilia di Bernardo Cavallino


Estasi di Santa Cecilia di Bernardo Cavallino: olio su tela (207,5 x 157 cm) firmato e datato 1645, conservato presso il Museo e Real Bosco di Capodimonte.

Un’opera raffinata, una scena di gioiosa serenità dalla tavolozza brillante e materica, una delle prove più alte della sensibilità dell’inimitabile maestro napoletano. 
È una giovane donna splendida, di una bellezza modernissima: mani affusolate, curate, che non hanno conosciuto il lavoro dei campi – è una aristocratica romana – il volto di una ragazza appena uscita dall’adolescenza; piedi sottili che calzano leggeri sandali all’antica. Veste un abito di seta color giallo oro con controtagli alle maniche e sbuffi di una camicia bianca all’attacco della spalla; sull’abito è un mantello di seta blu oltremare, bordato di perle.
I due angeli – l’uno, in piedi dietro di lei, che la incorona con un serto di fiori intrecciati; l’altro, più sullo sfondo, che suona un liuto – condividono un sorriso tanto ineffabile quanto pieno di gioiosa serenità. In controluce, a sinistra di chi guarda, quello che forse è un leggìo è rivestito da un panno di velluto scuro.
Sullo sfondo è un tendaggio di broccato scuro, che crea intorno alle tre figure un alveo di luce capace di scolpire uno strepitoso caleidoscopio di chiaroscuri. 
La ragazza, il cui volto è leggermente imperlato da tenui riflessi di biacca sulle labbra e sul mento, ha la bocca lievemente dischiusa e gli occhi rivolti al cielo, ma non esattamente verso il serto di fiori, perché è da una dimensione extrasensoriale che le sta giungendo la musica accompagnata dal giovane liutista alato.
Dopo aver confidato il suo proposito al marito quest’ultimo si converte al Cristianesimo, venendo battezzato nella prima notte di nozze dal Pontefice Urbano I. Ma tornato a casa Valeriano vede Cecilia in preghiera con un giovane: è l’angelo custode della ragazza.
Insospettito, forse irritato, chiede una prova dell’effettiva natura angelica del giovane: questi, allora, fa apparire due corone di fiori e le pone sul capo dei due sposi.

Nel dipinto di Bernardo Cavallino a Capodimonte e nel suo bozzetto Valeriano non c’è, e tutta l’attenzione del pittore è concentrata su Cecilia.
La sua perfezione, la sua moderna bellezza, la carica (certo) anche erotica della santa e degli stessi angeli biondi, dalle membra affusolate e colte in pose elegantissime, farebbero pensare – come si è spesso sostenuto – alla torsione di un tema legato alla santità, che sarebbe stato trasformato in una performance di seduzione non solo sessuale, ma anche edonistica (le stoffe preziose, gli strumenti musicali).
Ma non è così: l’angelo che incorona Cecilia regge delicatamente nella mano sinistra la frasca di palma che indica l’annuncio del martirio; il violino giace inutilizzato a terra accanto a uno spartito, perché la musica divina non è eseguita da strumenti e non è fisicamente udibile, e dunque anche il liuto tra le mani dell’angelo a sinistra è immateriale al pari della presenza che lo suona.
Il piacere che prova Cecilia è della stessa natura di quello che pochi anni più tardi Bernini imprimerà alla postura e all’espressione della Santa Teresa in estasi a Santa Maria della Vittoria (Roma, 1647-1652).
È un piacere che sembra appartenere alla sfera dei sensi, ma che attraverso essi rende possibile accedere alla dimensione della santità e al suo premio: la comunione con il Divino.

(Testo di Riccardo Lattuada, docente di Storia dell’Arte dell’età moderna all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e membro del Comitato scientifico del Museo e Real Bosco di Capodimonte, dal sito ufficiale del Museo e Real Bosco di Capodimonte)

ORAZIO RIMINALDI

Martirio di Santa Cecilia di Orazio Riminaldi


Martirio di Santa Cecilia di Orazio Riminaldi: olio su tela (334 x 216,6 cm) anno 1620-1625, conservato presso il Museo Palazzo Pitti alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

In quest'opera, databile tra il 1620 e il 1625, Riminaldi dimostra chiaramente di avere assimilato appieno la lezione di Caravaggio persino nella puntuale citazione di alcune sue opere, come il “Martirio di San Matteo”. La teatralità dell’impaginazione scenica, con la sapiente orchestrazione del cono di luce che investe i tre protagonisti, accentua sia la potenza espressiva del carnefice che afferra le chiome di Santa Cecilia per scoprirne il collo e vibrare il colpo di spada, sia il dinamismo dell'angelo che si precipita verso la martire per omaggiarla con i simboli della santità e del martirioSu questo impianto di stretta osservanza caravaggesca l'artista innesta spunti d’indirizzo decisamente classicista, tratti da Simon Vouet e Guido Reni, ravvisabili nella raffinata mondanità delle sontuose vesti di broccato e nella tenera sensualità della martire.

(Testo di Anna Bisceglia sul sito ufficiale della Galleria degli Uffizi)


IL LIBRO DEL MAESTRO DOMENICO MORGANTE



Il segreto di Santa Cecilia, libro di Domenico Morgante, Robin Edizioni, 2016

Daniele Morandi, un organista e musicologo di fama mondiale, giunto a Roma per insegnare al Conservatorio di Santa Cecilia, va ad abitare in un’antica casa nel cuore di Trastevere. Totalmente coinvolto dal fascino della città eterna, si rende conto di ricevere chiari segni premonitori che lo indirizzano, in maniera sempre più mirata, verso un mistero rimasto ignoto nelle pagine di storia. Quando nel 1599 fu aperto il sarcofago di Santa Cecilia, all’interno dell’omonima Basilica, avvenne uno straordinario ritrovamento di cui le fonti non parlano: qualcosa di portentoso e terribile era ancora custodito all’interno del sacro sacello.

Tra enigmi cabalistici e artifici barocchi d’ogni sorta, nasce e si sviluppa una grande storia d’amore tra il protagonista e Cecilia Aldovrandi, una giovane antropologa romana di straordinaria bellezza, che in maniera rocambolesca lo aiuterà a trovare la sconvolgente soluzione di quello che si rivelerà ai loro occhi come uno dei più intriganti enigmi della storia moderna.


22 NOVEMBRE SANTA CECILIA IL NOME CHE ABITO


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20 novembre 2021

Elogio e significato del Ghee | Proprietà e benefici sottili dell'elisir più sacro dell'Ayurveda



I testi dell'Ayurveda tessono l'elogio del ghi - o ghee - che viene considerato un vero e proprio elisir, più che un semplice alimento. Riporto ora alcuni brani scelti dal libro di Ernesto Iannaccone "Ayurveda - La medicina dell'armonia tra l'uomo e l'universo".

   

Ecco come Charaka (l'autore del celebre trattato medico che porta il suo nome, Charaka Samita) descrive le proprietà del ghi:

"Il ghi aumenta la memoria, l'intelligenza, la forza digestiva, il seme, la vitalità, Kapha, il grasso; riduce Vata e Pitta, cura gli avvelenamenti, i disturbi mentali, la consunzione, la sfortuna, la febbre cronica.  È il migliore di tutti i grassi, rinfrescante, dolce di sapore e di trasformazione digestiva, ha mille potenzialità e se assunto nel modo corretto esercita mille azioni".
(Charaka Samita, XXVII, 231.232)


LA DIGESTIONE COME METAFORA DEL RITO SACRIFICALE

I motivi di tanta venerazione vanno probabilmente ricercati in considerazioni di ordine non medico. Il ghi costituisce il combustibile  del fuoco sacrificale e viene offerto in grande quantità agli dei; la digestione è una metafora del rito e ciò che vale per il sacrificio si applica anche al pasto: il ghi rappresenta un'offerta idonea per il dio Agni (dio del fuoco) nell'ambito del sacrificio e dunque un altrettanto valida offerta per il fuoco digestivo nell'ambito del pasto. 

Da un punto di vista chimico il ghi è burro fresco che è stato privato della caseina e dell'acqua mediante un semplice processo di riscaldamento a fuoco lento. Il metodo di preparazione del ghi contribuisce ad accrescere significativamente il suo appeal per gli ayurvedici: il burro entra in contatto con il fuoco purificatore, merito numero 1, e viene liberato di tutti i componenti indesiderabili, merito numero 2. Il ghi inoltre non decade o decade molto lentamente e si conserva a lungo anche fuori dal frigorifero, merito numero 3.


I testi ayurvedici decantano addirittura le virtù del ghi vecchio di un secolo! L'incorruttibilità del ghi è motivo di grande fascino per coloro che, come gli indiani, pongono lo spirito eterno al centro dell'universo e guardano alle forme mutevoli come mera apparenza. Il ghi si mantiene a lungo senza alterarsi, dunque è puro e ha dentro  di sé qualcosa dello spirito dell'immortalità: tale è il sentimento degli indiani.

L'IMPORTANZA DI AGNI, IL FUOCO PURIFICATORE 

La civiltà vedica è la civiltà del fuoco per eccellenza.
Il Rig Veda, la scrittura più sacra e antica degli indiani, ha inizio con la seguente invocazione:

"Porgo omaggio al fuoco, che è il sacerdote scelto, il dio, il ministro del sacrificio, l'offerente, il supremo conferitore di doni.
Agni è degno di adorazione da parte dei viventi e degli antichi veggenti.
Egli porta a noi gli dei.
Grazie ad Agni possiamo noi ottenere ricchezze, cibo in quotidiana abbondanza, quantità di eroi e di gloria." (Rig Veda, I, 1-3)

Agni è il dio del fuoco che viene adorato nelle cerimonie prescritte dai Veda ed è allo stesso tempo il principio vitale che risiede all'interno del corpo. […]
Nella concezione ayurvedica del mondo il microcosmo del corpo umano è visto come una metafora del macrocosmo. Lo stesso rispetto tributato al dio Agni è dunque portato al fuoco interno del corpo.



Charaka scrive: 

"Longevità, buon aspetto, forza, salute, entusiasmo, robustezza, luminosità, resistenza alle malattie, energia, produzione di calore e respiro vitale dipendono dal fuoco del corpo. L'individuo muore se quel fuoco si spegne, vive a lungo se quel fuoco è normale, si ammala se quel fuoco è irregolare. Agni è la radice di tutto". 

Non ci deve meravigliare dunque il fatto che l'Ayurveda, la medicina dell'India antica, attribuisse un ruolo così importante al fuoco interno, trasposizione medica del fuoco che abita il focolare domestico e l'altare rituale. […] Il conservare in efficienza l'Agni interno riveste per l'Ayurveda lo stesso carattere di necessità che rivestiva per gli uomini primitivi il preservare il fuoco acceso nella caverna o per i bramini indiani di ieri e di oggi il mantenere sempre vivo il fuoco dell'altare domestico.

TAPAS, IL FUOCO SPIRITUALE

La creazione materiale, uomo compreso, è destinata prima o poi a essere inghiottita dal potere che l'ha emessa. Come le onde dopo essersi levate ricadono e vengono riassorbite dall'oceano, così gli esseri viventi, una volta maturi, divengono cibo per l'Infinito.

Candele rituali con ghee

La vita rassomiglia a un processo di cottura.

Nel cammino dell'esistenza l'ignoranza duale viene cotta sul fuoco della conoscenza discriminativa e quando l'ultima traccia di ego si è dissolta, la cottura è completa e l'individualità limitata diviene infinita. Siamo tutti a bollire nella medesima pentola. Lo yogi che medita sta semplicemente cercando di cuocere più velocemente.
Non a caso il termine che definisce meglio l'ascesi è tapas, il cui significato è "calore bruciante". La vita è un lungo e meticoloso processo di cottura scandito da tappe progressive di maturazione. La cremazione del corpo dopo la morte è la  metafora più evidente di quel processo: il cadavere viene offerto al fuoco affinché esso bruci ogni traccia residua di ignoranza. 

Il pensiero medico dell'Ayurveda sposa questa visione metaforica della vita
Nutrirsi è, nella forma e nell'essenza, un atto sacro che riproduce il modello complesso del rituale vedico [...]
Agni trasforma con la sua energia tutto ciò con cui viene in contatto: come le offerte versate sul fuoco sacrificale trasformano l'offerente rendendolo idoneo per la dimora celeste, così l'offerta al fuoco interno trasforma il consumatore del cibo purificando il suo corpo dalle impurità e conferendogli le qualità del buon colorito, serenità etc. menzionate da Charaka.

(BRANI SCELTI DAL LIBRO SOPRACITATO DI ERNESTO IANNACCONE)


 

AMBROSIA: L'ALTO VALORE NUTRIZIONALE DELLA VISIONE POETICA 


La visione metaforica della vita sposata dall'Ayurveda, e dallo Yoga, è visione intimamente poetica che ri-unifica l'aspetto visibile-grossolano con l'aspetto invisibile, spirituale che nutre e sostiene ogni cosa.
Mantenersi in salute vuol dire ri
sintonizzarsi con questa visione unitiva della vita, che si inchina alla meraviglia del mondo fenomenico quale espressione di un piano di intelligenza infallibile di cui avere spassionata fede, che si allinea alle leggi universali di armonia senza volerle sovvertire. 
Custodi del focolare che ci ospita, ci anima e ci riscalda, macrocosmo e microcosmo, intimamente connessi alle Forze cosmiche di guarigione con compassione ed umiltà.
Un corpo vivo e fluido è un corpo che emana calore. La rigidità e l'eccessiva freddezza si addicono più a un cadavere che a un essere vivente.


Non c'è migliore NUTRIMENTO che il ritorno alla Coscienza originaria poetica estatica che ci vuole portatori sani di "sale della vita", continuando con le metafore (non a caso) alimentari e poetiche in senso stretto:  "ho bisogno di poesia - cantano i famosi versi di Alda Merini - questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi".  Non sono forse le parole - che diciamo o ascoltiamo più frequentemente - nutrimento per la nostra interiorità?
Da qui l'alto valore nutrizionale della Poesia! ... Quel "passatempo divino dal potere illuminante" come scriveva Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale.

 Il ghee, l'alimento degli dei, l'ambrosia nettare divino, è un richiamo esteso, metaforico, inclusivo e poetico, al fuoco della consapevolezza, della coscienza, della presenza, della chiara visione, della nostra stessa essenza che è il Nutrimento supremo che non ci farà mai vivere nella sensazione di fame o di mancanza. Il fuoco della celebrazione della vita così come viene.

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MANTRA PER L'OFFERTA DEL CIBO PRIMA DI ASSUMERLO



Om Brahmarpanam Brahma havir

Brahmagnau Brahmana hutam

Brahmaiva tena gantavyam

Brahma-karma-samadhina


Brahma è l'offerta, Brahma è l'oblazione

Da Brahma l'oblazione viene versata nel fuoco sacrificale che è Brahma

Brahma è raggiunto da colui che vede sempre Brahma in azione

(B.G. IV, 24; traduzione di S.Shivananda)


Tutto è energia universale e solo chi è cosciente di ciò può realizzare l'Energia Universale. Questo mantra è normalmente recitato prima dell'assunzione del cibo, che viene così in primis offerto al Divino in noi (Brahma) che lo trasforma in ambrosia. 


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27 ottobre 2021

Ricevere dall'invisibile | La Grande Invocazione e il più potente rituale di ogni tempo

Il più potente rituale di ogni tempo per ricevere dall'Invisibile (Grande Spirito, Dio, Intelligenza Superiore, Universo, Mistero o come più risuona in voi) è avere fede

Tutto qui? Potreste dire magari storcendo il naso perché la parola "fede" vi richiama a dettami religiosi o a noiose lezioni di catechismo. Se così fosse, non avreste tutti i torti. Infatti, non è alla fede dogmatica che il suono del divino invisibile risponde, bensì alla vibrazione più sincera e umile di un cuore aperto. 
Dunque, ricordiamoci che non basta avere fede.
Una fede concepita intellettualmente può fare più danni che altro. Pertanto, niente più lamentele del tipo: "Non funziona, a me non succede mai niente, io non ricevo segnali, nessuna grazia, nessuna risposta alle mie preghiere e via dicendo".
Credere di avere fede non equivale ad avere fede e avere fede non equivale a essere fedeli. 
Ma non c'è da scoraggiarsi perché l'Universo non punisce nessuno, le energie che si muovono nell'ottica del grande piano divino d'esistenza sono sempre neutre e neutrali, collaborative ai fini di un massimo bene per tutti, quantunque possano a volte apparire distruttive, terrificanti, ingiuste. 
Avere fede quando le cose vanno sempre bene (dal nostro punto di vista personale) in fondo, è facile no? Che atto di fede è quello di ringraziare la vita solo quando ci sembra aderire maggiormente alla nostra idea di felicità, giustezza, armonia!?
Riflettiamo su questo. C'è già tutta la soluzione dentro a tale interrogativo. 


Tornando alla fede di differente qualità, una qualità più profonda che emerge dallo schiudersi della coscienza.  Ogni cosa ha una sua "qualità superiore" da far emergere, la famosa "ottava superiore" del linguaggio musicale che è anche il linguaggio divino, universale. Utilizzo l'aggettivo superiore non nel senso morale-giudicante di "migliore", ma nel senso energetico di "più elevato". 
La fede che sgorga spontanea da un cuore umile, puro, disponibile, aperto, amorevolmente abbandonato, affidato, proteso a piene mani verso l'insondabile che lo permea e sostiene, ovvero connesso con la parte più intima ed essenziale della incarnazione umana, ecco… questa è la qualità di fede che "fa miracoli".
Questa non è la fede cieca che commette crimini oltraggiando qualsiasi legge di armonia cosmica in nome di "qualcosa a cui credere"...  No, qui non si tratta di avere "qualcosa o qualcuno a cui credere", ma di aprirsi al mistero che ci abita e che vive attraverso di noi.


I grandi maestri di tutti i tempi - per lo più fraintesi e mai davvero profondamente accolti nell'originalità del loro messaggio rivoluzionario -  hanno sempre posto l'accento sull'aspetto di responsabilità personale nel rendersi complici o meno dei piani divini dell'esistenza. E a voler riassumere, la responsabilità forse maggiore è quella del Surrender, la resa al Divino quale direzione costante da dare alla nostra vita. 
Con il senso della direzione ben radicato nel cuore, ci si può smarrire ma ci si ritrova sempre. La direzione è un verso, il linguaggio del grande spirito è sempre poetico!
Tenendoci saldi in questa direzione, prendendo la mira su ciò che è la visuale per incarnare una vita più ampia che include dimensioni fisiche ma anche extrasensoriali,  contatto con l'anima e con l'invisibilità che ci nutre, saremo sempre in compagnia della fede.
La vera fede non è affatto "cieca", vede con gli occhi del cuore, più che un vedere è un sentire, un vedere tattile e, dunque, diventa certezza, saggezza.
Chi sa non ha più bisogno di credere, incarna la fede e i "miracoli" si compiono attraverso di lui. 


La tua fede ti ha salvato. 
Questo usciva sempre dalla bocca di Gesù ogni qual volta veniva ringraziato per una guarigione data. La vera guarigione accadeva attraverso la fede di chi l'aveva cercato, l'energia più potente che consente di sintonizzarsi con le frequenze divine, cosmiche, compassionevoli e amorevoli che sono il serbatoio potenzialmente infinito per l'accadere delle singolarità.
Singolarità è il nome scientifico di "miracolo"... 
Pertanto, siate fedeli nel vero senso della parola. Siatelo! 
Non abbiate fede, ma siate fedeli alla verità che scegliete di incarnare!
Ciò che si incarna è infinitamente più potente di ciò che semplicemente si dice, si proclama, si pensa. 
Anche il Figlio di Dio si è incarnato per manifestare questa verità e renderla più visibile agli occhi di tutti. Ma non tutti l'hanno visto nè riconosciuto.
Allora, apriamoci alla nostra meravigliosa padronanza di essere umani, fedeli e innamorati del mistero che ci alita dentro rendendo possibile la nostra esperienza terrena prima del ritorno alla casa delle Origini, la sorgente d'amore da cui ogni particella ha preso forma e da cui ogni nostro intento può diventare preghiera, poesia, celebrazione….

Chiudo questo scritto con una "Invocazione" giuntami dall'invisibile affinché possa condividerne l'incanto rendendola disponibile a chiunque voglia prenderla a cuore per se stesso e per chi ama.
Mi è giunta nella forma più congeniale alla lingua dei misteri e del mio cuore, la Poesia.


INVOCAZIONE ALL'INVISIBILE

Grande Invisibile che tutto permei,
consentimi di vederti nelle piccole cose di sempre.
Se non ti vedo, consentimi di udirti nei richiami della natura e nel nome delle persone che amo.
Se non ti sento, consentimi di toccarti nelle boccate d'aria dei miei respiri quotidiani.
Se non riesco a toccarti, consentimi di cogliere il tuo profumo, tra i giardini fioriti o la melma del fango, indistintamente.
Se non riesco a cogliere il tuo profumo, consentimi di assaporarti nel nutrimento costante che dai alla vita, nel pane appena sfornato e nelle parole di benevolenza.
Se non riesco a cogliere il tuo sapore, consentimi di sentirti in ogni cellula del mio corpo, vibrante energia che accarezza tutto il mio essere come un'arcana sorgente che placa ogni sete.
Se non riesco a sentirti, consentimi di fidarmi di te, di amarti così tanto da non avere più bisogno di volerti afferrare.
Donami la grazia riposante di realizzare di essere nel mondo ma non del mondo,
e di riscoprire nella mia più nobile Umanità il segreto per entrare in contatto con te e in intima comunione con tutto ciò che è. 

(Cecilia Martino)




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26 ottobre 2021

Noi siamo le api dell'invisibile | Rainer Maria Rilke


"Il nostro compito è quello di compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi. 
Noi siamo le api dell'invisibile.  
Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’Invisibile." 

(dalla lettera al suo traduttore polacco Vitold von Hulevicz del 13 novembre 1925).

In questi magnifici versi il poeta Rilke condensa con l'intensità che gli è propria il senso poetico del dialogare con l'invisibile quale compito elettivo non del Poeta in particolare, ma dell'essere umano in generale, a conferma di quanto nella vicenda personale di Rilke-letterato e poeta l'alchimia del processo artistico si sia magistralmente compiuta.
Rilke va sicuramente annoverato tra i poeti Originali, quelli cioè davvero intimi all'Origine, intimi alla sostanza invisibile che ci anima, all'inesprimibile mistero della vita che non tutti i poeti e scrittori scelgono di celebrare con medesima autenticità e coraggio.
Se è vero che la nostra natura essenziale è intimamente poetica, dunque universalmente valida per tutti (occorre solo riscoprirla risvegliandoci dal torpore della coscienza addormentata),  non tutti quelli che scrivono poesie sono automaticamente poeti, per il semplice fatto di porre dei versi in rima o in prosa ben confezionati.

"L'arte fa i versi, ma solo il cuore è poeta". 


Il linguaggio originale di poeti originali vibra a una frequenza che è il diapason del centro dell'universo, il cuore lirico e pulsante di tutta la nostra esistenza. E' in grado di parlare una lingua davvero nuova, rivelatrice, toccante, che risveglia senza violenza o intromissione le parti più nascoste o celate di un luogo forse troppo a lungo disabitato dentro di noi, e ovunque intorno a noi.
Il linguaggio originale di poeti originali è una questione di vita e di morte, non un mestiere letterario, un passatempo.
Lasciarsi toccare anche solo da un verso di tale linguaggio - che è parola nuovamente viva, magica, potentemente silente - può avere effetti inenarrabili sull'intero nostro sistema psico-fisico.
Lasciarsi toccare è ben diverso da cercare di voler capire una poesia. 

Se siete arrivati a leggere fin qui, vi invito nuovamente a farvi avvicinare da questi versi.
Non siete voi a dover afferrare loro, ma loro a venire verso di voi, lasciatevi pertanto cogliere, fate spazio, siate presenti a questo dono. Ricevetelo… 


"Il nostro compito è quello di compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi.
Noi siamo le api dell'invisibile. 
Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d'oro dell’Invisibile." 





Così come uno scienziato "canonico" raccoglie nell'aspetto visibile del mondo i dati per le proprie ricerche, il poeta nel misterioso invisibile dell'animo umano raccoglie i segnali per ricostruirne l'essenza più vera. Raccoglie sì, ma anche e soprattutto semina

Scrive il poeta e filosofo Ralph Waldo Emerson nel libro Essere poeta:

"L'Universo è l'esternarsi dell'anima. Ovunque sia la vita, essa scoppia in apparenze tutt'intorno. La nostra scienza è sensoriale, quindi superficiale. Trattiamo la terra e i corpi celesti, la fisica e la chimica sensorialmente, come se esistessero per se stessi; ma essi sono il corteo di quell'Essere che noi abbiamo […]
Perché tanta smania di conoscere fatti nuovi? …. Siamo lontani dall'aver esaurito il significato dei pochi simboli che usiamo. Possiamo sempre arrivare ad usarli con formidabile semplicità. Non è necessario che una poesia sia lunga. Un tempo, ogni parola era una poesia. Ogni nuova relazione è una parola nuova. […]  
Ad abbrutire le cose - continua Emerson - è "la dislocazione e il distacco dalla vita di Dio", e il poeta è colui che "rinsalda le cose alla natura e al Tutto", che "volge il mondo in cristallo", "sta un passo più vicino alle cose" e - formidabile questa descrizione emersoniana che richiama l'essenza vitale non artificiale del poeta autentico (essere umano risvegliato, aggiungo) "usa le forme in accordo alla vita, non in accordo alla forma".


Il poeta - così come chiunque abbia riscoperto l'origine profonda della sua natura essenziale non egoica e separativa - instaura con la parola un rapporto inusuale, fertile e non sterile, organico e non meccanico, insieme mistico e carnale apprendendo sulla sua pelle che la parola rivitalizzante della poesia nasconde e insieme rivela un potere misterioso: quello cioè di mostrare l’essenza intima dell'uomo. Parola che scaturisce non da una coerenza logica bensì da una sincerità d'animo, umile ed esterrefatta tanto da metterci a nudo e nutrirci del nettare prezioso che stilla dal silenzio impollinatore.
Tale messa a nudo ci rende più veri e più credibili. Essere credibili, non per forza creduti. Credibili nell'autenticità che rafforza, invece di separare, la relazione con l'altro e con il mondo che ci circonda ("la sensibilità non è donna - scriveva Alda Merini - è umana"!)  approssimandoci a quell'armonia originaria di cui l'essere umano sente nostalgia, suo malgrado. 



La visione poetica non fonda nuove terre nel "mondo delle cose invisibili" volendone affermare l'esistenza solipsistica cadendo nell'opposto di una disincarnazione totale dall'esistenza terrena nel "mondo delle cose visibili". La visione poetica unifica ed integra, celebrando la vita tutta intera, nella sua multidimensionalità invitando i suoi officianti a farsi ponti tra la terra e cielo. Non a caso l'origine mitologica della poesia è orfica per eccellenza, iniziatica, come simbolo ha Orfeo il cantore viaggiatore tra i mondi (visibile e invisibile), colui che per andare a riprendersi l'amata a suon di lira, intraprende il viaggio nel mondo degli Inferi, un viaggio che si rivelerà intimamente trasformativo nella sua chiamata a doversi fidare dell'invisibile, a superare i limitanti confini della natura sensoriale umana e contemplare il mistero con fede (Orfeo non avrebbe dovuto 
volgere indietro lo sguardo verso l'amata Euridice). 

L'uomo che riscopre le sue vere origini, è poeta.
Riscopre che "ha occhi per vedere" … 
Dialogare con l'invisibile non è escludere il "miele del visibile" dalla propria esperienza incarnata nè tantomeno negarlo in una ascesi prematura e ingannevole, piuttosto è essere costantemente in relazione con i due aspetti (assoluto e impermanente) e vivere in pieno la totalità e vastità e ampiezza che ci spettano in quanto esseri umani risvegliati alla coscienza spirituale, il grande alveare d'oro.

Mentre concepivo questo articolo
risuonandomi da giorni i versi di Rilke,
l'universo mi ha risposto così …
Porto Recanati, 24 ottobre 2021 
 


Il lessico preso dal mondo naturale delle api non è certo casuale nei versi di Rilke.
Oltre a garantire la vita stessa di noi tutti su questo Pianeta, le api rappresentano in pieno lo spirito collaborativo del singolo in funzione del gruppo, le api funzionano precisamente come un organismo collettivo, collaborativo e strettamente interconnesso. Sono come un Tutt'uno che si adopera seguendo una dinamica vitale tanto minuziosa quanto preziosa e incredibile.

Rilke, nel libro "Appunti sulla melodia delle cose" riflette sull'arte definendola come "l'amore più vasto e smisurato. È l'amore di Dio. E non le è concesso fissarsi sul singolo individuo che è solo la soglia della vita. Deve attraversarlo. Non le è concessa stanchezza. Per trovare compimento deve agire laddove tutti sono Uno. E quando essa fa dono di questa unicità, ovunque si posa una ricchezza senza fine."

Ovunque le api si posino, non donano forse una ricchezza senza fine?

Per la terza volta riporto i versi di Rilke, lasciando ad essi l'ultima parola affinché risuonino con sempre maggiore intimità in chi si prenderà la premura non solo di leggerli bensì di respirarli, accoglierli, nutrirli nel silenzio e nella voce se vorrete restituirgliela (provate l'effetto di leggerli ad alta voce) e, quando i tempi saranno maturi, incarnarli. 

"Il nostro compito è quello di compenetrarci così profondamente, dolorosamente e appassionatamente con questa Terra provvisoria e precaria, che la sua essenza rinasca invisibilmente in noi.
Noi siamo le api dell'invisibile. 
Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d'oro dell’Invisibile." 





 "Ho fede nella vita,
non per sentito dire
ma per sentito dare" C.M.

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