Uno dei primi temi di italiano durante l'anno scolastico del primo ginnasio a Roma, Liceo Classico Pilo Albertelli, mi confidò qualcosa di cui in seguito avrei fatto molto tesoro.
Accadde infatti che la professoressa decise di leggere il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe, cosa che mi mise a dir poco in imbarazzo vista la mia timidezza e ritrosia di allora, valutandolo come prezioso e alquanto sorprendente per una ragazzina di 14 anni. Presi un voto molto alto, fui contenta di quell'ottenimento e non me ne diedi troppo pensiero. Eppure quel tema "innocente", che forse oggi chiamerei mitema transgenerazionale, ha continuato a scriversi dentro di me andando sempre più a chiarificare il "progetto" d'Anima per questa mia esile traccia nel mondo ordinario, al fine dell'esultanza finale. Lo Spirito-Daimon in azione, a cui sono riconoscente come il seme che muore sottoterra prima di diventare nuova pianta alla luce del sole.
Il tema raccontava con dovizie di particolari di una bambina piccola che accompagnava la nonna al cimitero e, una volta arrivate a destinazione, davanti a una tomba cosparsa di moltissimi fiori colorati, rimase sgomenta dal trovarvi la lapide con la propria foto e la scritta "Morta molto giovane di tristezza".
Il tema si soffermava poi a descrivere tutte le sensazioni provate dalla bambina e il suo scambio rassicurante con la nonna e aveva un lieto fine. La morale della favola, si potrebbe dire. Il finale, infatti, era il monito alla bambina di non lasciarsi mai sopraffare troppo a lungo dalla tristezza, dalla disperazione e dal muso lungo, e sorridere di più e, nel caso della risata di cuore, qualora sopraggiungesse, benedirla sempre come un dono di grazia e serbarla come ricordo della natura più gioiosa che è insita in ciascuno di noi.
Non so se in parte ispirata dal film La Storia Infinita che vidi da bambina con la scena del cavallo di Atreiu che sprofondava nelle sabbie mobili della tristezza e che colpi sempre molto la mia immaginazione, oppure per quella sorta di maturità di quercia contenuta già nella ghianda...
Chissà, so solo che questo monito è spesso tornato a trovarmi, non ultimo il motto dell'amato maestro di Yoga Integrale Sri Aurobindo "Che tutto in te sia gioia, questa è la tua meta", uno dei primi che incontrai sul mio futuro cammino spirituale. Da allora, e soprattutto negli ultimi anni, non sempre ho avuto motivi per sorridere o addirittura ridere di cuore, ed è stato lì che il canto mitico della bambina traghettatrice portata per mano dalla nonna (che di tristezze ne sapeva qualcosa!) si è fatto più forte, intenso e carico di potere e verità.
Per questo, ogni volta che incontro una mia foto dove il riso predomina su tutto il resto, incontenibile e spontaneo come la vita vera, mi soffermo un po' più a lungo ricordandomi la solida essenza da cui promana il gioco dell'impermanenza.
Ringrazio la piccola Cecilia, la nonna e tutti i miei avi e antenati, parte del sogno e dell'ombra che troppo spesso non riconosciamo come luce.

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