20 marzo 2019

Cediamo la strada agli alberi: abbiamo bisogno di contadini e di poeti


Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.
La prima volta non fu quando ci spogliammo
ma qualche giorno prima,
mentre parlavi sotto un albero.
Sentivo zone lontane del mio corpo
che tornavano a casa.

(Cedi la strada agli alberi, Franco Arminio)



In un post di due anni fa, sollecitata dall'ennesima notizia di un incendio doloso, scrissi: 


Una vera rivoluzione spirituale non può che passare attraverso modificazioni concrete dell'esistenza - diceva il grande filosofo maestro dello Yoga Integrale Sri Aurobindo. Detto altrimenti, senza che lo spirito incarni davvero la materia – trasformandola in ogni suo aspetto più grossolano - nessuna “evoluzione spirituale” è realmente efficace. In una tale prospettiva, i disastri naturali rispecchiano nemmeno troppo velatamente una spinta evolutiva necessaria affinché si possa davvero aumentare la massa critica di una presa di coscienza che muti le sorti di ogni singolo individuo e della collettività. 
Al di là di qualsiasi giudizio di bene e male, giusto o sbagliato, esiste una forza propulsiva del tutto amorale e neutra - come lo è tutta l'energia che permea l'universo - che preme per dirigere l'attenzione su un disegno di più ampio respiro. 


Se non ci si riappropria di una dimensione universale dell'esistenza, ci sarà sempre qualcuno che si prende la briga di incendiare un bosco perché non percepisce quanto bosco c'è in lui, si sente separato da quel luogo, scisso dall'anima che lo anima, appunto, e che è la medesima che anima lui. Anima... il punto focale di tutto è la perdita del contatto con tale dimensione che non è un "altrove" o un credo religioso peggio ancora dogmatico, bensì una immanenza che troppo spesso sfugge alla visione, giunta al culmine, dell'Uomo materialista-consumista. Fortunatamente quando si giunge al culmine, di solito, si arriva a un punto di non ritorno dove le cose debbono per forza cambiare. 

A dispetto di molto tam tam disfattista e, nonostante le certo non rassicuranti notizie che negli ultimi tempi si propagano a macchia d'olio (dai disastri naturali a quelli umani - che poi sono strettamente collegati) e non senza certo piglio allarmista dei mass media avvezzi alla cultura del terrore, a dispetto di tutto ciò, dicevo, credo ci sia in atto una grande Trasformazione che molti individui hanno accolto e portano avanti in modi per lo più non eclatanti. Ma ci sono. Sempre Aurobindo parlava di una “speciazione”, un Uomo Nuovo pronto a ricongiungersi con l'Anima del mondo in ogni suo aspetto più infinitesimale e, di conseguenza, a cambiare le sorti del mondo. 


Il punto non è essere o meno d'accordo su quanto sto scrivendo io ora o su quanto disse il grande visionario Aurobindo allora, il punto è quanto amore siamo in grado di manifestare in questo preciso momento storico, quanto siamo in grado di lasciare da parte giudizi, prediche e punti di vista e a renderci capaci di incarnare Amore, fiducia, perseveranza, entusiasmo, forza di volontà e coraggio.

Avere paura e seminare pensieri di rabbia, odio, risentimento, sfiducia e rammarico non contribuisce certo a risanare le sorti del Pianeta. Il che non vuol dire buonismo a tutti i costi, anzi. Ma ricordiamoci che più gli esseri umani sono impauriti, più sono manipolabili e controllabili il che fa gioco solo al “Sistema”. Dunque, non c’è atto più rivoluzionario che coltivare un'attitudine davvero controcorrente in questo momento storico, fatta di sentimenti quali gioia, entusiasmo, fiducia, bellezza, armonia, creatività e uno che tutti li racchiude, l’Amore. 

L’amore rimane un'idea astratta solo fintantoché lo rileghiamo a un concetto mentale. Uscendo dai reami molto suscettibili della mente, si aprono voragini di possibilità talmente vaste da non poterle nemmeno anche solo immaginare. Per cui, se davvero vogliamo essere utili alla Terra, dovremmo amare fino allo sfinimento, concretamente qui e ora, senza rimandare e non in nome di falsi dei!

"L’uomo è la specie più folle: 
venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile. 
Senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo 
è quel Dio che sta venerando"

(Hubert Reeves) 



E oggi, aggiungo:


Quando parlo di "dimensione universale dell'esistenza" - che per me è sinonimo di visione poetica - non si vuole suggerire astratte seduzioni mistiche, ma qualcosa di molto concreto che agisce nella vita quotidiana. 
Qualcosa di etico ed estetico al tempo stesso, dove l'estetico richiama l'etimologia della parola che, come in "estasi", allude a un "andare fuori" ... 
Fuori dove? Forse dal piccolo Io personalistico che non guarda al di là del proprio naso? 

Dimensione universale dell'esistenza può essere compreso anche da queste pagine di Thich Nhat Hanh dove l'interconnessione che ci anima viene ben espressa con la metafora dei cordoni ombelicali

"Un giorno, mentre camminavo, avvertii qualcosa di simile a un cordone ombelicale che mi connetteva con il sole e con il cielo. Compresi molto chiaramente che, se il sole non fosse esistito, sarei morto all'istante. Poi vidi un cordone ombelicale che mi legava al fiume. Improvvisamente seppi che, se non ci fosse stato neanche il fiume, avrei perso la vita, perché non avrei avuto l'acqua da bere. Vidi anche un cordone ombelicale che mi univa alla foresta: i suoi alberi producevano l'ossigeno che mi permetteva di respirare, senza la foresta sarei morto. Percepii anche un cordone ombelicale che mi collegava al contadino che coltiva le verdure, il grano e il riso che cucino per nutrirmi. Quando si pratica la meditazione si comincia a vedere cose che gli altri non vedono.  Anche se non ce ne accorgiamo, tutti questi cordoni ombelicali esistono e ci collegano a nostra madre, a nostro padre, al contadino nei campi, al sole, al fiume, alla foresta e così via. [...] Se dovessimo fare un disegno che ci ritrae con tutti questi cordoni ombelicali, scopriremmo che non sono solo cinque o dieci, ma forse centinaia o migliaia, e noi siamo collegati con ognuno di essi.

(Thich Nhat Hanh, dal libro: Paura Supera la Tempesta con la Saggezza)




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Lasciano la scia come stelle cadenti
gli aerei che al mio apparire in cielo
destano lo sguardo verso nuovi dirottamenti.
È un gemito di silenzio
l’andare sulla soglia di un nuovo viaggio
che mi svuota l’anima al passaggio della notte
quando l’aria rinfresca di bruma le nuvole snelle
dall’asfalto e dai palazzi con le luci delle case 
e i rumori di piatti e radio accese
tra le persiane semiaperte
il rumore del mondo
mitiga il tuono di questo infinito che accade
ogni volta che poso le ultime preghiere del giorno
nel fumo trasparente del firmamento
odor di tabacco rappreso che sa di mare
di deserto, di oriente e di saudade,
di meraviglia in tutte le lingue del creato
il ritornello di un cuento de nunca acabar.
E lascio tremare il vento caldo dell’estate
sui capelli sciolti e sul petto nudo
perché nessuno mi vede
e sono sposa all’universo che, puntuale,
getta un gomitolo di luce sul davanzale
di una nuova prima volta.

(Cecilia Martino "un cuento de nunca acabar", da "Il mestiere del dare")

©Foto CECILIA MARTINO


L'armonia è stata mia madre nella canzone degli alberi 
ed è tra i fiori che ho imparato ad amare.

(Friedrich Hölderlin)


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