27 ottobre 2021

Ricevere dall'invisibile | La Grande Invocazione e il più potente rituale di ogni tempo

Il più potente rituale di ogni tempo per ricevere dall'Invisibile (Grande Spirito, Dio, Intelligenza Superiore, Universo, Mistero o come più risuona in voi) è avere fede

Tutto qui? Potreste dire magari storcendo il naso perché la parola "fede" vi richiama a dettami religiosi o a noiose lezioni di catechismo. Se così fosse, non avreste tutti i torti. Infatti, non è alla fede dogmatica che il suono del divino invisibile risponde, bensì alla vibrazione più sincera e umile di un cuore aperto. 
Dunque, ricordiamoci che non basta avere fede.
Una fede concepita intellettualmente può fare più danni che altro. Pertanto, niente più lamentele del tipo: "Non funziona, a me non succede mai niente, io non ricevo segnali, nessuna grazia, nessuna risposta alle mie preghiere e via dicendo".
Credere di avere fede non equivale ad avere fede e avere fede non equivale a essere fedeli. 
Ma non c'è da scoraggiarsi perché l'Universo non punisce nessuno, le energie che si muovono nell'ottica del grande piano divino d'esistenza sono sempre neutre e neutrali, collaborative ai fini di un massimo bene per tutti, quantunque possano a volte apparire distruttive, terrificanti, ingiuste. 
Avere fede quando le cose vanno sempre bene (dal nostro punto di vista personale) in fondo, è facile no? Che atto di fede è quello di ringraziare la vita solo quando ci sembra aderire maggiormente alla nostra idea di felicità, giustezza, armonia!?
Riflettiamo su questo. C'è già tutta la soluzione dentro a tale interrogativo. 


Tornando alla fede di differente qualità, una qualità più profonda che emerge dallo schiudersi della coscienza.  Ogni cosa ha una sua "qualità superiore" da far emergere, la famosa "ottava superiore" del linguaggio musicale che è anche il linguaggio divino, universale. Utilizzo l'aggettivo superiore non nel senso morale-giudicante di "migliore", ma nel senso energetico di "più elevato". 
La fede che sgorga spontanea da un cuore umile, puro, disponibile, aperto, amorevolmente abbandonato, affidato, proteso a piene mani verso l'insondabile che lo permea e sostiene, ovvero connesso con la parte più intima ed essenziale della incarnazione umana, ecco… questa è la qualità di fede che "fa miracoli".
Questa non è la fede cieca che commette crimini oltraggiando qualsiasi legge di armonia cosmica in nome di "qualcosa a cui credere"...  No, qui non si tratta di avere "qualcosa o qualcuno a cui credere", ma di aprirsi al mistero che ci abita e che vive attraverso di noi.


I grandi maestri di tutti i tempi - per lo più fraintesi e mai davvero profondamente accolti nell'originalità del loro messaggio rivoluzionario -  hanno sempre posto l'accento sull'aspetto di responsabilità personale nel rendersi complici o meno dei piani divini dell'esistenza. E a voler riassumere, la responsabilità forse maggiore è quella del Surrender, la resa al Divino quale direzione costante da dare alla nostra vita. 
Con il senso della direzione ben radicato nel cuore, ci si può smarrire ma ci si ritrova sempre. La direzione è un verso, il linguaggio del grande spirito è sempre poetico!
Tenendoci saldi in questa direzione, prendendo la mira su ciò che è la visuale per incarnare una vita più ampia che include dimensioni fisiche ma anche extrasensoriali,  contatto con l'anima e con l'invisibilità che ci nutre, saremo sempre in compagnia della fede.
La vera fede non è affatto "cieca", vede con gli occhi del cuore, più che un vedere è un sentire, un vedere tattile e, dunque, diventa certezza, saggezza.
Chi sa non ha più bisogno di credere, incarna la fede e i "miracoli" si compiono attraverso di lui. 


La tua fede ti ha salvato. 
Questo usciva sempre dalla bocca di Gesù ogni qual volta veniva ringraziato per una guarigione data. La vera guarigione accadeva attraverso la fede di chi l'aveva cercato, l'energia più potente che consente di sintonizzarsi con le frequenze divine, cosmiche, compassionevoli e amorevoli che sono il serbatoio potenzialmente infinito per l'accadere delle singolarità.
Singolarità è il nome scientifico di "miracolo"... 
Pertanto, siate fedeli nel vero senso della parola. Siatelo! 
Non abbiate fede, ma siate fedeli alla verità che scegliete di incarnare!
Ciò che si incarna è infinitamente più potente di ciò che semplicemente si dice, si proclama, si pensa. 
Anche il Figlio di Dio si è incarnato per manifestare questa verità e renderla più visibile agli occhi di tutti. Ma non tutti l'hanno visto nè riconosciuto.
Allora, apriamoci alla nostra meravigliosa padronanza di essere umani, fedeli e innamorati del mistero che ci alita dentro rendendo possibile la nostra esperienza terrena prima del ritorno alla casa delle Origini, la sorgente d'amore da cui ogni particella ha preso forma e da cui ogni nostro intento può diventare preghiera, poesia, celebrazione….

Chiudo questo scritto con una "Invocazione" giuntami dall'invisibile affinché possa condividerne l'incanto rendendola disponibile a chiunque voglia prenderla a cuore per se stesso e per chi ama.
Mi è giunta nella forma più congeniale alla lingua dei misteri e del mio cuore, la Poesia.


INVOCAZIONE ALL'INVISIBILE

Grande Invisibile che tutto permei,
consentimi di vederti nelle piccole cose di sempre.
Se non ti vedo, consentimi di udirti nei richiami della natura e nel nome delle persone che amo.
Se non ti sento, consentimi di toccarti nelle boccate d'aria dei miei respiri quotidiani.
Se non riesco a toccarti, consentimi di cogliere il tuo profumo, tra i giardini fioriti o la melma del fango, indistintamente.
Se non riesco a cogliere il tuo profumo, consentimi di assaporarti nel nutrimento costante che dai alla vita, nel pane appena sfornato e nelle parole di benevolenza.
Se non riesco a cogliere il tuo sapore, consentimi di sentirti in ogni cellula del mio corpo, vibrante energia che accarezza tutto il mio essere come un'arcana sorgente che placa ogni sete.
Se non riesco a sentirti, consentimi di fidarmi di te, di amarti così tanto da non avere più bisogno di volerti afferrare.
Donami la grazia riposante di realizzare di essere nel mondo ma non del mondo,
e di riscoprire nella mia più nobile Umanità il segreto per entrare in contatto con te e in intima comunione con tutto ciò che è. 

(Cecilia Martino)




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15 ottobre 2021

Notte di Samhain | Cosa fare, significato e consigli poetici


La Notte del 31 ottobre ci ricorda che può bastare un'"altra vista", non un'altra vita, per armonizzarci con tutto ciò che c'è.

La parola Samhain è composta da Sam + fuin = fine dell’estate, utilizzato anche nell’accezione di “riunione” e, per estensione aggiungerei di ri-unificazione, ricongiunzione, ri-armonizzazione, integrazione.
Di cosa? Cosa c'è da riunificare, re-ligere, rendere religioso?

Forse quel “mondo delle cose nascoste”, che poi tanto nascoste non sono, e forse mai come nel periodo dell’anno che volge al raccoglimento possono essere viste, manifeste a uno sguardo più attento, perché la natura stessa si approssima a un ritiro, ripiegandosi in se stessa non senza esplosioni di grazia così care al periodo autunnale.
Boschi, campagne e luoghi selvaggi parlano sempre molto chiaro.
Sono le cose del mondo “invisibile”, non visibile ma sensibile e sentito, la dimensione spirituale che tutto permea, “monda e umanizza” – parafrasando una suggestione del poeta Emerson.

Eccolo, allora il “mondo degli spiriti” quale aggregazione di qualità energetiche più che di entità da antropomorfizzare, di cui fanno parte anche avi e antenati, componenti amate di questa ricorrenza che a più voci si intona nel culto della celebrazione delle anime trapassate. 

Ma le anime poi trapassano per davvero? 

Se l’anima è immortale, queste notti di ritualità che precedono e poi accompagnano tutto Samhain non ci richiamano forse all’entrata in profondità in ciò che di più impermanente riceviamo nell’avventura terrena? I corpi, la fisicità, una forma di energia più densa, possono dialogare con l’informe e l’extrasensoriale in un paradosso di dialogo alchemico-poetico che per alcuni ha ancora il suono allettante di magia, per altri è l’unica realtà possibile; niente di straordinario se non nell’intesa da rinnovarsi ogni giorno con quanto ci è più estraneo, inconoscibile, misterioso. 

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Celebriamo dunque il “mondo delle cose nascoste” come invito a mostrarci e insieme occultarci, onorare il nostro lato terreno, multiforme e cangiante, intimamente interconnesso agli altri esseri viventi, insieme al nostro destino di verticalità in alto nei regni celesti, l’ascesi spirituale che contempla l’assoluto imperituro, impronunciabile, ineffabile, sfondo di coscienza e spirito del mondo.

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Il simbolo della croce evoca la duplice dimensione - orizzontale e verticale - del nostro cammino, innalzamento verso il cielo e ritorno verso la terra, ascesa dell'energia verso il vertice del corpo e discesa verso la sua base. "Ciò presuppone che il celeste non sia soltanto sopra le nostre teste ma anche fra noi" (cit. Luce Irigary, La via dell'amore)


Potremmo utilizzare le particolari atmosfere della notte di Samhain per accorgerci e accoglierci nella
multidimensionalità che ci è propria in quanto esseri umani viventi in coscienza, presenti e divinamente ispirati. L’interregno del mondo dei morti è il nostro “pane quotidiano”, la complicità universale del rigeneramento e dell’ascensione, l’attitudine sacra di pregare, cantare, danzare, meditare la presenza di ogni momento pieno che il vuoto sostiene e nutre, nel fermento che rende un terreno pronto per raccolti sempre nuovi.

Chi è trapassato in altra forma vive in altra forma, il mondo degli spiriti non alberga in luoghi distanti e oscuri, atroci e infernali, è il focolare del nostro cuore pulsante finché vitale a dare calore a tutto ciò che esiste in una trama dialogica ben più vasta di quella che la narrazione ricorrente, condizionata e unidirezionale della mente assertivamente logorroica vuole tramandare. 


Proviamo, allora, nella “notte più magica dell’anno”, a fluidificare le storie che ci ancorano a punti fermi della nostra esistenza. È la notte in cui si assottigliano i veli tra le dimensioni, potremmo sorprenderci più sensibili, vulnerabili… Sarebbe una benedizione, purché rimaniamo disponibili.
Per armonizzarci a tutto ciò che c’è ci è richiesta “un’altra vista”, non un’altra vita!
Vedere che, in fondo, non c’è separazione alcuna tra luce e ombra… Siete consapevoli del fatto che nelle nostre teste e nelle nostre colonne vertebrali ci sono molteplici connessioni tra materia grigia, che usa la luce, e quella bianca che usa le tenebre, l’energia oscura?

A tal proposito, e per affascinanti approfondimenti consiglio la lettura dei libri di Giuliana Conforto.
 


Abitiamo un universo poetico non perché ad ogni stella cadente possiamo esprimere un desiderio, ma perché ogni desiderio che sia moto del cuore allineato a volontà superiore crea una stella, un potenziale di azione, di ritmo, di spaziosità, di armonia, di espansione e poi esplosione sì, il ritiro, il rientro a Sé, al nucleo divino dell’essere.
Siamo inseparabili dal mosaico spirituale della Natura, l’ascolto e il silenzio sono gli strumenti più potenti e puri a nostra disposizione, ganci misericordiosi con cui è possibile riconsegnare i fardelli delle nostre storie personali a una prospettiva più ampia che se ne prenderà cura. 

Esprimerci poeticamente è tornare ad abitare la lingua vibrante delle Origini, evocativa e allusiva, inclusiva e accogliente, disponibile e sorprendente, celebrativa e vocazionale.
Perché nelle formule magiche e nei rituali si pronunciano parole?

Cosa dona potere trasformativo a una precisa successione di versi? 

Nella mitologia dell’India c’è una dea tutta femminile che è la Parola, raffigurata in una divinità fluviale, la Sarasvati “colei che è costituita di flutti” … "I flutti portatori di vita diventano portatori di parola: ci si appella alla generosa abbondanza di Sarasvati quando si prova lo sgomento di non sapere più cosa dire o cosa pensare". (cit. Charles Malamoud, Femminilità della Parola)


Da dove proviene la generosa abbondanza di Sarasvati?

Non certo nel riconsegnarci alle strettoie di frasi fatte, preconfezionate e vuote di … Presenza. Non sono ingranaggi di un linguaggio sterile, ma fiumi, movenze, ritmiche, respiri di una lingua nuova che si anima in relazione al presente e diviene suono perturbante, pulsazione risvegliante, quasi un silenzio che vibra. 
Non a caso la Dea è raffigurata con lo strumento musicale sitar. Come Orfeo e la sua lira, il cantore delle parole che vibrano, parole che suonano, parole che nutrono, parole intrise di poesia, simbolo dei misteri orfici, iniziatici, con un'alleanza stretta con gli Dei degli Inferi.

"Ma egli, evocatore, li desti
e nello sguardo mite li esorti
a mescolarsi a ogni cosa veduta"

Comunicare con chi non è più visibile agli occhi è un "allenamento poetico" a vedere con la sensibilità pura che ci avvolge nella totalità, una sensibilità tattile, energetica,  vibrazionale. 
Risuonare con qualcosa è entrare in contatto intimo.
Comunicare "con i morti" non assume forse tutto un altro spessore se quello che ci lega è un atto lirico di intonazione e risonanza?
Avere fede nell’invisibile è, in sostanza, amore. Amore incarnato e disincarnato.
In nome di questo amore che “move il Sole e l’altre stelle”, sacrifichiamo la staticità e le fissazioni per renderci liberi di fluire. Bruciamole insieme alla lanterna di Jack O Lantern (o di Diogene!) mettiamoci nuovamente il sale in zucca, per dare sapore alla vera vita! Per intonare il nostro canto libero. 
A proposito di canto libero - e che libera - consiglio di vedere il film di animazione Coco, perfetto tra l'altro per questo periodo!


Possiamo accendere un bel fuoco durante la notte di Samhain e bruciare i lacci della memoria che ci impediscono di
fluire inarrestabili con la vita che si svolge sempre e unicamente al presente.

Presentiamoci di fronte ai nostri defunti, memorie dolorose, ricordi familiari o altro, spiriti infestanti, demoni e scheletri nell’armadio…
Presentiamoci a queste forze transpersonali riconoscendone la qualità, in amorevole distacco, in consapevole unione.
Distacco e unione,  non c'è contraddizione, è la bellezza salvifica del paradosso: la legge poetica del nostro compimento terreno.
Utilizziamo il più possibile verbi al presente, ascoltiamoci al presente, rammemoriamo al presente.
Presentiamoci alla vita e alla morte nella versione più autentica di noi.
Perché alla fine cosa rimane della vita è la lingua della poesia.


Egli è terreno? Egli è terreno? No, dai reami

diversi prese la vasta natura.

Più esperto piega del salice i rami

che le radici del salice cura.

Quando fa buio sul desco non resti

pane né latte: attirano i morti.

Ma egli, evocatore, li desti

e nello sguardo mite li esorti

a mescolarsi a ogni cosa veduta;

a lui l'incanto di erica e ruta 

sia vero come il rapporto più chiaro.

Niente l'immagine salda cancella;

sia della casa, sia della bara,

celebri l'urna, il fermaglio o l'anello.

(I, 6 Sonetti a Orfeo di Rainer Maria Rilke)


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Franco Battiato - Lo stato intermedio quella "gaffe" chiamata morte

Film Coco - L'importanza degli antenati e dei sogni ribelli



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