Parlare di Yoga Nidra significa parlare della possibilità di ridare dignità all’atto più trascurato della vita contemporanea: il riposo.
Testo di Simone Carbonardi, Turiya Yoga Academy
Lo Yoga Nidra, così come tramandato nel nostro lignaggio, non è una semplice tecnica di rilassamento né un esercizio mentale di suggestione, ma un processo filosofico e psicologico che riconduce la mente a quella soglia invisibile in cui il sonno incontra la veglia e l’essere umano può riscoprire la propria vera natura. Parlare di Yoga Nidra significa parlare della possibilità di ridare dignità all’atto più trascurato della vita contemporanea: il riposo. Un riposo che non è fuga nell’incoscienza, ma conquista consapevole di uno stato in cui la mente, silenziosa, impara a non disperdersi e a non lasciarsi travolgere dalle sue stesse modificazioni. Nella nostra epoca, in cui il tempo è diventato merce e il sonno stesso viene frammentato e impoverito, proporre una filosofia del riposo cosciente assume un valore politico, perché tocca la radice di una società che non sa più fermarsi.
La tradizione da cui riceviamo questo insegnamento non concepisce lo Yoga Nidra come un percorso di visualizzazioni guidate, affermazioni o costruzioni di scenari interiori. Tutti questi elementi possono avere la loro utilità, ma restano secondari rispetto al cuore della pratica: la sospensione consapevole tra veglia, sogno e sonno, in cui la mente impara a restare vigile mentre il corpo e le emozioni si immergono nel silenzio. Inoltre ben consci del ruolo e delle problematiche del processo immaginativo che prende il nome di Vikalpa e del suo imponente fattore di distrazione e di replica klistha (imbevuto di afflizione e potere associativo e distraente) lo utilizziamo come struttura il più lineare e scarna possibile in modo da creare il meno possibile associazioni che non potremmo indirizzare con la nostra, per quanto sapiente, guida. Non vi è alcuna contrapposizione con le vie che hanno divulgato una versione più immaginativa, ma piuttosto una diversa profondità di prospettiva. La filosofia che sostiene il nostro approccio non cerca di riempire la coscienza di nuove immagini, bensì di educarla al vuoto che libera, al silenzio che rigenera, al riposo che non è interruzione, ma ritorno a una sorgente più profonda. Pensiamo però, sapendo bene che ogni mente, volente o nolente, produce una modificazione nel campo del ricevente (Agama), che l'insegnante che lo eroga debba essere in un continuo processo di purificazione del proprio campo mentale.
Il procedimento è semplice, ma non banale. Ci si prepara sdraiandosi in shavasana su un piano stabile, coprendosi se necessario e predisponendo il corpo a non sentire disagio. Il respiro diaframmatico diventa la base, stabilendo un’onda regolare e silenziosa. Talvolta si disegna mentalmente attorno a sé un mandala di luce, tre cerchi concentrici che proteggono lo spazio interiore e impediscono alla mente di vagare, un simbolo che nel nostro lignaggio si oppone alle tre modalità di sofferenza. Poi si comincia a scivolare in un rilassamento progressivo, punto per punto, sciogliendo i nodi del corpo e con essi quelli della mente. Il corpo nello yoga è sempre prodotto dell'accumulo delle azioni mentali che vi riversiamo e viene considerato prarabdha karma.
Questo rilassamento non è un massaggio immaginato, ma un’educazione all’ascolto sottile: la mente viene insegnata a penetrare nei tessuti, negli organi, nelle articolazioni, per riconoscere che il corpo fisico e quello energetico sono due facce dello stesso respiro vitale.
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Nella mitologia induista, Vishnu, il dio protettore, viene spesso rappresentato in stato di Yoga Nidra, spesso sull'oceano primordiale, simboleggiando il suo riposo tra i cicli cosmici. |
Il passo successivo è il respiro psichico. L’inspirazione viene vissuta come se scendesse dalla sommità del capo, l’espirazione come se uscisse da punti diversi del corpo: le dita dei piedi, le ginocchia, il perineo, l’ombelico, il cuore, la gola, il centro fra le sopracciglia. Questo non serve a creare una mappa simbolica, ma a insegnare alla mente la continuità dell’attenzione, la capacità di scorrere senza interruzioni. Non ci sono mantra a differenza della meditazione supercosciente per come insegnata da Swami Rama né immagini: solo il fluire del respiro come unico oggetto di coscienza.
A questo punto si entra nel cuore della pratica. La mente è invitata a dimorare nel cavo del cuore, luogo delle emozioni e dei sogni, ma ora privo di agitazione. Lo Yoga Nidra è definito “silenzio del cuore” perché non è un semplice rilassamento cardiaco, ma l’esperienza di un cuore che riposa senza pensiero, senza immagine, senza parola. È un silenzio vivo, che non addormenta, ma vigila.
Questo stato ha una portata filosofica enorme. Secondo la visione vedantica e secondo la nostra tradizione yogica, il sonno profondo è un’esperienza di contatto con una dimensione più vasta, ma che normalmente attraversiamo in incoscienza. Yoga Nidra è la possibilità di entrare in quello stesso spazio restando svegli. È un allenamento alla soglia, un’arte di vivere ciò che di solito si subisce. Non si tratta di ottenere nuove esperienze straordinarie, ma di riscoprire la qualità originaria della mente: la capacità di essere testimone anche quando ogni altro contenuto si ritira. Una propedeutica essenziale per fare sì che la mente cominci a lavorare in piena accordanza e sincronia con il divenire.
Chi ha praticato seriamente sa che pochi minuti di questo riposo cosciente possono rigenerare più di ore di sonno. Ma ridurre Yoga Nidra a una tecnica per dormire meglio o per recuperare energia sarebbe ancora una volta un impoverimento. Il vero senso di questa disciplina è psicologico ed esistenziale: si tratta di imparare a non essere trascinati dalle modificazioni del campo mentale facendolo in un luogo e con una attitudine preferenziale e comoda. La mente che si abitua a sostare tra veglia e sonno, senza cadere nell’oblio, diventa stabile anche nella vita quotidiana. L’attenzione acquista radici, non viene più spazzata via da ogni stimolo, e in quella stabilità può nascere una comprensione più profonda di sé e del mondo.
Nella fase più avanzata della pratica si incontra la cosiddetta shava-yatra, il “pellegrinaggio del corpo”, in cui la consapevolezza viaggia da un punto all’altro del corpo accompagnata da un punto di luce e dalla reintroduzione del mantra che vibra come una stella. Questa esperienza non è un esercizio immaginativo, ma un atto di interiorizzazione estrema: il corpo intero diventa paesaggio della coscienza, la mente si ritira dalle distrazioni esterne e si ricongiunge con il campo vitale universale. È qui che si compie la fusione tra la consapevolezza sulla propria energia come prāṇa individuale e quella universale che prende il nome di prāṇa cosmico: il respiro non è più solo dell’organismo, ma onda unica che scorre nel mare infinito dell’esistenza.
Ciò che distingue radicalmente questa visione è che non si cerca di indirizzare la mente verso nuove costruzioni, ma di liberarla da ogni costruzione, lo spazio cognitivo che si vuole creare è uno spazio vuoto di ciò che può dividerlo che è proprio vikalpa l'immaginazione e lasciarlo finalmente pieno solo della propria vera natura.
Troppo spesso Yoga Nidra viene venduto come un accompagnamento immaginativo, una favola da vivere distesi con l'utilizzo di alcune immagini di cui non si comprende portata e delle volte il potere associativo che filtrato da memorie personali può condurre ad una esperienza poco piacevole.
Invece di riempire il cuore di immagini, lo si lascia vuoto, e proprio in questo vuoto si manifesta la sua vera potenza. La mente diventa specchio puro, capace di riflettere senza deformare. Questo non è un ideale mistico, ma un’esperienza concreta che chiunque può toccare con la pratica corretta. È un ritorno a ciò che siamo prima delle nostre storie interiori, prima delle nostre identificazioni. Yoga Nidra può essere considerata propriamente, in tale accezione, vera e propria pratica di pratyahara.
In una società che corre, produce, consuma e accumula, l’atto di fermarsi e riposare coscientemente diventa gesto rivoluzionario. Lo Yoga Nidra ci restituisce il diritto a non essere continuamente inghiottiti dall’efficienza e dalla distrazione. Restituirci al silenzio del cuore significa affermare che l’essere umano non è fatto solo per funzionare, ma per conoscere se stesso nella sua radice. La filosofia dello Yoga Nidra è allora un atto di resistenza: resistenza al sonno inconsapevole che domina le nostre vite, resistenza al dominio della mente dispersa, resistenza a un sistema che ci vuole sempre anestetizzati in produttività e mai presenti.
La forza di questa disciplina non sta nel promettere esperienze straordinarie, ma nel restituirci ciò che abbiamo dimenticato: la possibilità di abitare il riposo. Non un riposo passivo, ma un riposo cosciente che diventa conoscenza, che diventa via di trasformazione. Il silenzio del cuore non è assenza, è pienezza.
Ed è qui che Yoga Nidra mostra il suo vero volto: un cammino semplice, che non richiede posture complicate né visualizzazioni complesse, ma che chiede soltanto la disponibilità a restare vigili dentro il silenzio.
Così, in un mondo che ci educa a fuggire da noi stessi attraverso distrazioni continue, lo Yoga Nidra ci educa a rimanere.
Ci mostra che non abbiamo bisogno di riempire la coscienza per sentirci vivi, ma di alleggerirla per scoprire la vita stessa.
È teoria incarnata, pedagogia della soglia, arte di risvegliare la mente dentro al sonno. In questa prospettiva, parlare di Yoga Nidra non significa diffondere un’altra tecnica di rilassamento, ma restituire all’umanità un sapere antico che oggi appare più che mai rivoluzionario: il diritto al riposo cosciente ed una induzione cosciente a ritornare a studiare l'immensità della Darshana per come descritta dagli Yoga Sutra di Patanjali.
(Fonte: Simone Carbonardi, Il Silenzio del Cuore: la Filosofia dello Yoga Nidra - Turiyayoga.it)
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La consapevolezza è una forma di amore.
La parola pali da cui proviene è sati, che è ricordare, riportare al cuore.[...] La postura è soprattutto una postura del cuore...
La postura del cuore è: io sono qui, aperta a qualsiasi cosa sorga e mi visiti, sono radicata a terra, sento il suo sostegno e insieme mi alzo verso il cielo, nello spazio, li cucio. Il respiro è il mio alleato, mi fa stare in questo momento che fugge, nel presente che non è un tempo [...]
Nel Buddhismo si dice che un essere risvegliato abbia il cuore vuoto, che significa spazioso, ampio, un cielo in cui le emozioni, gli affetti, i pensieri, le opinioni (in sanscrito cuore e mente sono un termine solo: citta) passano, ma non permangono, sorgono e svaniscono. La non-identificazione con le ineffabili emozioni, i discontinui pensieri, illumina la fondamentale vacuità dello sfondo, della coscienza, la vivezza di uno spazio che riceve con freschezza l'esperienza senza interpretarla, nè evitarla, senza aggiungere, senza togliere, nudamente. (Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva - L'arte della meditazione)
Tu cerchi la vera coscienza. Dove la puoi trovare? Puoi forse trovarla al di fuori di te? Devi trovarla dentro di te. Perciò rivolgiti all'interno. Il cuore è la sede della coscienza, o la coscienza stessa. (Ramana Maharshi, Consigli per la pratica spirituale)
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