16 ottobre 2022

Lo Yoga della Consapevolezza: la fine del gioco karmico


Prendo spunto da una riflessione del Dalai Lama sulla quale mi sono recentemente imbattuta e che più o meno suona così: da una mente indisciplinata deriva un karma spiacevole.

Credo sia utile mettere a fuoco cosa si intende per mente indisciplinata in un percorso autorealizzativo come quello che ci offre lo Yoga e nel quale la stessa nozione di karma potrebbe dileguarsi all'istante. 

Uno dei termini sanscriti che può aiutare a focalizzare questo punto di partenza fondamentale nello Yoga è Viveka che vuol dire discernimento, giusta discriminazione. Mente che discerne, dunque. 

La mente che non discerne o indisciplinata, riprendendo l'aggettivo usato dal Dalai Lama, è una mente dispersiva, sempre distratta e volatile, pronta a perdersi in fantasticherie, associazioni mentali, dialoghi interiori, giudizi ininterrotti su ciò che sperimenta a livello sensoriale etc. 

È una mente offuscata dal richiamo degli impulsi che riceve dal mondo esteriore (il mondo dei fenomeni transeunti e impermanenti, l'universo della Maya) e che reagisce ad essi, in maniera per lo più automatica e inconsapevole. Non solo, è una mente totalmente identificata con la realtà del mondo fenomenico e la sua dimensione relativa, densa, intrisa di paura, rabbia, dubbi, etc. 

Lo Yoga e i maestri realizzati di tutti i tempi, hanno posto l'accento su un'altra realtà, ugualmente sperimentabile benché non con i sensi ordinari, e su un'altra dimensione: la realtà del Sé imperituro, coscienza cosmica senza nome né forma, dimensione assoluta non influenzata dai limiti di spazio e di tempo. Viveka è la parola-seme che dovrebbe ricordarci in ogni momento dove stiamo ponendo l’attenzione: se sulla realtà relativa del Divenire o su quella assoluta dell’Essere.



LA REALTA’ SIMULTANEA DELLA MATERIA E DELLO SPIRITO



È bene comprendere che non si tratta di due mondi a parte, due dimensioni opposte, inconciliabili, separate e distinte, bensì di due dimensioni (posizioni coscienziali) simultaneamente disponibili.

Affermando che il mondo relativo dei fenomeni e della realtà ordinaria è illusorio non si intende negare l'esistenza del mondo così come lo vediamo e sperimentiamo con la mente ordinaria, ma il fatto che essa non solo non è l’unica realtà percepibile, ma è anche la minima parte di ciò che esiste nell’universo e che gli organi della percezione ordinaria celano piuttosto che rivelare. 

Affinando la sensibilità energetica verso una conoscenza intuitiva extrasensoriale, è possibile accedere al regno delle verità spirituali. 

La realtà non è che una messinscena della nostra coscienza.

Si tratta fondamentalmente di due prospettive o posizioni coscienziali differenti a loro volta collegate a frequenze vibrazionali specifiche: una che separa, l'altra che unisce. Una che crea malattia e stress (e karma!), l'altra che guarisce e pacifica a tutti i livelli.

Dal punto di vista delle vibrazioni, dunque, viviamo simultaneamente in due dimensioni: quella della Verità Divina o Spirito, Atman, Assoluto e la dimensione dell'Umanità. Quest'ultima può essere vista come la "scuola" che attraverso l'esperienza della dualità e degli opposti (bene, male, bello, brutto, luce, ombra, separazione, paura, oscurità, impermanenza etc.) vorrebbe farci crescere in comprensione e facilitare il nostro "ritorno a casa", all'Origine spirituale dell'Uno intriso di amore, gioia e compassione.


NEL REGNO DELL’ETERNO PRESENTE IL KARMA NON ESISTE

Nella dimensione dell'Assoluto dove si sviluppano le trame segrete dell'esistenza pura, incondizionata, fusa con lo spirito di ogni cosa, espansa in una prospettiva non dualistica (stato di Unione yogica, Samadhi), il karma non può sussistere. In questa dimensione - che tra l'altro è la nostra vera natura, originaria, quella che abbiamo dimenticato e che la mente indisciplinata non ci consente di contattare - la mente risvegliata (fusa con il divino interiore) non produce più i pensieri generanti karma o, detto altrimenti, non esiste la temporalità nella quale il karma - per la legge di causa effetto - dovrebbe svilupparsi. Siamo nel regno dell'eterno presente, della Presenza vivente, della Coscienza dell'uno senza secondo (Chaitanya), quell' "unico occhio" a cui alludono anche alcune parabole evangeliche e che nello Yoga richiama la Chiara visione della pura essenza divina. 

La mente "disciplinata" in Dio, l'Atman dello Yoga, discriminando (Viveka) ciò che è reale (la realtà spirituale dell'assoluto imperituro) da ciò che non lo è (il mondo fenomenico relativo), riposa finalmente nell'abbandono supremo alle cose così come sono, al Dono di Sé, il Surrender e la grazia che dissolve istantaneamente tutto il bagaglio karmico legato alla personalità (mente egoica indisciplinata) con cui nell'inganno del gioco divino (Lila) e della non conoscenza (Avidya) ci si identifica con tutto ciò che questo comporta (molta sofferenza in primis). 


IL KARMA RIGUARDA I PENSIERI NON LE AZIONI


Dal momento che la realtà manifesta ha origini nelle trame invisibili delle realtà più sottili, dai pensieri ed emozioni che si protraggono nella mente conscia e subconscia associati al nostro sistema di credenze, "c'è solo un modo per scendere dalla ruota del karma ed è scegliere di essere felici in ogni momento. Vivere solo in questo momento", ovvero non credere nella tragedia e non sostenere il dramma che alimenta il senso di importanza personale e separazione, scavalcando le difese dell'ego e sintonizzandosi piuttosto con la verità dell'anima, della luce calda e rigenerante dell'essere.

Questa "sintonizzazione" che ri-unifica provocando un salutare riposo nonché la guarigione dall'unica malattia di base che ci rende la vita un inferno (l'identificazione con il corpo-mente ego), può essere facilitata in vari modi: la meditazione profonda è la Via per eccellenza in tal senso.


PENSIERO KARMICO DI BASE: SIAMO TUTTI SEPARATI

Lo Yoga (visione unitiva) offre gli strumenti per realizzare che non è vero che "siamo nati per soffrire" e per espiare karma visto da una prospettiva vittimistica, fatalistica e senza possibilità di cambiamento. Siamo nati per ricordarci che è Ananda (beatitudine, gioia, appagamento spirituale) la nostra vera natura. Qualcosa che non va cercato all'esterno perché è dentro di noi e va soltanto risvegliata, fatta emergere dalla coltre delle memorie ataviche della struttura egoica mentale con la quale erroneamente ci identifichiamo. Il sottile processo interiore di risanamento spontaneo (o Risveglio) a cui donarsi ce lo evoca poeticamente il fiore di loto, uno dei simboli dello Yoga, che fiorisce emergendo dalla melma di stagni fangosi. 

Man mano che ci sintonizziamo sempre più con una prospettiva più ampia, universale, cosmica ed espansa, a cui tendono in sostanza tutte le pratiche di yoga e meditazione, la vita cambia. 

Lo sguardo sulle cose non sarà più lo stesso, e a quel punto una reale trasformazione organica di tutto il nostro essere può accadere, riportandoci alla verità del nostro stato naturale dell'essere. 

Nello stato naturale delle cose, siamo già liberi! Liberi dalla schiavitù della mente indisciplinata con annessi e connessi, karma incluso! 

"Gli schemi karmici si modificano con un cambiamento del sistema di credenze (la coscienza), non con il duro lavoro". 

In sostanza, realizzare davvero lo Yoga equivale a scendere definitivamente dalla ruota del karma. La legge di causa ed effetto, infatti, non è una legge spirituale ma una legge fisica. 

Nello stato di Coscienza unificato al divino e mantenuto nella vita ordinaria con continuità, l'unica espressione possibile è la splendente luminosità dell'anima immortale. 

La premessa fondamentale insita nell'educazione occidentale e radicata molto profondamente nel sistema di credenze egoico, è che siamo tutti separati. Il pensiero della separazione – che genera egoismo nei comportamenti – è il pensiero seme di ogni tipo di karma. 



Nella visione intuitiva connessa alla legge cosmica e nel pensare in Dio con Dio e come Dio, siamo tutti connessi, Tutto è Uno. Questa è la rivelazione, la salvezza, la liberazione definitiva, il pensiero compassionevole da cui emerge l’essere umano risvegliato: l’Uomo Cosmico. 


IL POTERE DELL’ABBANDONO - SURRENDER

 

"Riusciamo a trascendere completamente la legge di causa ed effetto solo quando rinunciamo completamente al bisogno di sapere il come e il perché di ogni cosa, e lasciamo andare il disperato bisogno di controllare il mondo arrendendoci semplicemente a ciò che è così com'è, sapendo che l'amore di Dio è presente in ogni cosa."


Echeggiano le parole di Mère (La Madre) - compagna spirituale del padre dello Yoga Integrale Sri Aurobindo: "quando non possiamo più spiegare, è l'inizio della poesia - forse l'inizio del vero mondo". 



A questo primo livello di abbandono - che implica una disponibilità e apertura fiduciosa nei confronti di un disegno più ampio di esistenza - è possibile onorare il karma, ovvero non entrare in conflitto con ciò che si è creato nel nostro scenario di vita. 


"A quel punto comprendiamo che il karma non è che un'altra storia che esiste soltanto nella nostra mente, nel Mondo dell'Umanità, mentre nel Mondo della Verità Divina non c'è niente che possiamo definire karma, o causa ed effetto. C'è soltanto la causa originaria, Dio".


A questo secondo livello di abbandono sempre più profondo e impersonale è possibile far emergere la realizzazione della nostra vera natura spirituale atemporale e la vita diventa una celebrazione ininterrotta, un canto sgorgante di pienezza che splende di luce propria.


"Tu non sei il corpo e il corpo non è tuo; non sei nè l'agente nè il fruitore dell'azione. Tu sei Libero, sei la Coscienza e l'Eterno Testimone. Procedi quindi felice …

Il Sé è assoluto, spontaneo, immutabile e immacolato. La sua natura essenziale non è né lontana nè limitata. In verità è sempre presente.

Non appena l'illusione cessa e la natura essenziale del Sé è realizzata, chi vede cadere il velo che oscura la visione vive libero dalla sofferenza".

(Astavakra Samhita)


Vale la pena ricordare che lo Yoga è un processo scientifico per manifestare la divinità in noi e che a sua volta questa manifestazione o Realizzazione del Sé, è lo scopo della vita evoluta.

Tutto il resto dovrebbe man mano perdere importanza, inclusa la tendenza a cercare risposte e soluzioni consolatorie nel mondo della transitorietà fenomenica.

"Cercate prima il Regno di Dio, tutto il resto vi sarà dato in aggiunta".


Le citazioni presenti nel testo sono tratte dai libri :

No Time For Karma di Robey Paxton

Il Perdono Assoluto di Colin C. Tipping

Astavakra Samhita a cura di Nani Mai e Sergio Trippodo



Articolo pubblicato su Yoga Magazine il 24 settembre 2022

Fonte: https://www.yoga-magazine.it/2022/09/lo-yoga-della-consapevolezza-la-fine-del-gioco-karmico/

Sullo stesso argomento: 

Il problema del karma non esiste. Lasciatelo andare completamente!

13 agosto 2022

Yoga e meditazione: l'importanza del "vero cuore"


Il cuore non è l'organo della circolazione sanguigna, è situato nella parte destra del petto, non a sinistra. Può essere contattato e risvegliato nella meditazione profonda.


Andare al cuore delle cose, della realtà essenziale, penetrare il cuore della vita non è in fondo il modo metaforico con cui si indica intuitivamente una sorgente pura di coscienza? 

Mettersi una mano sul cuore non è forse un gesto simbolico e letterale con cui si allude a una sincerità totale, scevra da condizionamenti o fini egoistici, invocando la "buona fede" dell'impronta della mano sul petto e una sensibilità umana che parla dritta all'anima dell'interlocutore? 

Ebbene, il linguaggio poetico non sbaglia mai. 


Nell'antica sapienza dello Yoga, la qualità della percezione che sgorga dal cuore sfociando in un sentimento non egoistico di quiete, pacificazione totale con l'esistenza, armonia e compassione universale è il punto focale.  La stessa definizione dello Yoga data dal saggio Patanjali  - "yoga chitta vritti nirodhah" - indica la cessazione (nirodhah) dei movimenti vorticosi (vritti) del sentimento egoistico (chitta, sostanza mentale inconscia, forme-pensiero condizionate) per far emergere il silenzio della pace interiore, un sentimento pervaso di coscienza unitiva e armoniosa (yoga) che profonde dal cuore. 

Che si percorra la via della devozione (Bhakti Yoga), dell'azione (Karma Yoga), della Conoscenza discriminante (Jnana Yoga), della meditazione (Raja Yoga) o dell'integrazione di tutte le vie (Purna Yoga), non si tratta di alimentare il cuore esaltato da un sentimentalismo sfrenato, da una cieca devozione ritualistica fine a se stessa, dalla frenesia del servizio altruistico a tutti i costi o dal fanatismo intellettuale che scambia l'ardore per un ideale - sia pure nobile - con il fuoco spirituale che abbraccia ogni cosa unificandola in un senso più ampio ed equanime dell'esistenza. E' questa una sottigliezza fondamentale, perché l'ego scambia facilmente le suggestioni emotive personali che fanno battere il cuore con esperienze mistiche di scoperta del Sé autentico impersonale e assoluto.



Il paradiso supremo brilla nel loto del cuore (Kaivalya Upanishad)


36. La concentrazione può essere anche ottenuta fissando la mente sulla Luce Interiore, che è al di là del dolore (Yoga Sutra, Patanjali)


Per gli antichi yogi esiste un centro di coscienza spirituale chiamato il "loto del cuore" situato fra l'addome e il torace, che può essere trovato dal praticante nella meditazione profonda.

Asserivano che avesse la forma di un loto e che brillasse di luce interna. 

Si diceva che fosse "al di là del dolore" poiché coloro che lo sperimentavano, vedendolo con la vista interiore, erano colmati da un senso straordinario di pace e di gioia.

Fin dai primi tempi, i maestri dello Yoga davano molta importanza alla meditazione sul loto del cuore.  In contemplazione, nel silenzio mentale tenendo una posizione seduta meditativa comoda con la spina dorsale eretta, si "entra" nel loto del cuore ponendo l'attenzione sulla relativa area corporea grossolana corrispondente (tra addome e torace) in attitudine ricettiva, vigile e abbandonata e si medita sulla presenza del Brahman: il puro, l'infinito, pieno di beatitudine. 


Nella Chandogya Upanishad si legge:

"Nella città del Brahman, che è il corpo, c'è il cuore, e nel cuore c'è una piccola casa. Questa casa ha la forma di un loto, e in esso dimora ciò che deve essere ricercato, richiesto e realizzato". 

L'universo che si trova nel loto del cuore è tanto vasto quanto l'universo che si trova all'esterno, macrocosmo nel microcosmo e viceversa. 

Nella Mundaka Upanishad si legge:

"Egli dimora nel loro del cuore, dove si incontrano tutti i nervi come i raggi di una ruota. Meditate su di lui come OM e potrete attraversare facilmente l'oceano dell'oscurità. Nel loto splendente del cuore dimora il Brahman, indivisibile e senza passioni. Egli è puro. Egli è la luce di tutte le luci. I conoscitori del Brahman lo raggiungono".


Scrivono Swami Prabhavananda e Christopher Isherwood nel libro Aforismi Yoga di Patanjali - Alla Ricerca di Dio:

"Questo metodo di meditazione è utile perché localizza l'immagine della coscienza spirituale verso cui ci dirigiamo. Se si pensa al corpo come a una città affaccendata e rumorosa, allora possiamo immaginare che nel mezzo di questa città esista un piccolo tempio e che nel tempio sia presente l'Atman, la nostra natura reale. Non importa quel che accade nelle strade di fuori, noi possiamo sempre entrare in quel tempio per trovarvi la pace e per l'adorazione. È sempre aperto".



Ramana Maharshi, nei suoi insegnamenti di saggezza vedantina dedica al "Cuore" tali strofe rischiaranti (ne riporto alcune, tratte dal libro "Consigli per la pratica spirituale"):


Il cuore non è l'organo della circolazione sanguigna. Hridayam significa "questo è il centro". Perciò è sinonimo del Sé. 


Il Cuore è situato nella parte destra del petto, non a sinistra. La luce della coscienza sale dal cuore attraverso il canale della Sushumna fino al Sahasrara. 
…

L'intero universo è nel corpo, e l'intero corpo è nel cuore. Perciò l'universo è contenuto nel cuore.

Il cuore è per il corpo ciò che il sole è per il mondo.

Come il sole illumina la luna, il cuore illumina la mente.

Il mortale che è assente al suo cuore vede solo la mente, così come di notte, quando il sole è tramontato, si vede solo la luce della luna.

La mente del conoscitore che dimora nel cuore è fusa con la coscienza del cuore come la luce della luna nella luce del giorno.

Anche se il significato letterale della parola prajnana è intelligenza, mente, i saggi sanno che in realtà indica il cuore. Il Supremo è solo il cuore.



La distinzione tra il vedente e il visto è solo nella mente. Per coloro che dimorano nel cuore, la percezione è unitaria.

Nell'istante di un improvviso arresto dei pensieri, come accade nello svenimento o nel sonno, in un eccesso di gioia, di dolore, di paura, e così via, la mente torna alla sorgente, al cuore.

Questa fusione è inconscia, e la persona non ne è consapevole. Se invece si entra consciamente nel cuore, è detta samadhi. Perciò si chiama diversamente.

Nel centro della caverna del cuore risplende il solo Brahman. E' la sensazione del Sé sperimentato direttamente come "io-Io". Entra nel cuore attraverso la ricerca del Sé, la fusione o il controllo del respiro, e prendi radici come Quello.

Nessuno nega che l'organo fisico sia a sinistra, ma il cuore di cui parlo è a destra. Questa è la mia esperienza, e non devo appoggiarmi a nessuna autorità. Potete trovarne conferma in un testo ayurvedico in lingua malayam e nella Sita Upanishad.

Tu cerchi la vera coscienza. Dove la puoi trovare? Puoi forse trovarla al di fuori di te? Devi trovarla dentro di te. Perciò rivolgiti all'interno. Il cuore è la sede della coscienza, o la coscienza stessa.

Il cuore è il centro dell'esperienza spirituale, come testimoniano i saggi. Il centro spirituale del cuore non è l'organo fisico. Tutto ciò che si può dire è che esso è il nucleo del vostro essere, ciò a cui siete identici da svegli, nel sonno e nel sogno, sia che stiate lavorando o siate immersi nel samadhi.



Chi domanda sulla posizione del cuore ammette la propria esistenza corporea. E' solo da questo punto di vista che si può fare un riferimento a un corpo fisico. Ciò che indico è la posizione del cuore rispetto alla nostra vera identità.

… Solo la verità su se stessi merita di essere esaminata minuziosamente e conosciuta. Concentrando su di essa la propria attenzione, va conosciuta appassionatamente nel cuore. La conoscenza di se stessi si rivelerà solo alla coscienza silenziosa, sgombra e libera dalle attività della mente inquieta e sofferente. Riconosci la coscienza che splende ininterrottamente nel cuore come il Sé privo di forma, l'Io. La si conosce rimanendo in silenzio, senza classificare niente come esistente o non esistente.

…

Praticando la ricerca del Sé raggiungerai il cuore che è il Sé.

Vai direttamente alla sorgente, e non dipendere da espedienti presi a prestito. La sorgente è il Cuore, il Sé.

L'apertura del cuore è un richiamo cruciale anche nella Sadhana (pratica spirituale) dello Yoga Integrale (Purna Yoga) di Sri Aurobindo. Scrive il maestro nel suo libro Lights on Yoga:

nella nostra sadhana le due cose più importanti sono la apertura del centro del cuore e le aperture dei centri della mente a tutto ciò che è dietro e sopra di loro [… ] Le aperture si ottengono con la concentrazione. Di solito la coscienza si spande e corre da per tutto. Per eseguire qualsiasi cosa d'una certa importanza, ci si deve concentrare, nella testa o nel cuore, secondo se ci si concentra su d'un pensiero o su d'un sentimento.



 

Nel nostro yoga la concentrazione va fatta nel cuore (là ove i fisiologi hanno posto il plesso cardiaco), oppure in un punto qualsiasi del cervello. La prima apertura (concentrazione nel cuore) si attua con un appello al Divino perché si manifesti in noi e perché, tramite chaitya purusha (il centro di noi stessi, o psychic being,  la parte più profonda in noi, ciò che è presente dietro ogni manifestazione e lo sostiene ndr) s'impadronisca dell'intera nostra natura e la diriga. L'aspirazione, la preghiera, la bhakti, l'amore, la dedizione, sono i principali sostegni di questa parte della sadhana … Nel nostro yoga insistiamo sulla necessità di "aprirsi" alla parte più profonda in noi, verso  il chaitya purusha. Per aprirsi il miglior mezzo è samarpana (in inglese surrender, ossia sommissione, dedizione, consacrazione, dono di sè) che significa consacrare al Divino tutto ciò che si è e che si ha … Solo chaitya purusha sa come consacrarsi. 



Yoga davanti al mare - Rigenerazione Gratitudine Respiro
Porto Recanati Estate 2022






08 agosto 2022

Cantare al Sole: la pratica completa del Surya Namaskara


Il ciclo di posizioni noto come
Saluto al Sole (Surya Namaskara) è forse il più rappresentativo di tutto lo Yoga.  Non c’è dubbio che sia a livello fisico ed energetico, sia su un piano metaforico simbolico, il Surya Namaskara racchiude il nettare della sapienza yogica, riassumibile nei concetti di Interconnessione con i ritmi cosmici e di Unione con i principi universali che a livello sottile sostengono tali ritmi. Allineandosi con queste potenze esoteriche espresse nel mondo materiale, l’essere umano compie il suo destino, la sua missione di incarnazione in terra. Infatti, tale Unione, che è lo scopo supremo della scienza yogica, è ottenibile utilizzando il corpo quale chiave di trasmutazione, punto di contatto tra cielo e terra, centro di integrazione tra l’umano e il divino, lo spirituale nel materiale.

Il Sole quale simbolo della vita su questo pianeta e della “vera vita” a cui la ricerca spirituale tende come radicamento nella chiara visione (Viveka, discriminazione) svestita del velo di Avidya (la non conoscenza ottenebrante e illusoria del mondo duale) dovrebbe essere alquanto evidente ma non per questo scontato. Ecco perché nella celebrazione di ogni giorno non dovrebbe mai mancare il Surya Namaskara, il ringraziamento supremo alla luce della verità e l’allineamento energetico-corporale ai suoi fondamenti rischiaranti, primo su tutti la conoscenza della realtà suprema (Vidya) grazie alla prospettiva più ampia della coscienza risvegliata. Lo stesso risveglio, la liberazione (Mukta) dalla schiavitù del mondo illusorio dei nomi e delle forme, fa riferimento a una radice semantica che evoca la luce: l’illuminazione.



Il Surya Namaskara risale all’antico periodo vedico, quando il sole veniva adorato come potente simbolo della coscienza spirituale.

 

“Surya atma jagatah tasthukhashcha”, il sole è l’anima del mondo e così del cielo.


La vita sarebbe impossibile senza il sole. 
La “vera vita” che aderisce al divino integralmente è impossibile senza la visione solare, la coscienza della splendete vacuità dell’Essere atemporale e la contemplazione meditativa di cui Lord Surya è archetipo e ispiratore.

Nel Surya Namaskara, la “concentrazione” o meglio ancora la consapevolezza, il “conoscere la mente” è uno degli aspetti più importanti. La danza cosmica che le 12 posizioni del Surya Namaskara riproducono su scala microcosmica produce rapidi effetti benefici sul corpo grazie all’alternanza armoniosa di flessioni in avanti e indietro della colonna vertebrale, accompagnate da uno specifico ritmo del respiro che ne sostiene il processo vitalizzante (potenziamento del prana, energia vitale) su tutti i livelli dell’organismo. Swami Satyananda Saraswati parla del Surya Namaskara come di una “tecnica di rivitalizzazione solare”.

Gli asana che compongono la sequenza fluida del Saluto al Sole sono fin troppo noti, quello che forse è meno diffuso o meno praticato anche dai sadhaka più entusiasti, è la relativa serie di bija mantra e di invocazioni al sole chiamato in 12 differenti nomi che andrebbero a disegnare il mandala perfetto dell’esecuzione completa e totale (Purna) del Surya Namaskara: il Purna Surya Namaskara.



Tali mantra dalle origini leggendarie sarebbero stati consegnati dal saggio Vishwamitra (Amico del Mondo) a Rama per aiutarlo a sostenere lo sforzo enorme della battaglia a cui stava facendo fronte contro un nemico superiore in armi. Oltre ai mantra, il saggio insegnò a Rama la tecnica completa che costituisce, appunto, il Surya Namaskara il cui nome sanscrito originale è Sashtanga Surya Namaskara e significa “Omaggio al Sole con gli otto punti del corpo”. La posizione in cui si tocca il terreno con gli otto punti del corpo (dita dei due piedi, due ginocchia, torace, fronte o mento e palme delle due mani), la numero cinque della sequenza del Surya Namaskara, è infatti la più importante di tutto l’esercizio: si è interamente prostrati alla divinità e – almeno in alcune versioni del Saluto al Sole – si è in Kumbhaka (apnea, ritenzione di respiro), una fase respiratoria che nello yoga ha una rilevanza fondamentale quale veicolo e simbolo della non dualità.

 


L’integrazione dell’aspetto sonoro-vibrazionale alle posture fisiche va ad agire maggiormente sugli aspetti sottili del corpo promuovendo uno sviluppo e sensibilizzazione molto profonda degli aspetti più reconditi della personalità umana legati soprattutto alle fluttuazioni mentali (pensieri ed emozioni).


Mentre la successione ritmica degli asana agisce prevalentemente a livello degli organi massicci del corpo e la respirazione a livello del corpo pranico energetico vitale con benefici sul sistema nervoso e in quello delle ghiandole endocrine,
i bija mantra canalizzano l’energia mentale, penetrano negli anfratti del corpo psichico rimuovendo le tensioni della mente e favorendo un’armonizzazione completa e tonificante dell’intero sistema psico-fisico dell’essere umano.

I rishi dell’India per sintonizzare l’organismo con una delle più importanti sorgenti di energia cosmica, idearono una pratica integrale e completa che, se correttamente eseguita, già da sola equivale a una intera sessione di yoga, convalidata fino al giorno d’oggi come una potente pratica terapeutica.

 

Non ci resta che conoscere i mantra e i nomi del sole da associare alla sequenza di movimenti corporali i quali, com’è noto ai praticanti yoga, vanno eseguiti nella presenza consapevole di tutto ciò che accade nell’istante promuovendo l’attitudine all’abbandono per far emergere quella parte di noi stessi che in sanscrito si chiama sakshi, ovvero il testimone, colui che osserva senza giudicare qualsiasi cosa insorga durante la pratica e, per estensione, durante la vita intera.

 

Come si legge nel prezioso libro di Apa P.Pant “Surya Namaskara Lo Yoga del Sole: “Quando voi siete in contatto costante di momento in momento con il nuovo siete realmente vivi”. E, andando sull’aspetto pratico: “prima di iniziare ciascun asana si dovrebbe pronunciare ad alta voce un nome del sole insieme con il pranava (OM) e il suo bija mantra, e le vibrazioni dovranno raggiungere fino in fondo tutte le fibre del corpo”.

Riporto qui di seguito le istruzioni complete, liberamente tratte dal libro citato.

 

I MANTRA E I NOMI DEL SOLE


Secondo la “vera” pratica del Surya Namaskara, i mantra quali veicoli di una chiara e trasparente consapevolezza mentale, sono parte essenziale dell’esercizio.  I bija mantra o suoni seminali sono suoni evocativi che creano vibrazioni nel corpo e che rendono più energiche mente e intelletto. Su questo punto Apa P.Pant è esplicito: “senza i mantra gli esercizi del Surya Namaskara non sono completi”. Tutti i nomi del sole hanno differenti significati e tutti sono anticipati dalla sillaba mantrica OM (Pranava) che comprende la triade A U M.

 

I bija mantra sono:

 

AUM HRAM

AUM HRIM

AUM HRUM

AUM HRAIM

AUM HRAUM

AUMA HRAH

 

Ed ecco i nomi del sole con i loro significati:

1 Mitra = amico

2 Ravi = lucente

3 Surya = bella luce

4 Bhanu = brillante

5 Khaga = che si muove nel cielo

6 Pushanv = donatore di forza

7 Hiranya garbha = coperto d’oro

8 Marichi = signore dell’alba

9 Aditya = figlio di Aditi

10 Savitri = benefattore

11 Arka = energia

12 Bhaskara = che conduce all’illuminazione

 

I mantra completi sono i seguenti:

 

1 Aum Hram Mitraya Namah

2 Aum Hrim Ravaye Namah

3 Aum Hrum Suryaya Namah

4 Aum Hraim Bhanave Namah

5 Aum Hraum Khagaya Namah

6 Aum Hrah Pushne Namah

7 Aum Hram Hiranyagarbhaya Namah

8 Aum Hrim Marechaye Namah

9 Aum Hrum Adityaya Namah

10 Aum Hraim Savitre Namah

11 Aum Hraum Arkaya Namah

12 Aum Hrah Bhaskaraya Namah

 

QUANDO ESEGUIRE IL SALUTO AL SOLE

Il momento migliore per eseguire questa pratica è senza dubbio il mattino, al sorgere del sole. Se ciò non è possibile, ogni momento prima della colazione può andare bene. Se si è impossibilitati al mattino, lo si può fare anche la sera, sempre a digiuno (almeno due ore prima o dopo dall’assunzione di cibo), rivolgendosi nella direzione del sole e, se a certe latitudini ciò è difficile, guardando verso nord. La durata dell’esecuzione può variare, naturalmente, a seconda di ciascuno. Apa P. Pant suggerisce una pratica di 15-20 minuti al giorno per arrivare ad eseguire un minimo di 12 ripetizioni del Surya Namaskara completo.

 Sarebbero ancora molte le suggestioni, le intuizioni e gli approfondimenti legati alla pratica yogica dal nome così poetico, il Saluto al Sole! Ma in questa sede ho voluto dedicare spazio all’aspetto sonoro che con i bija mantra e i nomi di Surya può restituire al Saluto un’armonia e coerenza ancora più enfatiche. In fondo, il canto è la forma di comunicazione al divino più pura che ci sia, più penetrante e incisiva di mille preghiere e suppliche espresse con parole senz’anima.

Sono certa che ciascuno troverà nella sua diretta esperienza di celebrazione mattutina, tutti i tasselli del meraviglioso mosaico che si compone a partire da un umile e potente gesto: il ringraziamento a un nuovo giorno che inizia, che sia guidato dal Sole della Chiara Visione che conduce “dall’ignoranza alla conoscenza, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita eterna”: Om asato ma sat gamaya, tamaso ma jyotir gamaya, mrityur ma amritam gamaya. Per approfondire: il significato del mantra vedico Om AsatoMa


Articolo pubblicato su Yoga Magazine il 3 giugno 2022

Fonte: https://www.yoga-magazine.it/2022/06/cantare-al-sole-la-pratica-completa-del-surya-namaskara/