10 maggio 2018

CAPOVERDE C'EST LA VIE!


C'est la vie!
"Non sei sposata? Non hai figli?"
C'est la vie!
Occhi sorridenti, chitarra in mano, Bob Marley nella gola, il canto come una dedica ... Redemption Song, la dedica come un canto.
La poesia di una promessa.
Dovevo arrivare fino a Capoverde per sentire una risposta talmente semplice, libera e senza pregiudizi, rispetto alla solita "curiosità" del ... "ma perché non sei sposata e non hai figli?" che persino un monaco Theravada in Sri Lanka non era riuscito ad evitare!
Lui, invece, di cui non ricordo il nome, ma lo posso chiamare occhi di sole...
Lui, invece, ha semplicemente sorriso. 
Lui, che di figli ne ha 2, e sono due femmine.
Nemmeno lui è sposato, la sua famiglia vive a Santiago, l'isola più grande dell'arcipelago di Capoverde, mentre lui vive a Sal dove si guadagna da vivere con la musica. Suona nei locali e anche per strada. E per strada ci siamo incontrati, in quel pertugio vista oceano dove mi piaceva approdare qualche volta dopo solitarie camminate tra onde, vento e deserto.
"Ah, allora nemmeno tu sei sposato." Sorridiamo.
C'est la vie!
Non c'è altro da aggiungere. 
Che meraviglia rimanere in silenzio dopo qualche stralcio di intima condivisione senza pretesa di voler capire tutto, di voler interpretare destini e scelte di vita, quasi a doverla sempre giustificare, la vita. 
C'est la vie! Ah, che meraviglia!
Qualsiasi cosa sia, questa vita, ha un suo battito tremendamente naturale. Accordandosi a quel battito, non resta nient'altro da fare che ascoltare.
Ascoltare.
Quanto siamo distratti a volte nell'ascolto! Crediamo di ascoltare davvero gli altri e invece siamo totalmente presi da noi stessi, sempre pronti a dare consigli, giudizi, ammonimenti, valutazioni…  ma quanto davvero ci si dà all'altro? E quanto davvero ci si svuota per accogliere? 
Occhi di sole aveva un sorriso sgargiante e una chitarra in mano, occhi giallo-verdi come l'incontro di deserto e mare, una tipicità dei creoli capoverdiani.
Ci siamo incontrati a metà strada tra un accenno di timidezza e un assolo con l'universo.
"Siediti qui vicino, stai più comoda."


Lo stavo ascoltando suonare da almeno mezz'ora e mi ero seduta nel giaciglio di un marciapiede a due passi dalla spiaggia. Non riuscivo a smettere di osservare quel suo essere così gioiosamente quieto, assorto e presente nella musica che produceva, con quelle dita abili tra le corde della chitarra e le palpebre con movimenti veloci quasi che tenere gli occhi aperti fosse un peccato. Mi fa vedere i tagli sui polpastrelli per il tanto suonare. La sua piacevole tortura era diventata il sottofondo musicale della mia contemplazione in quello stralcio di mondo che mi si parava davanti: barche di pescatori e pescatori concitati nel vendere il loro bottino fresco, conchiglie bruscamente ribaltate sulla battigia per fare uscire il mollusco fuori, voli acrobatici di palla tra giocatori improvvisati sull'arenile, via vai dei turisti sulla passerella in legno del porticciolo …  scene di vita quotidiana nel villaggio di Santa Maria.
Le pause tra una canzone e l’altra rimbombavano di melodia. C’era sempre melodia, un suono che veniva da lontano.



Mi sono seduta accanto a lui sulla panchina ed è stato lì che l’incontro ha preso fiato nelle concise sillabe del C’est la vie! Mi sono sentita pervasa dalla forza dell’abbandono, quel sacro presentimento di una pienezza senza oggetto  soggetto, avvolta da un'esclamazione quasi fosse un mantra ma no, non c'era bisogno di nessun mantra! Nessun sofisticato rituale per respirare la brezza appagante di un foglio bianco dove le cose che appaiono, come il gioco delle ombre cinesi, sono così come sono perché... 
perché C'est la vie!
Mi sono allontanata da lui certa che non l'avrei più rivisto.
"Ci vediamo domani, torno."
"Sì torna." 
Non l'ho più rivisto. E ho lasciato andare il suo ricordo prima che diventasse una prigione, un'aspettativa, una fantasticheria.  
Le promesse pronunciate davanti al mare non possono durare. 
Il mare aperto è un presagio d'infinito, il viaggio che deve continuare, senza attaccamenti. L'oceano ha i suoi comandamenti, e il cuore anche.
Chi ha davvero aperto il suo cuore a qualcuno, lo lascia sempre libero di andare.


Emancipate yourselves from mental slavery 
None but ourselves can free our minds

Emancipatevi dalla schiavitù mentale
Solo noi stessi possiamo liberare le nostre menti

(Redemption Song, Bob Marley ☮️)



 "Il mare non parlava per frasi, parlava per versi" Isola di Sal, Capoverde 2018



Altri racconti dei miei viaggi puoi leggerli qui: #viaggi






Sempre da Capoverde, nel 2015

"La lingua portoghese custodisce una parola bellissima dalle sfumature intraducibili: saudade. Semplificando, in italiano suona più o meno come malinconia o nostalgia. Esiste una saudade per ogni viaggio, anzi per ogni cosa, per ogni cosa che vive di abbandono (Surrender), che è poi l’arte della magia.  Il “mal d’Africa”, in sintonia con gli accordi della saudade, è un accento che risuona in ogni latitudine del mondo, sconfina dai limiti di geografie da mappamondo, compenetra la pelle del viandante che abbia anche solo accennato a un inchino davanti all'oceano – qualsiasi oceano,  o sulle pieghe dorate di una duna del deserto – qualsiasi deserto, o davanti alla finestra (se c’è!) della dimora che ospita il suo passaggio, che custodisce i sogni rivelatori delle notti nomadi, quei sogni che si addormentano la sera con le stelle cadenti e al risveglio hanno le ali di un rapace gracchiante. Quelli più potenti e decisivi, perché senza appigli, che si lasciano cullare dall'ebbrezza di ciò che inizia senza durare… Come il vento caldo dell’estate, quella bolla d’aria che ti sospinge a ridosso di cieli impenetrabili eppure tutto sembra così leggero, aggraziato, evanescente". Puoi leggere tutto l'articolo qui: Saudade, il viaggio dell'anima.

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