C'est la vie! Occhi sorridenti, chitarra in mano, Bob Marley nella gola, il canto come una dedica ... Redemption Song, la dedica come un canto.
La poesia di una promessa.
Dovevo arrivare fino a Capoverde per sentire una risposta talmente semplice, libera e senza pregiudizi, rispetto alla solita "curiosità" del ... "ma perché non sei sposata e non hai figli?" che persino un monaco Theravada in Sri Lanka non era riuscito ad evitare!
Lui, invece, di cui non ricordo il nome, ma lo posso chiamare occhi di sole... Lui, invece, ha semplicemente sorriso. Lui, che di figli ne ha 2, e sono due femmine.
Nemmeno lui è sposato, la sua famiglia vive a Santiago, l'isola più grande dell'arcipelago di Capoverde, mentre lui vive a Sal dove si guadagna da vivere con la musica. Suona nei locali e anche per strada. E per strada ci siamo incontrati, in quel pertugio vista oceano dove mi piaceva approdare qualche volta dopo solitarie camminate tra onde, vento e deserto.
"Ah, allora nemmeno tu sei sposato." Sorridiamo.
C'est la vie!
Non c'è altro da aggiungere.
Che meraviglia rimanere in silenzio dopo qualche stralcio di intima condivisione senza pretesa di voler capire tutto, di voler interpretare destini e scelte di vita, quasi a doverla sempre giustificare, la vita.
C'est la vie! Ah, che meraviglia!
Qualsiasi cosa sia, questa vita, ha un suo battito tremendamente naturale. Accordandosi a quel battito, non resta nient'altro da fare che ascoltare.
Ascoltare.
Quanto siamo distratti a volte nell'ascolto! Crediamo di ascoltare davvero gli altri e invece siamo totalmente presi da noi stessi, sempre pronti a dare consigli, giudizi, ammonimenti, valutazioni… ma quanto davvero ci si dà all'altro? E quanto davvero ci si svuota per accogliere?
Occhi di sole aveva un sorriso sgargiante e una chitarra in mano, occhi giallo-verdi come l'incontro di deserto e mare, una tipicità dei creoli capoverdiani.
Ci siamo incontrati a metà strada tra un accenno di timidezza e un assolo con l'universo.
"Siediti qui vicino, stai più comoda."
Lo stavo ascoltando suonare da almeno mezz'ora e mi ero seduta nel giaciglio di un marciapiede a due passi dalla spiaggia. Non riuscivo a smettere di osservare quel suo essere così gioiosamente quieto, assorto e presente nella musica che produceva, con quelle dita abili tra le corde della chitarra e le palpebre con movimenti veloci quasi che tenere gli occhi aperti fosse un peccato. Mi fa vedere i tagli sui polpastrelli per il tanto suonare. La sua piacevole tortura era diventata il sottofondo musicale della mia contemplazione in quello stralcio di mondo che mi si parava davanti: barche di pescatori e pescatori concitati nel vendere il loro bottino fresco, conchiglie bruscamente ribaltate sulla battigia per fare uscire il mollusco fuori, voli acrobatici di palla tra giocatori improvvisati sull'arenile, via vai dei turisti sulla passerella in legno del porticciolo … scene di vita quotidiana nel villaggio di Santa Maria.
Le pause tra una canzone e l’altra rimbombavano di melodia. C’era sempre melodia, un suono che veniva da lontano.
Mi sono seduta accanto a lui sulla panchina ed è stato lì che l’incontro ha preso fiato nelle concise sillabe del C’est la vie! Mi sono sentita pervasa dalla forza dell’abbandono, quel sacro presentimento di una pienezza senza oggetto né soggetto, avvolta da un'esclamazione quasi fosse un mantra ma no, non c'era bisogno di nessun mantra! Nessun sofisticato rituale per respirare la brezza appagante di un foglio bianco dove le cose che appaiono, come il gioco delle ombre cinesi, sono così come sono perché...
perchéC'est la vie!
Mi sono allontanata da lui certa che non l'avrei più rivisto.
"Ci vediamo domani, torno."
"Sì torna."
Non l'ho più rivisto. E ho lasciato andare il suo ricordo prima che diventasse una prigione, un'aspettativa, una fantasticheria.
Le promesse pronunciate davanti al mare non possono durare.
Il mare aperto è un presagio d'infinito, il viaggio che deve continuare, senza attaccamenti. L'oceano ha i suoi comandamenti, e il cuore anche.
"La lingua portoghese custodisce una parola bellissima dalle sfumature intraducibili: saudade. Semplificando, in italiano suona più o meno come malinconia o nostalgia. Esiste una saudade per ogni viaggio, anzi per ogni cosa, per ogni cosa che vive di abbandono (Surrender), che è poi l’arte della magia. Il “mal d’Africa”, in sintonia con gli accordi della saudade, è un accento che risuona in ogni latitudine del mondo, sconfina dai limiti di geografie da mappamondo, compenetra la pelle del viandante che abbia anche solo accennato a un inchino davanti all'oceano – qualsiasi oceano, o sulle pieghe dorate di una duna del deserto – qualsiasi deserto, o davanti alla finestra (se c’è!) della dimora che ospita il suo passaggio, che custodisce i sogni rivelatori delle notti nomadi, quei sogni che si addormentano la sera con le stelle cadenti e al risveglio hanno le ali di un rapace gracchiante. Quelli più potenti e decisivi, perché senza appigli, che si lasciano cullare dall'ebbrezza di ciò che inizia senza durare… Come il vento caldo dell’estate, quella bolla d’aria che ti sospinge a ridosso di cieli impenetrabili eppure tutto sembra così leggero, aggraziato, evanescente".
Molti di sicuro conoscono già Patrizia Saccà perché la sua fama da atleta paralimpica la precede. Io personalmente non la conoscevo, non sapevo nulla di lei il che è stata un’occasione ancora più stimolante per il progetto che si sarebbe dovuto dispiegare attraverso di noi, del nostro incontro. Certi incontri – che sono vere e proprie “chiamate” – provengono da molto lontano, e solo avendo il coraggio di solcare gli abissi del non conosciuto si può avere l’ardire di saperli accogliere. Il nostro incontro avviene in ambito yoga, frequentiamo qui a Torino lo stesso Centro di Yoga e Mindfulness, il Samveda.
Ci scambiamo due parole e alla terza lei mi parla dell'idea di un libro dedicato al Saluto al Sole per persone con disabilità motoria, che era stato l'argomento della sua tesina al Corso di Istruttori Yoga.Ammetto che il primo impulso è stato di curiosità, ero immensamente sorpresa da una cosa del genere perché in effetti nessuno ci aveva mai pensato prima o, se anche l'avesse pensato, non esistevano documentazioni e tantomeno libri a riguardo. Dunque, mi è sembrata da subito un’idea da approfondire, o meglio, un nuovo verso da aggiungere allo spartito della vita. Un colpo di fulmine a cui dire sì.
Oh me, oh vita !
Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita !
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.
(O me, oh vita! - Walt Whitman)
In questo mondo fatto di schemi e congetture, così strutturato e contratto - e ahimè anche negli ambienti cosiddetti spirituali non mancano altrettanti pregiudizi - c'è bisogno di slanci pionieristici e audaci intuizioni, delle prime volte cui nessuno ha fin’ora dato voce, di quel caos creativo che partorisce stelle danzanti se solo si ha il coraggio di lasciare andare resistenze, congetture e limiti mentali. Ringrazio dal profondo Patrizia per avermi concesso l’opportunità di mettermi così tanto in gioco, catapultandomi in un mondo a me per lo più sconosciuto. Un mondo non certo sempre comodo e gentile per chi lo deve quotidianamente attraversare senza troppi convenevoli, ma un mondo ugualmente poetico come lo è tutta la vita e come lo è in fondo lo yoga, la via maestra della poesia più sublime che si possa recitare, quella dell’essere, dell'essenza, che ci accomuna tutti.
Questo libro ha un timbro dominante che si accorda proprio alla poesia, per una più intima aderenza a quel senso di accoglienza e apertura che solo uno sguardo poetico sul mondo può sposare. E non poteva essere altrimenti. La poesia è arte alchemica trasformativa per eccellenza, insegna per vie non concettuali ad accogliere l'ampiezza delle cose senza volerle racchiudere in categorie di bello/brutto, giusto/sbagliato, bene/male e a lasciare che anche le imperfezioni brillino come tesori dalla luce della perfetta tela di fondo che le riflette, a cui alludono anche le Opere dell'artista Veronique Torgue presenti nel libro: un filo d'oro che è insieme crepa e luce e che, anzi - parafrasando Leonard Cohen - proprio grazie a quelle crepe lascia passare la luce. Le pagine finali di "Yoga a Raggi Liberi" ne parlano dunque non svelo altro affinché possiate gustarlo voi direttamente dal testo originale.
Chiunque abbia tra le mani questo libro può fiutarne il valore trasformativo universalmente valido e grazie a un messaggio senz'altro molto forte perché lanciato da un'anima che ha dovuto fare i conti con un "involucro fisico" arduo da attraversare. Sì, attraversare, come un campo. Che può essere di battaglia o di grano, ma anche da gioco, oppure quel campo - citato nel libro sussurrando i versi di Rumi - "al di là delle idee di giusto e sbagliato" dove poter incontrare ciò che resta da nudi, spogliandosi di ogni identità.
Patrizia ha consegnato al suo corpo ali da farfalla nel momento esatto in cui ha compreso che l'agonismo era stata la sua ancora di salvezza ma che, come tutte le ancore, bisognava lasciarla andare se si voleva continuare a navigare: il mare aperto non ammette soste troppo lunghe. Ulisse continua il suo viaggio sostenuto dalla nostalgia del ritorno a casa ... La vera fiamma olimpica che batte nel cuore di Patrizia è il suo fervore spirituale – la casa delle origini racchiusa nel centro più intimo di ciascuno di noi. Una fiamma simile al fuoco sacro Agni, figlio del cielo e della terra o, come piacerebbe dire a lei, all'impeto di Prometeo che la sprona a una ricerca continua e appassionata verso sfumature sempre più labili dell'essere, eppure concrete come concreta è la sua "azione nel mondo", come atleta, come allenatrice di tennistavolo e istruttrice di yoga, come testimonial in numerosi convegni e impegnata nel sociale con una disponibilità d'animo rara. Ma anche, semplicemente, come Patrizia. Patrizia donna, adulta, bambina, figlia e sposa, forte e fragile, sicura e vulnerabile, sorridente e malinconica come la milionesima stella di una volta celeste a cui non si può attribuire un nome. Perché nell'universo vuoto dove tutte le distanze e differenze svaniscono – e yoga e meditazione aiutano a ricordarcelo – ci si passa attraverso una storia personale che non ammette sconti. Ognuno con la propria parte nel mondo, differentemente uguali.
Il messaggio del libro è una testimonianza di “morte e rinascita” che alla fine può riassumersi in una sola parola, un solo verso: Amore.
“All’inizio ci sono le montagne, poi non ci sono più le montagne, poi ci sono ancora le montagne” (Detto zen)
Guardando le montagne, voi cosa vedete?
A cosa credete? A quel sentimento che, probabilmente fa breccia in un silente gemito di meraviglia improvvisa, o alla pittura della voce che altrettanto probabilmente vorrà disegnare tutte le vostre impressioni sulla tela bianca di un momento da condividere con qualcuno …
E allora La montagna diventa l’Interpretazione della montagna, la “vostra” montagna, la “nostra” montagna, la montagna verde, pacifica o terrifica, bella, intensa, raccapricciante, sgomenta, irresistibile, padrona della nostra percezione, dei sentimenti che ci suscita, della nostra emanazione sensoriale, dei commenti, delle gioie o dei dolori condivisi, di magie al chiaro di luna… Montagna degli amanti, dei sognatori, dei poeti, degli scalatori, dei mistici che meditano nelle sue più scomode e remote cavità …
Poi c’è una montagna che fa breccia in un luogo indefinito del “nostro” corpo sottile, quando un silenzio raggiante ci commuove aprendoci a confidenze più intime, talmente intime da essere universali. L’intimità non è data tanto dall’annullamento di distanze, quanto dalla presa di posizione della profondità. Tu ed io non siamo intimi perché ci abbracciamo, baciamo e magari facciamo anche l’amore, ma perché tu ed io smettiamo di esistere l’uno di fronte all’altra e, miracolosamente, accadiamo. Perché non c’è presa tra di noi, ma solo contemplazione. Lasciare che le cose, semplicemente, siano. Io, tu, noi. Non io, non tu, non noi.
Universo che si svela. Lasciare che le cose, semplicemente, siano.
Avete mai provato a contemplare davvero una montagna?
Senza metterci altro… Senza stare nei vostri panni, in quello che credete di essere, di vedere… Uno scalatore molto probabilmente sarà rapito dalle cime che vi scorge e da esse si lascerà maggiormente entusiasmare… Un esperto di botanica, sarà tentato dal notare o anche solo immaginare tutte le specie del mondo vegetale presenti nei sentieri. Il solitario ne carpirà gli accenti misericordiosi o malinconici, come sospiri del vento. Quanti confini… Solchi prestabiliti… Confidenze risapute. Riletture del già-noto.
Da questa prospettiva, il mondo è reale.
Ma possiamo fidarci di quel presentimento iniziale, iniziale perché originario, quello che rende la montagna maestosa sullo sfondo della perfetta vacuità. Una montagna non definibile non è più un oggetto “a nostro uso e consumo”, è un traghettatore di visione, l’indicatore della luce di provenienza, l’approdo alla dimora da cui pensiamo di essere separati e che invece è lì, nel nostro stesso sguardo.
È lì, nel nostro stesso sguardo.
La visione contempla la pura esistenza.
Non c’è nient’altro che visione. Una visione che si compie nell’ascolto.
Da questa prospettiva, il mondo è irreale …
C’è uno stato naturale della mente in cui le cose vengono riassorbite come una sorta di dissolvenza languida che non lascia un senso di mancanza, piuttosto genera pienezza. Uno stato non-stato dove ricominciare da zero, ogni istante. Nuovo di zecca, senza memoria, senza tempo né spazio. In questo spazio quieto, contemplativo, impersonale, globale, che fine fa la montagna, secondo voi?
Non c’è bisogno di fare piazza pulita del mondo, le cose hanno una loro intrinseca necessità e insondabile bellezza, tutte le cose hanno una loro luce in quanto emanano dalla luce, sono scritte su un foglio bianco, dipinte su una tela immacolata.
Sta a noi scegliere di concentrarsi sulle cose o contemplare quella tela.
Le cose passano, vanno e vengono, fluiscono, impermanenti.
La tela della coscienza è la pergamena della vita immortale. Si può essere nel mondo senza essere del mondo.
Ed allora, eccole, le montagne splendenti davanti a noi, che appaiono nella totalità.
Ed allora, ecco che faccio un passo indietro, da dove questo accenno di articolo ha preso vita, parole che deposito qui, al fondo del testo, nella pazienza traslucida dell’attesa di compiersi:
Una strana melodia invita le mie parole di oggi a sradicarsi da un qualsiasi tema per prendere forma quasi spontaneamente alla maniera di un equilibrista in bilico tra l’andare e lo stare fermo salvo che nell’immobilità il rischio di cadere è praticamente certo… non c’è traccia in questo sgambettio delle dita sulla tastiera, non c’è direzione, eppure qualcosa sta accadendo, aleggia negli spazi vuoti tra un punto e l’altro dello schermo su cui ad occhi bassi si adagia una sorta di non attenzione.
“Il vero ascolto non può essere migliorato nè perfezionato in quanto esso è di per se stesso perfezione; si rivela quando la mente è colpita da meraviglia, quando non fa più riferimento al benchè minimo oggetto. In seguito questa pienezza può essere erroneamente attribuita a un oggetto, ma colui che è consapevole della vera prospettiva, sa che la causa di questa pace non si trova in un oggetto, ma è un puro riflesso del silenzio, di ciò che “è”. L’ascolto sorge dallo stupore verso il quale esso punta, è uno stato in cui non c’è proiezione, dove niente appare, come se improvvisamente aveste aperto la finestra di una stanza buia, e una volta che essa è stata inondata di luce, allora tutto diventa chiaro in un istante“