Siamo una società che fa. Pensiamo sempre: "Cosa posso fare? Cosa dovrei fare?". E addirittura al presente: "Che cosa faccio?".
Quando suggerisci alle persone di smettere di fare qualcosa, anche solo per un istante, spesso vanno in ansia e talvolta persino si arrabbiano. Di conseguenza, di solito si impegnano subito a fare qualcos'altro. A quanto pare, non riusciamo semplicemente a sederci e non fare nulla, a essere dove siamo. Dobbiamo fare qualcosa e, soprattutto, andare avanti. In effetti andare avanti è per molti lo scopo della vita. Ma mentre la definizione degli obiettivi può creare motivazione e direzione positive, gli obiettivi in sé rischiano di interferire con l'essere presenti ora e apprezzare ciò che è qui, prima che l'obiettivo sia stato raggiunto.
Siamo condizionati a credere che, per vivere una vita importante e piena, dobbiamo avere uno scopo. Qualcosa che vogliamo fare. Dovremmo svegliarci al mattino con una chiara idea dello scopo su cui stiamo lavorando. In effetti, molti si sentono perduti e depressi quando non hanno uno scopo, come se la loro vita non avesse alcun significato e loro stessi fossero un fallimento. "Senza scopo" sostanzialmente significa inutile. Crediamo che se non stiamo andando da qualche parte, non siamo da nessuna parte. Inoltre, crediamo che sia colpa nostra se non abbiamo uno scopo e dobbiamo porvi rimedio, prima o poi. Una vita senza uno scopo non è considerata vita.
Parecchie lezioni di yoga iniziano con l'insegnante che chiede agli studenti di stabilire un'intenzione per la loro pratica. Agli studenti viene chiesto di "fare un programma" di ciò che vogliono ottenere dal tempo che trascorreranno sul tappetino, identificare "un obiettivo" che vogliono raggiungere con la loro pratica. Sono incoraggiati a decidere in che modo desiderano che i prossimi 90 minuti cambino il loro "ora". Perfino quando si esercitano ad essere presenti, molti di noi hanno ancora bisogno di dirigersi altrove. Oggi gran parte dell'auto-aiuto consiste nel chiarire cosa vogliamo fare della nostra vita, imparare a creare schemi dei nostri programmi di vita e capire che cosa fare affinché quel programmi vadano buon fine. Pressoché ovunque ci giriamo, ci viene chiesto di fare qualcosa per rendere l'"ora" qualcosa di meglio di un semplice... ora.
Qual è il mio scopo? Dove sto andando? É la mente che fa queste domande e lei che risponde. Paradossalmente, abbiamo assegnato al responsabile della nostra sofferenza il compito di curarla. Il condizionamento "e-adesso-facciamo" per ironia della sorte esclude "l'adesso". Più esattamente, dovremmo esprimerlo così: "Cosa ne facciamo dell'adesso?". Tale atteggiamento mentale ispira una relazione antagonistica con il momento presente. Crediamo che ci sia sempre un posto migliore in cui andare, un'esperienza migliore da fare rispetto a ciò che siamo vivendo adesso. Ed è probabile che questo "meglio" lo possiamo trovare con o attraverso la tecnologia. Come potrebbe il presente tenere testa alle altre possibilità, se queste ce le abbiamo proprio qui, in palmo di mano?
La tecnologia rende facile il continuare a passare da un'esperienza stimolante a un'altra, senza essere costretti a tornare qui per stare "solo" con noi stessi, "solo" ora. "Cos'altro c'è?" è diventato il nostro mantra sociale, sostituendosi quale domanda del giorno a "Cosa c'è qui?". Con la tecnologia al centro della nostra vita, non è più necessario abitare il momento presente, non è nemmeno necessario osservare l'irrequietezza e il disagio di fondo che il presente implica.
Più ci lanciamo all'inseguimento del momento migliore, più forte è la convinzione che la colpa della nostra irrequietezza vada al senso di mancanza del momento presente. La tecnologia non solo su fornisce il mezzo ideale con cui sparire, ma allo stesso tempo ci consente di accusare della nostra scomparsa il presente stesso e la sua inadeguatezza: uno stratagemma perfetto.
Il segreto dello stare profondamente bene contraddice in tutto e per tutto ciò che ci è stato insegnato.
Il benessere si ha quando smettiamo di cercare di capire cosa fare per arrivare a un futuro migliore. Ironia della sorte, la serenità emerge quando viviamo senza un futuro, senza un "dopo" e senza un'intenzione o uno scopo che questo momento e questa vita dovrebbero assumere. Il benessere si ha quando passiamo da diventare all'essere.
Quanto è radicale vivere senza intenzioni e quanto è liberatorio! Preparati, però: quando abbandonerai il "cosa faccio?" come mantra della tua vita, la mente urlerà in segno di protesta. "Ma se non faccio qualcosa per farlo accadere, la mia vita non sarà mai come la voglio e non succederà mai niente!". A prescindere da cosa grida la mente, comunque, provaci, sii coraggioso, fai un tentativo e vedi cosa scopri. Se l'esperimento fallisce, puoi sempre tornare alle tue intenzioni e agli ordini del giorno, come pure agli esperti che saranno lì in attesa di aiutarti a capire cosa devi fare della tua vita.
La vita in realtà accade quando smetti di intervenire per cercare di modificarla. Ma per avere fiducia in questo fatto, lo devi scoprire da te.
Se vivi con il qui come destinazione, la vita migliore diventa molto più facile. Puoi rilassarti e diventare parte del suo naturale flusso, del processo che pensi di fare accadere. Quando smetti di chiedere "Cosa faccio?" e inizi a chiedere "Cosa c'è qui adesso?" scopri che la presenza che cerchi, quel luogo primo di sforzi, è proprio qui, non devi fare nulla. Confida che la vita, come forza a sé, non ha bisogno di te per spingerla ad andare avanti.
Tratto da "Liberi dalla dipendenza digitale. Scollegarsi dalla Rete per riconnetersi con sé stessi" di Nancy Colier
Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta, e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.
Finché è possibile senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone.
Dì la verità con calma e chiarezza; e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare.
Evita le persone volgari e aggressive; esse opprimono lo spirito. Se ti paragoni agli altri, corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te.
Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti. Conserva l'interesse per il tuo lavoro, per quanto umile; è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo. Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere la virtù; molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.
Sii te stesso. Soprattutto non fingere negli affetti, e neppure sii cinico riguardo all'amore; poiché a dispetto di tutte le aridità e disillusioni esso è perenne come l'erba.
Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall'età,
lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.
Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l'improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l'immaginazione.
Molte paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine. Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso.
Tu sei un figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle; tu hai il diritto di essere qui. E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l'universo ti stia schiudendo come si dovrebbe.
Perciò sii in pace con Dio, comunque tu lo concepisca, e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita.
Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo.
Fai attenzione.
Cerca di essere felice.
(Trovata nell'antica chiesa di S. Paolo, Baltimora. Datata 1692.
Nei tre versi del mantra vedico l'essenza della vera ricerca spirituale
Dalle tenebre alla luce è il salto metaforico verso la conoscenza della propria vera natura, del luminoso Sé, quando si dissipa il velo delle tenebre dell'ignoranza, scambiare per reale ciò che è illusorio, identificarsi con ciò che è mutevole nel divenire dimentichi dell'eternità dell'essere.
In tre versi lo esprime poeticamente uno dei mantra vedici più famosi, Om asatoma mantra, o Sat mantra, il mantra della Conoscenza interiore:
Om Asato ma sat gamaya, - Dall’irreale conducimi alla realtà vera (asat irrealtà – sat verità)
tamaso ma jyotir gamaya – dalle tenebre alla luce (tam, pesante, tenebroso – joty luce)
Mrityur ma amritam gamaya - dalla morte all’immortalità – (amrita, acqua della vita eterna)
In questo video puoi ascoltare il mantra cantato da me
Nella via diretta non duale dell'Advaita Vedanta, il fuoco, la fiamma, la luce sono metafore della discriminazione (Viveka), la chiara visione che realizza l'illusione del mondo fenomenico e la vera realtà dell'eterno Brahman. Chi si risveglia a tale visione discriminante ottiene la libertà (moksha), dimorando in pace e beatitudine che sono propri del Sé. Chi è nella verità della saggezza illuminata è nell'abbondanza perché nella visione unitiva, unificante, poetica, mistica, in una parola yogica, l'ego non è più attaccato a niente. Nella mitologia indù la dea Lakshmi rappresenta questa simultaneità di abbondanza e saggezza, fertilità e gioia creativa.
Vichara, la ricerca del Sé, è una ricerca interiore, non intellettuale.
"Sappi che la vera conoscenza non crea qualcosa di nuovo, ma semplicemente rimuove l'ignoranza. La beatitudine non viene aggiunta alla tua natura, ma si rivela come il tuo vero stato naturale, eterno e imperituro. … L'oblio della nostra vera natura è la vera morte, il suo ricordo è la vera nascita." (Ramana Maharshi)