26 maggio 2017

Cosa rimane della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia

Eccentrica, disinibita e trasgressiva, Zelda Fitzgerald è stata la moglie e musa dell'autore de 'Il grande Gatsby'.
Si conobbero nel 1918.
"La vita non è mai stata data in proprietà individuale, ma per uso comune, non è mai nostra ma diventa nostra solo nella misura in cui la condividiamo. Ma cosa resta, alla fine, della nostra vita? Non le cose a cui eravamo più attaccati. Quel che resta è solo ciò che abbiamo amato! E l'amore si nutre di ricordi, immagini, immaginazione. Nel ricordo rendiamo nuovamente possibile il passato, che è diverso dalla memoria. Dobbiamo riuscire a fare progetti con il passato, senza l'ombra del passato non c'è accesso al presente. Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso... Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio". (Giorgio Agamben)




Risuona di inconfondibili armonie heideggeriane la riflessione di Agamben durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, quando - nel suo intervento intitolato "La mia ricerca" - evoca la poesia come unica traccia invisibile di ciò che rimane della vita materiale concentrata su ciò che è visibile e che tende sempre ad avere un fine foss'anche quello dell'azione, del fare e del dover fare sempre qualcosa. L'attitudine teleologica dell'“uomo sociale”, che si traduce linguisticamente in sintesi verbali finalizzate a discorsi, espressioni di idee, sentimenti, emozioni... 

Eccola subito la pruriginosa ferita, il limite del linguaggio discorsivo e denotativo che perpetua la necessità di doversi per forza riferire a qualcuno o a qualcosa di esterno per attualizzarsi e, soprattutto, per dire ciò che vuole (o pretende di) dire con chiarezza. La tirannia di soggetto e complemento oggetto. Ma, soprattutto, la testardaggine delle parole con un fine chiarificatore. Ma poi c'è lei, la Poesia, il linguaggio del Vocativo, la lingua polisenso che non dona certezze, la lingua che non dice ma chiama – per dirla con Agamben, la lingua del Dire originario che è più simile a un canto e a una meditazione - per dirla con Heidegger.

"Il linguaggio nella sua essenza non è nè espressione né attività dell'uomo. Il linguaggio parla. Noi ricerchiamo ora il parlare del linguaggio nella poesia. Ciò che si cerca è, pertanto, racchiuso nella poeticità della parola" (Martin Heidegger, "In cammino verso il linguaggio")

Evidente che non ci si sta riferendo alla versificazione poetica, piuttosto alla poesia quale  modus vivendi radicalmente diverso, a un cambio di relazione con il linguaggio tout court che crea la realtà che abitiamo. Non tanto a uno scrivere poesie, quanto a uno stare poeticamente al mondo. 


Domande come queste mi perseguitano,
infiniti cortei d’infedeli,
città gremite di stolti,
che vi è di nuovo in tutto questo,
oh me, oh vita!
Risposta:
Che tu sei qui,
che la vita esiste e l’identità,
Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso

(Walt Whitman)


"Luce e colore (la teoria di Goethe)", dipinto di William Turner (1843)

Vocativo. Vocazione. Invocazione. Evocazione. Convocazione. Chiamata! Oh Sole! Oh Musa! Oh me! Oh vita! Pronuncio un nome senza volerlo contornare di altro, senza aggiungere o togliere niente al suo semplice esserCi - quel Dasein che è l'essenza di tutto ciò che resta quando si rimane in cammino senza pretendere di raggiungere alcunché, perché l’essenza del linguaggio è radura luminosa che si disvela rimanendo in ascolto. L’essenza sono i versi mancanti di una poesia scritta, il taciuto, le tracce del compiersi ma non il compiuto. “è quello che viene dopo il messaggio che inviate sul cellulare” – scherza (si fa per dire!) Agamben rivolgendosi ai tanti giovani presenti, sono gli dei fuggiti, mi viene da replicare per un gioco di corrispondenze dal sapore baudeleriano, quegli dei delle poesie di Hölderlin il cui canto è sospeso tra il non ancora e il mai più… 

"Più non son gli dèi fuggiti, e ancor non sono i venienti"

Ma è proprio in quel limbo che si radica la lingua senza radici, la Poesia delle poesie, il cuore pulsante di ogni ricerca interiore non può che sfociare qui, in un disarmato e disarmante urlo di meraviglia (emaho!) di fronte all’Inominabile chiarore della splendente vacuità, il grado zero di qualsiasi linguaggio discriminante, il silenzio da cui cogliere la vocazione, la chiamata, appunto, la lingua che chiama. "Il chiamare che raccoglie in sé ogni possibile chiamare" (Heidegger), il linguaggio muto degli dei, dello spirito, della vivificante rinuncia a voler capire, interpretare, sapere ciò che si crede di sapere. 


"Oh musa celeste,Diotima,vieni a placarmi questo Caos del tempo" (Friedrich Hölderlin)

La pura presenza del Vocativo. La pura esistenza del Vocativo. La beatitudine del Vocativo. Pura possibilità di esistenza, di essere poeticamente al mondo, di fare anima: poesia, dal verbo greco poiein = fare. Per un gioco di rimandi, è il SatCitAnanda delle Upanishad che mi viene in mente, quella Esistenza (Sat) che è pura Coscienza (Cit) e Beatitudine (Ananda), e che è beatitudine per il puro fatto di essere cosciente di esistere. Coscienza innominabile e dunque poetica e dunque intensamente creatrice perché dove non c’è niente da dire, rimane l’Amore.

Il Vocativo è Amore puro: pronuncio il tuo nome senza voler aggiungere altro, senza uno scopo, senza un fine, senza volerti comprendere, possedere, avere… Ti chiamo, ti invoco, sposto i confini del quotidiano nello sconfinato universo polisenso del tutto è possibile. Resto in attesa, in ascolto. Ti chiamo, ti amo. Chiamo, invoco, amo. E lo faccio dal fondo della quiete da cui ogni poetare trae origine. Poesia, la lingua che chiama. E che cos'è questa Chiamata? È il suono della quiete. 
  

Perché l'amore
risponde sempre
a una chiamata
L'amore
corrisponde sempre a un'attesa
ma si compie 
nell'istante. Di quale tempo?
Mi fa tremare le ossa
l'innamoramento precoce 
di ciò che resta: 
Io, in silenzio, da sola

(Cecilia Martino, tratto da “Solstizio poetico” 
 Dicembre 2016)




Leggi anche la poesia
FESTINA LENTE




16 maggio 2017

PERCHÉ LA SIBERIA E' UN LUOGO COSI' SPECIALE

Foto©Marco Pighin

La Siberia è una delle poche aree geografiche del pianeta a non aver conosciuto colonizzazioni sanguinose, guerre, inquinamento e sfruttamento industriale. Uno spazio geografico talmente sconfinato da apparire come l’ultimo rifugio veramente incontaminato del pianeta, portatore di una memoria pura che non è stata mai intaccata dalle tragedie della modernità. 

Foto©Marco Pighinu
Secondo molte tradizioni, la Siberia centromeridionale rappresenta il “Cuore della Terra”, ovvero il centro sacrale e propulsivo della Russia-Eurasia. Inoltre, a voler misurare il centro esatto dell’Asia (continente da sempre culla di spiritualità e misticismo), come ci fa notare Marco, geograficamente il punto ricade proprio in quest’area. 


Chi è Marco? 


Il “distillatore della luce” della Taiga siberiana nonché reporter specializzato nella documentazione dell’ex spazio sovietico. Del mio incontro con lui, Marco Pighin, di quello che ho appreso e della magia dei suoi particolari oli essenziali, parlo qui: 


LEGGI TUTTO L'ARTICOLO SU QUANTIC MAGAZINE



Foto©Marco Pighin

L’uomo non è fatto per servire, ma per creare, ragion per cui la legge economica/produttiva del “minimo sforzo massimo risultato” non vale sui piani della legge spirituale/creativa: ve lo immaginate un Raffaello, un Michelangelo o un Donatello nel loro pieno estro creativo a pensare di doversi dare di meno per guadagnare di più! 

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Sappiamo quanto l’inconscio individuale e collettivo sia forgiato dallo spirito dei luoghi: immaginiamo l’intimo di un essere vivente che passa tutto il suo tempo immerso in panorami sconfinati ricoperti per la maggior parte dell’anno solo di neve, neve…  silenzio, bianco, luce riflessa, purezza, vuoto, trasparenza… A quale intimità sarà maggiormente avvezzo se non a quella dell’anima, di dio, dell’assoluto!





***Nei luoghi di natura è più facile venire in contatto con questa “essenza spirituale” delle nostre vite, essenza composta da tutto il materiale invisibile (in forma di sogni, immagini, ricordi, spiriti guida, avi, ave, antenati, antenate etc.) che contribuisce a scrivere il nostro destino e a restituire il senso delle nostre personali incarnazioni. La Natura racchiude tutti i “luoghi dell’anima” che ciascuno di noi può attraversare venendo a contatto con l’Anima del mondo che è universale, ma nello stesso tempo ognuno di noi può avere uno o più luoghi prediletti dove la sensazione di questa connessione profonda o dialogo transgenerazionale o commozione inspiegabile si fa maggiormente eclatante*** 




10 maggio 2017

#VIAGGI: FORMENTERA TERZO ATTO, PASITO A PASITO …ESPERIENZE DI VACUITÀ

"Io sono un viaggiatore e un navigatore e ogni giorno scopro una regione nuova nella mia anima"
(Kahlil Gibran) Foto ©CECILIA MARTINO

Niente di meglio, dopo una “tempesta”, che celebrare ciò che resta e il nuovo che avanza seminando  intenzioni con i passi della consapevolezza: una bella passeggiata in riva al mare quando ancora il mondo è assopito e tutto sembra vacillare in una dimensione sospesa tra il visibile e l’invisibile, tra il sogno e la realtà, è il primo dono che mi concedo al risveglio. Mi ripeto ad ogni passo che tutto è sogno mentre focalizzo l’attenzione sui tre movimenti al rallentatore di gambe e piedi che la meditazione camminata secondo la pratica buddhista detta Chankamana, prevede: alzo – avanzo – abbasso. 

Foto©CECILIA MARTINO


Alzo lentissimamente, avanzo lentissimamente, abbasso lentissimamente – ripeto in silenzio mentre respiro profondamente ma senza forzare e l’odore del mare si fonde con le narici quasi fossero un tutt'uno. L’arenile ancora vergine, soffice ma al tempo stesso consistente, assorbe le mie orme come fossero tatuaggi della splendente vacuità, giusto il tempo di tracciarne le impronte prima che l’abbraccio delle onde le trascini via riportandole nel luogo da dove si sono originate per il gioco divino: il vuoto, Sunya. Insieme a loro lascio che vengano riassorbite tutte le sensazioni, immagini, sentimenti, emozioni, persone, che la mia mente sensoriale proietta in forma di ricordi, immaginazioni, fantasie: tutti questi samskara (impressioni lasciate dalla mente subcosciente) diventano sempre particolarmente intensi per me quando mi trovo davanti al mare o a paesaggi e luoghi molto selvaggi dove sento che il dialogo con tutto ciò che ha composto la trama della mia vita si fa molto più intenso, intimo, loquace, piacevolmente insistente. Spesso prende vita come una sorta di malinconia, intraducibile proprio come le sfumature custodite da questa bellissima parola della lingua portoghese: Saudade!

Nello Yoga del Bardo la malinconia è la prima emozione con cui il “morente” ha a che fare ed è suo compito accoglierla, per non cadere nell'inconsapevolezza o nell'attaccamento a ciò che si deve lasciare andare (luoghi e persone amate, familiari, ricordi) --> Ne ho parlato in quest'altro racconto di viaggio dedicato a Capo Verde.


Io con il mio pareo comparto a Sant Francesc de Formentera ... ***Tra le tante definizioni del dio elefante, popolarmente conosciuto come Ganesha, Ganesh o Ganapati, spicca quella di Omkara o Aumkara, ovvero "avente la forma della Om o Aum". La forma stilizzata della sua testa ricalca infatti il contorno del fonema sanscrito capovolto che indica il celeberrimo Bija Mantra. Il sacro OM è considerato dall'Induismo il più potente simbolo universale della divina presenza e il suono che si generò alla creazione del mondo: Ganesh è dunque l'unico dio del pantheon indiano associato anche fisicamente col sacro suono primordiale e con l'origine dell'Universo***

Nei luoghi di natura è più facile venire in contatto con questa “essenza spirituale” delle nostre vite, essenza composta da tutto il materiale invisibile (in forma di sogni, immagini, ricordi, spiriti guida, avi, ave, antenati, antenate etc.) che contribuisce a scrivere il nostro destino e a restituire il senso delle nostre personali incarnazioni. La Natura racchiude tutti i “luoghi dell’anima” che ciascuno di noi può attraversare venendo a contatto con l’Anima del mondo che è universale, ma nello stesso tempo ognuno di noi può avere uno o più luoghi prediletti dove la sensazione di questa connessione profonda o dialogo transgenerazionale o commozione inspiegabile si fa maggiormente eclatante. Uno dei miei luoghi, ad esempio, se non l’unico ma di sicuro il principale è il mare di Bianco, in Calabria, la terra dei miei avi (ne parlo, anzi "poietizzo" qui, se vuoi approfondire: FARE ANIMA, IL MARE DI BIANCO). 



La sabbia delle prime ore del mattino, ancora intatta, ha una consistenza particolare e mentre cammino al rallentatore concentrandomi sul mio scheletro, ne percepisco simultaneamente tutte le sfumature (consistenza, temperatura …) ed ogni sensazione mi riporta a vivere con sempre maggiore intensità, concentrazione e trasporto, l’esperienza della vacuità. Sabbia fresca, divento acqua, sabbia morbida divento terra, sabbia calda divento fuoco, ogni tanto coralli, pietre e conchiglie s’interpongono nel mio camminare e li benedico, divento meraviglia! Il silenzio assoluto del momento intervallato solo da qualche abbaio di cane e dal verso dei gabbiani che roteano sulla mia testa, amplifica la gioia dell’esperienza che, successivamente, avrei riassunto con queste poche parole condividendole sulle mie pagine Instagram e Facebook: "la pienezza della vita attraverso il miracolo del semplice camminare..." 

Foto ©CECILIA MARTINO



Dal mio Blog: “Un’antica pratica meditativa dei monaci buddhisti Theravada consiste nel camminare lentamente per ore focalizzando l’attenzione sul respiro sincronizzato alla visualizzazione nitida dello scheletro che cammina. Ogni singolo osso deve essere preso in considerazione e ogni minimo spostamento diventa una sorta di risonanza magnetica delegata all’immaginale.  La contemplazione dello scheletro, inoltre, ha anche un effetto catartico legato alla morte, non a caso è uno dei rituali usati nei riti d’iniziazione sciamanici, nelle tecniche del buddismo mongolo e del tantrismo” --> Se vuoi continuare a leggere, clicca qui: la contemplazione dello scheletro.


Nel mio hostal a Formentera. Pensiero del giorno: " Io non torno, rimango qui!"


IL FARO PIÙ ANTICO DI FORMENTERA

On the road verso il Faro - Foto ©CECILIA MARTINO


Lo stesso giorno – tempo di affittare l’automobile con le mie compagne di avventura – mi avrebbe condotto in un altro luogo magico di Formentera, il promontorio dove si trova il Faro che si erge nell'estrema punta orientale dell’isola, noto come Far de la Mola, il più antico e il più alto dell’isola. Qui le rocce a strapiombo sul mare, che raggiungono un’altezza di 120 metri, regalano un panorama mozzafiato. L’eccezionalità di questa area è confermata dal fatto che tutto il territorio appartenente allo spazio geografico chiamato La Mola, é catalogato attualmente come ANEI ossia Area Natural de Especial Interés (Area naturale di Speciale Interesse). Anche qui mi sono concessa di fondermi con tutte le forze elementali del caso - tra cui la predominante era senz'altro quella eterica del vento! - rimanendo per qualche momento, o per qualche ora (la cognizione del tempo è la prima cosa che si perde quando si entra in contatto con l'istantaneità dell’eterno tempo circolare dell’anima) in silenzio, in ascolto, in meditazione. Nonostante il freddo, il forte vento, la presenza di altre (poche per la verità) persone.

Ogni luogo è una potenza che si attiva in nome della tua bellezza, ogni luogo è uno spirito che vuole mettersi in contatto con te se solo glie ne dai l’opportunità e spesso lo fa costringendoti in situazioni scomode, perché non si può incontrare un dio se non sfidando i propri limiti e andando oltre se stessi. Non ha forse Arjuna incontrato Sri Krishna e appreso l'essenza della perfezione dello yoga in mezzo a un campo di battaglia (Kurukshetra), così come ci riporta la Bhagavad Gita? Andare oltre se stessi vuole dire spesso avere il coraggio di rompere vecchi schemi di pensiero, abitudini, comportamenti, automatismi indotti dalla mente piuttosto che seguire le indomite, inusuali, impreviste, lucidamente folli vie del cuore. Lì dove risiede l'unico atto di fede che rende umani gli dei e divini gli uomini: l'amore



"Anche se mi farai perire, ho fede in te"
In ciò che concerne la realtà della vita umana,
si deve accettare il suo aspetto di lotta e di battaglia
che si amplia sino alle crisi più estreme, 
come quella di Kurukshetra"
(Sri Aurobindo)



Una leggenda indiana narra che le Divinità si raccolsero in assemblea per decidere dove nascondere il tesoro  che rende divino l’essere umano:  qualcuno suggerì “in fondo al mare”,  ma l’idea fu scartata poiché lo avrebbero trovato.  Qualcun altro consigliò “su qualche altissima montagna”,  ma anche lì lo avrebbero trovato. Allora fu deciso di metterlo  dove l’uomo non l’avrebbe mai cercato: dentro l’uomo stesso. 




STAY TUNED: IL RACCONTO DEL VIAGGIO CONTINUA



Se ti sei perso/a le puntate precedenti, leggile qui

You may say I’m a dreamer But I’m not the only one I hope someday you’ll join us And the world will live as one
(John Lennon)

08 maggio 2017

#VIAGGI: FORMENTERA SECONDO ATTO, LA TEMPESTA

***Tutto è dall'altra parte, in quel che c'è e in quel che penso. Né v'è ramo agitato che il cielo non resti immenso*** (Fernando Pessoa)

Quando io e le mie compagne di viaggio siamo partite, sapevamo che andavamo incontro forse non alla settimana più soleggiata dell’anno a Formentera, tuttavia giorni di sole pieno e continuativo erano previsti. Almeno fino al momento in cui abbiamo messo piede sull'isola! Non si sa mai cosa lo spirito del luogo abbia in serbo per chi si appresta a visitarlo, in ogni caso conviene sempre dialogarci più che cercare di cambiare a tutti i costi il corso delle cose… gli imprevisti sono, in tal senso, i maestri più efficaci.  Sono le mutazioni di percorso, di sentieri prestabiliti nella nostra mente, di quanto speravamo di vedere, fare, godere, le anomalie che s’insinuano in una mappa geografica addestrandoci a trovare soluzioni creative le quali risiedono spesso e volentieri in spazi-tempi non consoni alla mente raziocinante. 



L’unico giorno di sole ci ha regalato istantanee indimenticabili, un colore di pelle che mi stupisco io per prima come sia potuto succedere (vista la percentuale sole/nuvole/pioggia dei giorni a seguire), l’acqua trasparente del mare nel tratto di costa di Es Pujols dove siamo rimaste per goderci fino all'ultimo raggio di sole possibile senza perdere troppo tempo in spostamenti, il pic-nic improvvisato sulla spiaggia, a base di tortillas del supermercato e baguette (mi sono concessa, per l’occasione, un diversivo alla mia alimentazione vegan) e una splendida meditazione al tramonto sulla spiaggia. 



La quiete prima della tempesta…


Foto ©CECILIA MARTINO


La mattina seguente mi alzo presto per la mia solita passeggiata mattutina in riva al mare senza lasciarmi sconfortare dalla pioggia battente che sento arrivare sul balcone della mia camera, con in testa il ritornello di una canzone di Amaia Montero che amo molto e che mi viene in mente ogni volta che mi trovo in un luogo di mare. E' più forte di me ... 


Quiero ser un alma libre, de madrugada ... 
Quiero cantar a la libertad, y caminar cerca del mar ...” 

Sono solo dieci passi a separarmi dall'uscita del mio hostal al lungomare nel punto esatto dove una prima passerella consente di scendere in spiaggia o continuare la passeggiata in una duplice direzione. Quei dieci passi sono stati i più lunghi, faticosi e complessi della giornata e dell’intero viaggio. E dunque, inevitabilmente, i più significativi. 

Foto ©CECILIA MARTINO

Era in corso una vera e propria tempesta di vento, le raffiche mi sballottavano di continuo deviando bruscamente la mia andatura, un passo avanti tre indietro, due passi avanti tre indietro, tre passi avanti tre indietro e così via con in aggiunta la pioggia che continuava a scendere. Il mare non era certo dei più calmi, le onde che s’infrangevano sugli scogli emettevano boati da far rabbrividire, più mi avvicinavo più ne percepivo la potenza, l’irruenza, la forza, l’arroganza, l’intensità, la bellezza… Altro che sole splendente e cielo blu!

Lo spirito del luogo ululava in tutta la sua demoniaca inquietudine e la mia anima selvaggia rispondeva con la voglia di starci dentro con tutte le viscere, a ricevere quel momento con tutto l’amore di cui era capace. Puoi forse domare un cavallo imbizzarrito? Cavalcare una tigre? Addomesticare un uragano? Rendere docile e aggraziato uno tsunami? Raffreddare o spegnere un vulcano in eruzione? Puoi giudicarli belli o brutti, cattivi, nocivi, terrificanti? La Natura ha una sua “giustizia” interna tutt’altro che rassicurante e, proprio per questo, divina


“Amo chi giustifica il futuro 
e assolve il passato, 
in quanto vuol morire 
a causa del presente; 
amo colui che si fa uccidere
dall'ira del suo dio” 
(Così parlò Zarathustra, Nietzsche) 



 

Man mano che riuscivo ad avvicinarmi a quella vertigine di acqua e vento che dall'orizzonte procedeva galoppante fino alla riva dove rocce e scogli ne amplificavano il roboante gemito finale, man mano che quel concerto infernale diventava sempre più vicino al mio respiro e i brividi mi rizzavano i peli sulla pelle ben più che il freddo che a stento percepivo presa dal furore animico di quell'esperienza, man mano che uno dopo l’altro incontravo i miei demoni (paura, sconforto, malinconia) e li nutrivo con il balsamo della mia attenzione mista a compassione, timore reverenziale e commozione, man mano che i miei piedi diventavano testardamente più agili a schivare folate di vento e di sabbia per poter arrivare al punto estremo della passerella dove mi sarei trovata a tu per tu con l’acqua del mare in burrasca… man mano che tutto questo succedeva e mi ricordavo di acclamare il momento con il mantra della meraviglia che mai mi tradisce (“emaho!”) e mi fa sentire sempre tra le braccia sicure di una Madre amorevole, ecco… man mano che mi predisponevo ad essere divorata dal terrore di trovarmi a tu per tu con uno dei miei incubi notturni ricorrenti e con tutte le immagini ad esso collegate … mi stavo accoppiando con la forza distruttrice che genera e rigenera, con l’energia di Pan, Poseidone, Eolo tutti insieme in una danza vorticosa di disperazione e gioia che nulla può lasciare uguale a prima. E che tutto concilia, clamorosamente. Non c'è un perché, succede e basta, se si ha il coraggio di morire. La vera morte è non trasformarsi mai.





Ho guardato da vicino il mio più grande incubo perché mi è venuto a chiamare con tutta la ferocia di cui è stato capace, ho accolto il richiamo piuttosto di lasciarmi mortificare dal fatto che anche per quella giornata non ci fosse il sole, ho respirato tutta la rabbia che da quelle onde imbizzarrite sprigionava quando gli ultimi schizzi sembravano schiaffeggiarmi il viso costringendomi a chiudere gli occhi e, come ultimo gesto liberatore, ho urlato con tutta la voce disponibile il mio SIIIIIIIIIIIIIIII eccomi, sono qui, ti amo, grazie. Per poi, stremata, tornare sui miei passi, giusto il tempo di notare come le palme sul lungomare fossero piegate in due dal vento e strapparmi, così, un ulteriore, confidenziale sorriso; la loro arrendevolezza pareva voler intonare insieme a me quel sussurro al Surrender:  “mi piego ma non mi spezzo, e non mi spezzo perché fluisco, mi dò senza opporre resistenze, e non oppongo resistenze perché non controllo la vita, la danzo”.


***L'equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante*** (Bertrand Russell)

Quel che resta dopo una tempesta (metaforica e letterale, che poi è la stessa cosa!) è difficile da dire a parole: è la poesia di ciò che permane o di ciò che non c’è più. È una sorta di varco che si apre e da cui i doni della vita diventano più visibili, anche se ci sono sempre stati! Per questo vale la pena entrarci dentro alle tempeste anziché schivarle. Se accadono, non è mai per caso.

Da quel momento in poi, è come se l’anima dell’isola si fosse resa man mano sempre più “visibile”, tangibile, prodiga di messaggi e messaggeri, di piccole grandi meraviglie quotidiane. Come la lucertola - o geco (che è il simbolo di Formentera) dai colori più belli che io abbia mai visto, azzurra con sfumature verde smeraldo, i lombrichi a pois bianchi e neri o la scritta sullo specchio del bagno di uno dei Caffè dove sostavamo nell'attesa di decidere il programma, o meglio, l'avventura, della giornata.



Secondo alcune leggende il geco – o lucertola – rappresenta la forza e la tenacia dell’uomo, il quale, per carattere, è in grado di mutare affrontando le difficoltà del mondo esterno così come il rettile.
Foto ©CECILIA MARTINO

In moltissime leggende il verme appare come il simbolo della transizione, dalla terra alla luce, dalla morte alla vita, dallo stato larvale all'innalzamento spirituale. Per Sir William Blake, il lombrico, la forma più umile della materia, in ossequio al principio “come in alto, così in basso”, era un’incarnazione del divino e l’aspetto più nobile del cielo.
Foto ©CECILIA MARTINO
Una scritta alla prima incomprensibile, tant'è che sono andata dal ragazzo del bar a chiedere spiegazioni. La traduzione dal gergo locale isolano in spagnolo è già molto più comprensibile e in italiano suona più o meno così: “domani non è ancora arrivato, ieri è passato, vivi qui e ora”. 

STAY TUNED! IL RACCONTO DEL VIAGGIO CONTINUA ... 

***Ahir ja ha passat, demà no ha arribat, aíxí que viu avui !!*

Quiero ser una palabra serena y clara
Quiero ser un alma libre, de madrugada
Quiero ser una emigrante de tu boca delirante,
De deseos que una noche convertiste en mi dolor.
Quiero creer, quiero saber, que dormiré a la verita tuya
Quiero esconderme del miedo y mirar de una vez
Los ojos que tiene la luna.
Quiero cantar a la libertad,
Y caminar cerca del mar,
Amarradita siempre a tu cintura,
Que esta locura de amarte no puede acabar
Por mucho que te entren las dudas
De sí, eres tú el que me hace tan feliz.
Quiero ser la que te jure amor eterno.
Quiero ser una parada en la estación que lleva tu nombre.
Quiero ser el verbo puedo,
Quiero andarme sin rodeos,
Confesarte que una tarde empecé a morir por ti




"Voglio che arrivi a capire esattamente 
la cosa speciale che è, 
altrimenti non si accorgerà del fatto 
di cominciare a perderla. 
Voglio che rimanga sveglio e ... veda ... 
ogni tumultuosa possibilità. 
Voglio che sappia che vale la pena 
passare qualunque guaio 
pur di vedere come va il mondo 
quando se ne ha la possibilità. 
E voglio che conosca 
la sottile, sfuggente, importante ragione 
per cui è venuto al mondo 
come essere umano e non come sedia"
(Herb Gardner, A Thousand Clowns)

www.ceciliamartino.it


Formentera, 27 Aprile 2017
Se ti sei perso il primo atto del racconto 
leggilo qui:
 FORMENTERA LAVORI IN CORSO



07 maggio 2017

#VIAGGI: FORMENTERA PRIMO ATTO, LAVORI IN CORSO



Isola degli hippie, dei vip e dei calciatori, ultimo paradiso del Mediterraneo, perla delle Baleari… in tanti modi viene definita Formentera ma ora io proverò a non ri-definirla, lasciando piuttosto che a parlare sia l’anima del luogo che così ardentemente ha dialogato con la mia durante il tempo di permanenza in loco. E se proprio dovessi iniziare dando un titolo a questo racconto, mi piacerebbe sussurrarlo alle orecchie di chi lo leggerà così: preparati a viaggiare leggero, il "viaggio dell’eroe" ammette molti più imprevisti di quante certezze tu possa anche solo immaginare. 


***Al di là di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso. Ci incontreremo lì*** (Rumi)

PRIMO ATTO: LAVORI IN CORSO 
Chiunque si appresti a trascorrere qualche giorno a Formentera, desidera godere del mare, delle spiagge, del sole di un’isola che non ha nulla da invidiare ai paradisi tropicali d’oltreoceano. Bastano solo un paio d’ore di volo dall'Italia e si è catapultati in un universo balneare davvero strabiliante: acque dalle sfumature turchesi, verde smeraldo, blu, fondali tersi, spiagge lunghissime dalla sabbia bianca e fine, baie, cale e calette separate da speroni rocciosi che restituiscono un ritmo preciso ai panorami che si godono da ogni punto dell’isola… 

***por fin, el mar*** Sul traghetto Ibiza-Formentera 25 Aprile 2017

Il primo benvenuto lo dà la sorella maggiore di Formentera, l’altra componente delle Isole Pitiuse: Ibiza. Dal porto di Ibiza con il traghetto veloce (io ho viaggiato con Balearia con tanto di wifi a bordo!)  in una mezz'oretta si approda a La Savina, il porto di Formentera. Da qui si può pensare di noleggiare subito macchina o scooter e di recarsi in autonomia nel proprio luogo di soggiorno, oppure prendere un taxi come ho fatto io insieme alle mie compagne di viaggio. Destinazione: Es Pujols, ideale come base trovandosi a circa dieci minuti dal porto.

Foto scattata dall'aereo - Foto ©CECILIA MARTINO


Il mio hostal (Hostal Alemania) così come quello delle mie amiche (Capri) si trova nell’Avinguda Miramar, l’arteria principale che sfocia direttamente sul lungomare a sua volta pieno di locali e ristoranti che, al nostro arrivo (il 25 aprile), erano per lo più tutti chiusi! 

***Pasito a pasito, ci si ferma sempre al momento giusto*** Foto ©CECILIA MARTINO

Primo suggerimento: se non si vuole perdere nemmeno un giorno di “vitalità” isolana (compreso il famoso Mercato Hippie di El Pilar de La Mola), conviene scegliere come periodo di soggiorno date a partire dal 1 maggio in poi. 

Altro punto di vista: la dimensione che ho potuto godere è stata a dir poco anomala e insospettabile. Ci ho pensato a lungo successivamente e questa sensazione non mi ha mai abbandonata per tutta la permanenza sull'isola. E’ come aver assistito a un “dietro le quinte” della preparazione di uno spettacolo, un backstage dell’isola che veniva vestita a festa per iniziare il suo grande ballo. 


***la meta non è un posto, ma è quello che proviamo*** Foto ©CECILIA MARTINO 

La sera del 25 aprile c’erano pochissimi locali aperti a Es Pujols e gli unici frequentatori del luogo sembravano essere gli operai che ci lavoravano: c’erano locali completamente in ristrutturazione, altri che stavano nascendo dal nulla, negozi in apertura, passerelle di legno sulla spiaggia che stavano prendendo forma tra ruspe e segnaletiche da cantiere, il sottofondo del mare velato dal rombo di trapani e seghe elettriche… Ebbene, a dispetto di quanto si possa essere tentati di pensare, tutto questo ha aggiunto e non tolto bellezza all'esperienza che ho vissuto. E la sensazione che mi si è insinuata da subito – di stare partecipando a una sorta di rito di preparazione o di passaggio, in fondo, per pochi intimi – si è poi confermata al momento della partenza (2 maggio) quando tutto era pronto per far brillare Formentera agli occhi delle masse di turisti che avrebbero iniziato a soggiornarci. 

Foto ©CECILIA MARTINO

La mia parte di isola nell'immaginario che mi porterò sempre nel cuore, non avrà nulla a che vedere con il luccichio patinato di negozietti e passerelle sul mare, ma avrà la fatiscenza struggente del polvericcio sul pontile, delle serrande sgarrupate di muri di  ristoranti arsi dalla salsedine, del passo sbilenco dell’unico passante che con il suo cane a prima mattina incrocia il mio sguardo mentre passeggio meditando sull’arenile pieno di alghe, ciottoli, bottiglie di plastica e splendidi fossili dal colore blu violaceo. 


Quel soffio d'effimero che fin da subito mi ha ricordato la magia del wabi-sabi, emozionandomi profondamente.


Foto ©CECILIA MARTINO


La mia parte di isola avrà il saluto rauco e sonnolento della cassiera dell’unico supermercato aperto alla mattina presto (situato proprio accanto al mio hostal) di cui non scorderò il sorriso che pareva volermi dire, ogni giorno, “dai che domani forse sarà meglio”, mentre per me il meglio si stava già svolgendo in quello scambio da comparse dietro un velo di complicità quotidiana. 
Foto ©CECILIA MARTINO



E, tra l’altro, il gusto delle olive ripiene di peperoni (aceitunas con pimientos) in barattolo che mettevo dentro al pane caldo integrale di semi o a quello in busta già pronto, improvvisando così la mia colazione, per me era già un premio molto più che di consolazione! 


Foto ©CECILIA MARTINO

La mia parte di isola rimbomberà tra i silenzi che ho potuto godere all'alba quando uno dei tavolini degli operai mi faceva da sedile per ripararmi dalla pioggia mentre salutavo il sole timido dietro le nuvole e una sorta di languore s’impossessava di me: percepire fin dentro le ossa di stare dimorando nel centro esatto dell’impermanenza. E che niente era più perfetto di così. 

La mia parte di isola rimarrà selvaggia e inavvicinabile come quel passaggio tra un "non ancora" e un "mai più", un'insenatura di cortesia che dà il benvenuto solo a chi non vuol restare e, per questo, resta. Oppure, quella famosa crepa che c'è in ogni cosa - parafrasando Leonard Cohen - dalla quale entra la luce. 


STAY TUNED! IL RACCONTO DEL VIAGGIO CONTINUA ... 

Foto ©CECILIA MARTINO





"Le parole sono finestre, 
oppure muri,
ci imprigionano 
o ci danno la libertà.
Quando parlo 
e quando ascolto,
possa la luce dell'amore 
splendere attraverso di me"

(Ruth Bebermeyer)




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STAY TUNED! IL RACCONTO SUL VIAGGIO A FORMENTERA CONTINUA CON IL SECONDO ATTO:
"LA TEMPESTA"






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Dettaglio nella mia camera all'Hostal Alemania
***Il poeta distilla da ogni forma la divina funzione.
Ogni piccola cosa rende eterna.
Per lui è oro ciò che per gli altri resta fango
forse perché a quell'oro non dà peso e se un altro lo ha preso,
il furto lo diverte come vedesse rubare un tramonto!***
(Emily Dickinson)
Foto ©CECILIA MARTINO