27 febbraio 2015

Poesia Distinti ma non separati

Ermete Trismegisto, il leggendario fondatore dell’alchimia, addita il mistero primordiale della natura, il principio del fuoco, che avvolge nella sua quadruplice fiamma gli opposti essenziali: sole e luna, maschio e femmina, zolfo e mercurio , che danno luogo all’unità androgina in ogni atto di concezione e nascita in natura. (foto e testo: enricobaccarini.com)


Distinti ma non separati
risveglio sopiti eccessi di corpo
e disfo la mente mentre mi spettino le sopracciglia
guardando non dall'alto, non dal basso, 
ma in tutte le direzioni possibili
Nell'ora infallibile dell'attimo morente
chi fugge non è l'attimo, ma chi non sa morire
riporto il senso del mio nome
su un calendario che celebra noviluni e pleniluni
Mi cancello come fossi di gomma
mi sposo come fossi di argilla
mi riduco a niente come fossi tutto
come fossi l'ultima realtà rimasta al mondo
in un mondo che non esiste
A metà giornata, il cielo si fa duro
terso immobile fluido traboccare di sperma invisibile
e nelle mie lacrime l'ovulazione precoce
e l'ammonimento di una formula magica:
nutrire come la donna
penetrare come l'uomo
Ecco. Ecco ciò che io sono
prendetene tutti, dall'eternità.


(CECILIA MARTINO)

www.ceciliamartino.it



"L’uomo è due uomini contemporaneamente: solo che uno è sveglio nelle tenebre e l’altro dorme nella luce" (Khalil Gibran)



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11 febbraio 2015

Maha Shivaratri: la grande notte di Shiva



“Quando realizzi che sei in ogni cosa,
l’attaccamento al corpo si dissolve,
la gioia e la beatitudine sorgono”

(Vijñanabhairava tantra)

Maha Shivaratri, ovvero la “Grande notte di Shiva“, è una festività indù che si celebra nella quattordicesima notte di luna nuova del mese lunare di febbraio-marzo (Phalgun).





Ad aleggiare sulla sacralità del caso è la particolare posizione della luna che in questa giornata viene a trovarsi nel punto della sua orbita più distante della terra e, dunque, l’effetto del suo magnetismo sull'uomo è ridotto al minimo sia a livello fisico che, soprattutto, mentale ed emotivo. Questa notte speciale, dunque, dona alle pratiche spirituali un potere che in nessun altro giorno dell’anno può essere raggiunto, complice anche la ricorrenza che si celebra (più di una per la verità, stando alle varie leggende) e cioè il matrimonio del dio Shiva con la sposa Parvati, evento che simboleggia l’Unione cosmica per antonomasia. Unione di maschile e femminile che, dal punto di vista più esoterico, è un raggiungimento della completezza e integrità dell’essere da ricercarsi all'interno della propria anima. Non a caso Shiva è spesso rappresentato nell'iconografia indiana con i tratti di un ermafrodito, ardhavira, l’Androgino con la parte destra del corpo maschile e la parte sinistra femminile: i due sessi riuniti in un solo corpo ricostituiscono l’unità originaria e al tempo stesso evocano la simultanea presenza degli opposti nell'equilibrio cosmico.











Un’altra potente immagine legata alla Grande Notte è quella della danza da cui Shiva avrebbe dato origine alla Creazione dell’universo, appunto, danzando. Un ballo di piacere e potere allo stesso tempo, perché non c’è potere più grande del provare piacere, un piacere senza oggetto, frutto della pura gioia incontenibile che diventa atto creativo. Nataraja, il Signore della Danza, il tandava sfrenato ed eccitato incarna il perfetto equilibrio tra la vita e la morte danzando su un demone che è l’incarnazione dell’illusione e della falsa conoscenza. Ananda Tandava, il danzatore beato di dionisiaca memoria che, ebbro di gioia, crea il mondo. E così come lo crea, lo distrugge, essendo Shiva la terza divinità della Trimurti indiana (dopo il dio dell’origine Brahma e il signore della conservazione Vishnu), colui il quale, appunto, ha il compito di concludere il ciclo di dissolvimento del mondo, la necessaria dissoluzione prima di una nuova rinascita. La notte buia dell’anima prima della nuova alba. In ogni momento di morte iniziatica, quando è necessario distruggere e lasciare andare, c’è sempre uno Shiva funereo a porgere il suo aiuto, ad incoraggiare l’incontro con i demoni (paure e attaccamenti) per poterli trasmutare nei migliori alleati possibili. E’ l’aspetto terrificante del dio noto come Rudra “Colui che urla”, il signore delle lacrime che erra nelle foreste, dorme nelle caverne e si attarda nei luoghi meno confortevoli dove imperversa il caos primigenio e la vita nel suo stato più selvaggio, perché solo fronteggiando l’orrido, e non addomesticandolo, si può ottenere la vera liberazione: è questo il percorso controcorrente tantrico, è questo l’urlo di Shiva nella sua forma ghora (terrifica), un richiamo che non offre rassicurazioni, ma che scuote energie latenti e produce l’unica reale esperienza possibile di “guarigione”: la celebrazione del rito (il sacrificio – sacrum facere – del “darsi” ai demoni, alla parte oscura, alle ombre della notte) che ristabilisce l’ordine universale. Shiva insegna ad incanalare le forze oscure dentro di sé per sublimarle, pacificarle, fruirle o potenziarle … in ogni caso, non evitarle né rinnegarle.
Senza dimenticare che Shiva è anche il Mahayogin, il Supremo Yogin, il padre dello yoga e in queste veste senz’altro più rasserenante, è raffigurato assiso con il corpo cosparso di cenere (simbolo della morte della personalità e dell’impermanenza) nella postura meditativa a gambe incrociate intento a riassorbire le illusioni del mondo fenomenico nella luminosa vacuità da cui ogni manifestazione ha origine.
Shiva Nataraja, il Signore della Danza, il tandava sfrenato ed eccitato incarna il perfetto equilibrio tra la vita e la morte danzando su un demone che è l’incarnazione dell’illusione e della falsa conoscenza.









Che si abbia più dimestichezza con l’immagine pacifica del dio o con quella più temibile, si può utilizzare la suggestione di queste immagini per la propria personale celebrazione del Maha Shivaratri, ad esempio chiedendo al DISTRUTTORE di assecondare, accelerandolo, un processo di cambiamento nella vostra vita, oppure invitando il BEATO TANDAVA a danzare con voi in un giocoso ballo senza freni inibitori (vi invito a farlo per davvero, utilizzando se possibile il sottofondo di un ritmo tribale con molti tamburi), o se preferite invocando il GRANDE YOGIN nella quiete di una meditazione silenziosa o, perché no, invitandolo a nozze celebrando l’UNIONE cosmica simbolo del Maha Shivaratri, scegliendo cioè di sposare la parte oscura di voi, amandola per poterla infine trasformare in pura energia creativa. Se si vuole si può cantare o recitare silenziosamente il mantra del dio: “Om Namah Shivaya”, assorbendo nel proprio corpo fin dentro ogni cellula le vibrazioni che la ripetizione interiorizzata di tali fonemi sacri producono.



In ogni caso, recuperate lo Shiva che è dentro di voi, attingendo alle fonti meno convenzionali del vostro immaginario e stupitevi di quanto potere ci sia in questo “perdersi” per poi ritrovarsi. Senza paura di sbagliare: il viaggio è un “errare” per definizione e l’anima, a volte, ha bisogno di precipitare.



LA CELEBRAZIONE IN INDIA
Il Maha Shivaratri è festività nazionale. Nel giorno precedente la festa, si osserva il digiuno e ci si immerge nelle acque sacre come rito propiziatorio mentre la notte si veglia in preghiera adorando il simbolo fallico del dio Shiva, chiamato Lingam, che ogni tre ore viene bagnato con urina, sterco, latte, burro e latte acido che sono le cinque sacre offerte delle vacche. Inoltre vengono offerti alla divinità i cinque cibi dell’immortalità: latte, miele, yogurt, zucchero e burro chiarificato. I guru recitano preghiere e mantra sgranando i mala (rosari) mentre i discepoli preparano il cibo preferito di Shiva chiamato “Bhang”, un preparato ottenuto da foglie e fiori di cannabis che viene distribuito gratuitamente ai fedeli all'ingresso dei templi.

LE PRIME PAROLE PRONUNCIATE DAL BUDDHA DOPO L'ILLUMINAZIONE
"... senza riserve lasciando attonita ogni pretesa di comprendere. Perchè certi cammini lasciano così poco spazio tra te e l'infinito" Varanasi, marzo 2014

Viaggiare con l'anima:


LADAKH, UN VIAGGIO LUNGO 8 ANNI

SRI LANKA, WELIGAMA TUFFO NELL'OCEANO DEL 
FARE ANIMA


"Se apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’Universo" (Buddha)

29 gennaio 2015

Wakan Tanka | Camminare nella via sacra con gli Indiani d’America





Questo mese lascio che a gettare il seme per una piccola suggestione di inizio anno, sia la profonda conoscenza che proviene dalle tribù dei Pellerossa, quella saggezza spontanea che scaturisce come dono dall’intimo rapporto con la natura e con il grande spirito della Terra.
Il Grande Mistero, il Grande Vuoto, Wakan Tanka come amano chiamarlo i Lakota, una concezione panteistica del divino che non vede soluzioni di continuità tra il microcosmo umano e il macrocosmo terrestre: ogni elemento della natura è parte della nostra sostanza (siamo fatti di terra, acqua, aria e fuoco), ragion per cui l’universo non solo è dentro di noi, ma si evolve attraverso di noi. Un concetto molto yogico e sciamanico allo stesso tempo, che gli Indiani d’America hanno sempre incarnato alla perfezione, senza definirsi né sciamani né tantomeno yogin.


Come sempre, è interessante notare quanti tratti in comune ci siano al fondo di ogni ricerca spirituale sganciata da qualsiasi dogmatismo, anzi, come si possa essere spirituali anche senza sentirsi per forza legati a un cammino di ricerca, perché quando il “contatto” avviene non c’è più nulla di particolare da fare, basta essere. Si è con Dio, l’Universo, il Grande Spirito, in qualsiasi modo si voglia chiamarlo, fino ad arrivare a una vibrazione impersonale sganciata persino dall’urgenza di dover dare un nome alle cose. Una vibrazione incessante di gioia.
 
L’importante è prestare attenzione. L’attenzione è la prima porta del ricevere, spostare gli occhi al centro del cuore e da lì abbandonarsi al piacere dell’ignoto. Non si può essere aperti e distratti allo stesso tempo, abbandonati e prudenti. Non a caso il coraggio è una delle qualità maggiormente evocate dalla cultura animista pellerossa intrinsecamente legata all’anima selvaggia, istintiva, propria del regno animale che tanto popola l’immaginario simbolico degli Indiani d’America.

Il mondo invisibile – quel “camminare nella via sacra” caro alle tribù dei Nativi indiani – è un libro aperto solo per chi acuisce l’attenzione spostando la prospettiva dalla vista degli occhi alle visioni del cuore. Con un gesto simile a chi si lancia dal paracadute: non guardare l’abisso che attende in basso, ma l’immensità di cielo che si staglia all’orizzonte e in cui la vertigine diventa potere.



Applicando queste suggestive immagini alla vita quotidiana, uno spunto di riflessione potrebbe essere questo: permettiamoci di cogliere tutte le sfumature possibili di ogni situazione, senza escludere nulla e senza giudicare. Se si è aperti a tutto, si è tutto.

“Nel giorno più buio dell’inverno, il colore è ovunque. Si tratta di colori che non ci aspettiamo di vedere, perciò non vediamo. Fluttuano sulle nuvole che di primo mattino si distendono lassù, nel cielo meridionale, e indugiano nelle fenditure delle colline a mezzogiorno. A sera, l’orizzonte di ponente è violaceo come tutte le sfumature di viola, che i Cherokee chiamano gi ge s di. Gli ultimi raggi del sole colorano di viola, rosa e lilla le nuvole che corrono nel vento. L’Indiano ama il colore ed è in sintonia con la sua gioia. Se siamo presi da stati d’animo grigi, i nostri occhi hanno poche possibilità di vedere i colori. Una visione grigia si può cambiare. Anche adesso, una sago ni ge (ghiandaia azzurra) e una brillante gi gag e (cardinale rosso) possono entusiasmarci con le loro sfumature di azzurro e di rosso, se abbiamo il cuore di vederli”. (da Anima Pellerossa – La voce del piccolo grande popolo)



Ogni cosa è sacra. 
Ogni cosa vive. 
Ogni cosa ha una coscienza. 
Ogni cosa ha uno spirito.           

(Saupaquant Wampanoag)






".... allora, io ero là,  sulla più alta delle montagne, e tutto intorno a me c'era l'intero cerchio del mondo. E mentre ero là,  vidi più di ciò che posso dire e capii più di quanto vidi;  perché stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme,  sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un'unica madre e di un unico padre. E io vidi che era sacro… E il centro del mondo è ovunque". (Alce Nero)