12 maggio 2019

Poesia è mistica femminile per eccellenza | Fecondarsi di stupore per la vita


Il linguaggio universale delle emozioni non può che essere di timbro poetico per questo la Poesia che è mistica femminile per eccellenza, ha anche una qualità salvifica rigeneratrice, se solo la si lascia agire.
Una delle intuizioni che è maggiormente evidente nel libro Il mestiere del dare, a cui allude anche il titolo, è quella dello svuotamento, di dimorare nel vuoto, dare e darsi spazio, dare voce alle profondità invisibili che sono il dialogo perduto con l'anima.
Forse è per questo che c'è una sorta di timore o reticenza a fruire poesia, perché di guardarsi dentro e a fondo si ha sempre più paura, ed è come se fosse un genere letterario di serie B o comunque qualcosa di minore ...
Un pregiudizio ancora in parte vivo anche negli ambienti editoriali ma...
il fatto è che la Poesia va ben oltre il genere letterario essendo più che materia accademica, materiale vivente che trasforma, in grado di apportare cambiamenti incredibili nella vita, qualcosa di molto concreto dunque, e non di effimero, di esteticamente romantico.
Visione poetica è sancire il matrimonio mistico con se stessi, innamorarsi della vita così com'è, stare a proprio agio in ogni situazione con sguardo amorevole, compassionevole, celebrativo e contemplativo.
Leggendo i miei due libri è possibile fare esperienza di questa "resa alla meraviglia della vita così com'è" in quanto in un poetare autentico è molto presente quella riduzione della soggettività che rende accessibile a tutti il vissuto personale. 
Se ritengo i miei libri davvero "originali" non è per vanagloria ma perché la loro ispirazione muove dall'Origine, da quel luogo di prossimità invisibile da cui un poeta può solo porsi in ascolto e attendere. Attendere che dal silenzio le parole accadano.
Ringrazio Aracne editrice per aver accolto il mio progetto poetico da subito, scommettendo coraggiosamente ancora sulla Poesia.

Cosa dicono i lettori del mio libro.


"Poi Morgan dice di avere scoperto che si dedicano 3 ore al cibo, 6 al sonno, 4 ore al lavoro, 2 all'amore.
Lytton dice 10 ore all'amore. Io dico all'amore tutto il giorno.
Lo dico vedendo le cose attraverso un'ombra purpurea." (Virgina Woolf) 


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PROSSIMI APPUNTAMENTI

Reading poetico a Torino presso Samveda - Centro Yoga del Kashmir, Advaita e Mindfulness, Mercoledì 12 Giugno, dalle ore 20.00 
Presentazione a Bologna Libreria Esoterica IBIS, sabato 15 Giugno, ore 17.30 


COSA E' LA POESIA PER ME - 
INTERVISTA DI ARACNE TV MARZO 2019



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07 maggio 2019

Intelligenza Artificiale | Arriva l'algoritmo che genera poesie


"Una rete neurale è stata negli anni educata a produrre poesia. Per farlo è stata nutrita con 25 milioni di parole usate da poeti del XIX secolo. Ora tutto questo produce “poemportraits”, il nuovo esperimento frutto della collaborazione del laboratorio Arts & Culture di Google con il programmatore Ross Goodwin e la scenografa Es Devlin. Goodwin ha creato l’algoritmo che genera automaticamente la poesia; è possibile alimentare il sistema con una propria parola, ci si scatta un selfie e l’algoritmo poeta ci scrive sulla faccia un breve poema composto attorno alla nostra parola chiave. Diventerà per un po’ il nuovo passatempo social, ma l’esperimento non è banale, si tenta di insegnare all'intelligenza artificiale a dialogare con gli umani attraverso metafore, la ricerca di una dimensione poetica come comune terreno d’incontro è molto interessante. L’dea ricorda un teoria di Borges per cui esiste un numero definibile di “metafore essenziali”, con le quali è possibile costruire qualsiasi astrazione. Attraverso le radici comuni della poesia universale le macchine intelligenti saranno così “educate” a interagire con la parte più profonda della nostra condizione umana".

(di Gianluca Nicoletti - Da La Stampa del 7 maggio 2019 "Obliqua-mente - L’algoritmo che genera poesie, così l’intelligenza artificiale dialoga con l’uomo") 





Cos'è che persino l'"algoritmo poetico" non potrà mai fare? Emozionare ed emozionarsi ... 

Cos'è che rende un uomo davvero Poeta? Anzi, che lo fa tornare alla sua propria natura poetica, che è uno stato spontaneamente creativo dell'essere?
Un avatar potrà attingere a tutto il bagaglio di "metafore essenziali" e di parole poetiche utilizzate dai maggiori scrittori di tutti i tempi, ma non sarà mai un autentico poetare perché Poesia non è un mestiere letterario ma un mestiere del dare.  Dare spazio all'intuizione, a una intelligenza emotiva che non ha variabili computerizzabili, perché gioca con regole squisitamente umane, imprevedibili, illogiche più che emotivamente logiche e, per questo, squisitamente divine. 
Poetare è generare - diceva Novalis - e non è un partorire belle parole, o metafore sapientemente scelte, o ritmi caparbiamente cercati nel dialogo artefatto di una macchina, pur "intelligente" che sia.
Il vero mestiere di un poeta è quello di dare spazio a profondità che fanno tremare il corpo. Il corpo, appunto. Carne e sangue. E energia vitale, senza scomodare il "prana" della filosofia orientale, chiamiamolo pure respiro di vita. 

Niente di astratto, quindi, ma di molto concreto. Vitale. 
Poesia è rigenerazione cellulare, emozione che - consapevolmente accolta e amata - trasforma, cambia prospettiva alla vita. 
Poesia è visione, incarnata in pelle, ossa e muscoli.
E' alchimia che utilizza il "fango" di un materiale vivente per farne oro. 
All'algoritmo, pur sopraffino che sia, mancherebbe proprio questo "fango". E senza materia oscura nessuna luce è possibile.



Interessante l'esperimento sì, senz'altro. Perché non fa che confermare quanto la Poesia sia necessaria come l'aria che respiriamo e non un passatempo per spiriti romantici, quanto essa sia ben più che un genere letterario da riqualificare bensì una visione del mondo da riscoprire: quella che ci avvicina allo stato naturale più prossimo alla nostra origine, all'essere più che al fare. Una visione intrisa di gentilezza, armonia, ritmo, ascolto profondo, accoglienza, compassione, fluidità. Un bagaglio prezioso di cui ha bisogno l'umanità, mai come in questi tempi. 
Rilke nella VI Elegia evoca la “pienezza del cuore” quale segreto di un'intimità poetica che si compie nel momento succulento dell’adesso.
"Cosa cerchi?" Chiedevano a Diogene, il "Socrate pazzo" che girava con una lanterna accesa anche in pieno giorno. "Cerco l'uomo", rispondeva il saggio ... 
Altro che passatempo social!







Il poeta distilla da ogni forma la divina funzione. 
Ogni piccola cosa rende eterna. 
Per lui è oro ciò che per gli altri resta fango 
forse perché a quell'oro non dà peso e se un altro lo ha preso, 
il furto lo diverte come vedesse rubare un tramonto!  
(Emily Dickinson)


Altri spunti di riflessione sulla Poesia, dal mio Blog

Essere poeticamente al mondo, manifesto per un'etica del quotidiano

Per scrivere belle poesie, bisogna essere tristi?

Cediamo la strada agli alberi. Abbiamo bisogno di contadini e di poeti

Perché il poeta compone versi? La visione taoista del Wu-Wei 

La lanterna di Diogene, una vita senza fiuto

Dicono di me:
Scrivere poesia giova fortemente al senso del ritmo | Il mestiere del dare di Cecilia Martino


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02 maggio 2019

Scrivere poesia giova fortemente al senso del ritmo | Il mestiere del dare di Cecilia Martino


Cecilia Martino ha una sua, altra espressività di scrittura. Opportuna, direi. Ampia ed efficace: come possa esistere questo binomio è tradotto ne “Il mestiere del dare”.


Ringrazio Maria Rosaria Ambrogio per avermi donato questa “recensione”: 

Scrivere poesia giova fortemente al senso del ritmo.
O si scrive perché un’inclinazione al ritmo già c’è.
O entrambe le cose. Poco importa, in sostanza.
La certezza è che ne “Il mestiere del dare” c’è sostanza di ritmo.

D’accordo: il titolo di questo “corpo” di poesie colpisce – non potrebbe essere altrimenti.

Ma non è dal titolo che voglio partire.
Parto col ritmo.

Chi scrive – prosa o poesia non fa differenza – sceglie o traduce il ritmo che seguono le parole. E le pause. E gli “a capo” di verso. Il respiro di verso in questo “corpo” poetico di Cecilia Martino è ampio. Ampio. Apertura alare. Mai prolungato; mai forzato a dovere. Possiede una cassa toracica di accoglienza “capace”. Per inciso: la “capacità” non si improvvisa: occorre allenamento – tanto).
Questo ritmo non fugace, non sferzante e non spezzato è il tratto compositivo che considero per primo. Per immediatezza. Per differenza.

C’è chi riduce all’essenziale il passaggio dal pensiero alla trascrittura. Col risultato, sempre lì dietro l’angolo, di asciugare fino a corrispondere allo spazio bianco senza inchiostro. Un atto di resa della parola di fronte alla potenza eterna del silenzio.
Per fortuna del genere umano Cecilia Martino ha una sua, altra espressività di scrittura.
Opportuna, direi. Ampia ed efficace: come possa esistere questo binomio è tradotto ne “Il mestiere del dare”.

Il ritmo.
È ovvio che chiunque leggerà questo “corpo” di poesie avrà una propria percezione del ritmo che si muove, mentre lo leggi. E non è che questa sensazione debba necessariamente definirsi. Ma un’immagine ci tengo a restituirla, perché poesia ne leggo – abbastanza – e ne rileggo – tanta. E il ritmo dei versi di Cecilia è peculiare, è suo. È il ritmo di scorrimento (e il “tempo” di scorrimento) dei bastoni della pioggia.

L’ “a capo” di verso sembra coincidere col momento in cui ruoti il bastone perché lo scorrimento è finito, ma se lo capo-volgi è lì, riprende. È il Tempo di ciò che scorre – fluisce – e ha una sua fine – o un nuovo inizio. E quella memoria di suono di pioggia
è tra i pochi suoni (per me) che possono permettersi di interrompere il silenzio senza alterarne la quiete di fondo; assoluta.

Peculiare espressività di scrittura, il “font Martino”, dove per “carattere” s’intendono impressioni dell’anima.

Quanto c’è Cecilia Martino in questo “corpo” di poesie?
C’è c’è, eccome. Ma più che come soggetto, c’è come soggettività. C’è differenza. Il Soggetto sta all’Ego come la Soggettività sta all’Io.

In altre parole, parlando come parlerebbe una che legge e basta: un’Ego che scrive (prosa o poesia non fa differenza) trasferisce nelle parole esclusivamente lo specchio di sé. Contempla scrivendo le forme della propria espressività. Ok. Ma non fa presa su chi legge. Non scatta il sacro fuoco della relazione.
Se chi scrive è un’Io e non un’Ego… beh, le Cose cambiano. Un’Io che scrive ha “a cuore” i limiti tutti umani che sono alla base della ricerca di sé. Parte con l’assunto di una fragilità. E di forza allo stesso tempo. Perché (e finché) non smette di cercarsi. E quello specchio che nell’Ego scrivente è rivolto verso se stess*, nell’Io scrittrice è uno specchio ugualmente presente, ma rivolto verso chi legge. L’eterna ricerca “Chi sono io?” è, attraverso quello specchio, consegnata a chi legge: “Chi sei tu?”

La ricerca.
Definizione o indefinizione di sé che non si esaurisce, si amplia invece, nella relazione col Mondo: lo Spazio e il Tempo, gli imperituri quattro elementi, il mondo naturale, il mondo delle Cose, il mondo umano. Ovunque connessa Cecilia Martino traduce frequenze e lunghezze d’onda, con la grazia e la consapevole cautela che sua è la soggettività che respira, osserva, abita, si assenta, restituisce. Non è LA voce, è una Voce, o uno strumento. Non c’è assertività. Né rigidità. Talvolta sì, l’equilibrio, anche se in movimento. I passi di ricerca. Le tappe non sono dogmi. E c’è un calore dalle parole che sfuma appena l’orizzonte senza lasciare spigoli.


Fosse un modo dell’azione, Cecilia Martino sarebbe un congiuntivo. La grazia/cautela di equilibrio del dubbio. Ma non un congiuntivo subordinato. Un congiuntivo libero: indipendente.








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26 aprile 2019

La lanterna di Diogene | La Saggezza del Freddo e del Caldo

Jean-Léon Gérôme Diogenes

In una botte viveva Diogene, e in una botte si sente freddo, a volte. 
Ma il Cane aveva parlato col Freddo, aveva parlato a lungo nelle lunghe notti. 
Al Freddo Diogene aveva chiesto la sua saggezza, e il Freddo risponde a chi possiede un cuore caldo. E fu così che il Freddo e il Cane ingannarono la notte.
“La mia saggezza?”, esclamò stupito il Freddo.
“Gli uomini non chiedono mai della mia saggezza. Tu sei un uomo strano, Diogene”.
“Non sono un uomo”, rispose Diogene. “Non vedi? Io sono un Cane”.
“E che cosa ci fa un cane a questa tarda ora in una botte?”, chiese il Freddo. “Non credi che dovresti trovarti un padrone e dormire al caldo in una cuccia?”.
“Che cos'è che mi proponi”, chiese Diogene, “una cuccia o un padrone?”.
“Eh, eh, mio dolce randagio, non c’è cuccia senza padrone”, rispose il Freddo.
“Ma c’è pur sempre una botte”, disse Diogene.
“Ma non è calda”, aggiunse il Freddo.
“Ma non è una prigione”, concluse deciso Diogene. 
“Sei nella mia saggezza”, rispose il Freddo. “Nessuno può starsene per sempre al caldo, a ogni estate segue un autunno. Chi non è abituato al freddo morirà all'inizio dell’inverno. E per chi vi è avvezzo non fa poi tanto freddo da non arrivare a una nuova primavera”.
E così si fece giorno.


In una botte viveva Diogene, e in una botte si sente caldo, a volte. 
Ma il Cane aveva parlato col Caldo, aveva parlato a lungo nelle lunghe ore del meriggio. 
Al Caldo Diogene aveva chiesto la sua saggezza, e il Caldo risponde a chi possiede uno sguardo freddo. E fu così che il Caldo e il Cane ingannarono il meriggio.
“Della mia saggezza ognuno crede di esserne a conoscenza, ma pochi sono gli uomini che ne vedono la trama”, disse il Caldo.
“Non faccio fatica a crederci”, rispose Diogene, “ma io non sono un uomo. Non vedi? Io sono un Cane”.
“E che ci fa un cane a quest’ora del giorno a riposarsi in una botte?”, chiese il Caldo. “Non dovresti essere in giro affaccendato a cercare un padrone?”
“E a cosa mi servirebbe un padrone?”, chiese il Cane.
“Potresti avere più cibo, di qualità migliore”, rispose il Caldo. “Potresti avere più carezze e una cuccia più comoda”.
“E poi?” chiese il Cane. “Che cosa farei ottenuto tutto questo?”
“Beh, finalmente potresti riposare”, rispose il Caldo.
“E non è forse quello che sto già facendo?”, chiese il Cane.
“Sei nella mia saggezza”, sorrise il Caldo. “Tutti ricercano con frenesia la quiete, lamentandosi che essa non giunga mai loro. Se solo rallentassero un attimo, avrebbero già ottenuto una quiete maggiore
”.
E così si fece notte.

(Tratto da "Vita da cani" Diogene e la filosofia che morde, Niccolò Cappelli)




Buddha riassumeva le cause della sofferenza umana nel fatto che "si vuole sempre ciò che non si ha e non si vuole ciò che si ha". Metaforicamente parlando - nel contesto provocatorio di Diogene - si vuole il freddo quando fa caldo e il caldo quando fa freddo e non si è mai contenti di ciò che c'è nel momento presente perché imprigionati dai bisogni creati dalla e nella nostra stessa gabbia mentale. Il motore del desiderio (quel padrone-ego che il cane randagio-Diogene non vuole proprio seguire) come leva verso qualcosa di sempre diverso, passando da un desiderio all'altro, in una incessante ricerca con sforzo verso il superfluo, in quanto impermanente. Tornare all'essenziale di ciò che è la nostra vera natura, essere umani in quanto presenti a se stessi - la "ricerca dell'uomo" della lanterna di Diogene - riposare nella naturalezza dei ritmi universali, togliere lo sforzo psicologico a un incedere spontaneo della vita più aderente ai dettami della natura.
La vera libertà è una conquista interiore che per lo più accade proprio quando si smette di fare, di volere, di afferrare, di pretendere, di desiderare le cose sempre diverse da come sono, di conformarsi (letteralmente, prendere forma, identificarsi solo con ciò che è visibile) e rincorrere ottenimenti esteriori continuamente diversi e impermanenti.
In sostanza gli aneddoti della vita anti-conformista, anti-sociale, anti-civile anti-buone maniere, anti-tutto di Diogene mordono su questo punto. 

Il poeta mistico tibetano Milarepa andava in giro nudo nutrendosi solo di ortiche (per questo raffigurato spesso con il corpo di colore verde), Francesco di Assisi si denudò delle sue ricchezze scegliendo di indossare ben altre vesti! L'allusione di queste "rinunce" è facile da intuire, se non prese alla lettera quantomeno simbolicamente parlando. 
Il richiamo dell'anima selvaggia (il cane randagio, le ortiche, il dialogo con gli elementi della natura) è l'eco di una saggezza intuitiva che va ben oltre le facili scorciatoie del pensiero comune, massificato, sclerotizzato, dogmatizzato, eccessivamente materializzato o anche spiritualizzato ma solo concettualmente. La via comoda del consenso, della fama, del plauso, della finta socievolezza, della sofistica intellettuale.
Il ritorno alle nostre vere Origini, non può che passare per un atto di ribellione a tutto questo, poeticamente parlando è un richiamo della foresta vero e proprio, e non sempre è docile o rassicurante.

"Non esiste che un modo per andare oltre: attraversare tutto ciò che c'è! Fidarsi della naturalezza delle cose, togliersi importanza personale, tornare alla Natura il più e il prima possibile e ... godersi il viaggio, passo dopo passo. Senza fretta, apprensione e aspettative. Accogliere dallo stato naturale la grazia della resilienza, della vigile innocenza, della pazienza attiva. La vita evolve attraverso di noi e ogni singolo passo fatto con questa arrendevole consapevolezza aumenta l’esistenza a noi e a chi ci circonda. Ogni strada non è un percorso solo se ci rifiutiamo di camminare. Anche da fermi, purché le nostre ossa continuino a scricchiolare per benino! Con la fluente calma dell’eterno movimento che toglie peso a ciò che deve accadere. Toglie peso alla pesantezza di ciò che crediamo di essere." (Tratto da : "Il richiamo della foresta")



“Io sono Milarepa, grande per fama, 
la diretta progenie della Memoria e della Saggezza;
Eppure io sono un uomo vecchio, derelitto e nudo.
Dalle mie labbra esce una canzone breve, 
perché tutta la Natura, a cui io guardo, è il mio libro.
Il bastone di ferro, che le mie mani stringono, 
mi guida sull'Oceano della Vita che Cambia.
Maestro io sono della Mente e della Luce;
E mostrando azioni e miracoli, non dipendo da divinità terrene”.

(Cit. in: W.Y. Evans-Wentz (a cura di), Milarepa – Il grande Yogi tibetano)




"Devo ringraziare l'autrice 
perché Cecilia ci immerge
come una nuova Diogene 
in un percorso che forse tendiamo a dimenticare 
quello che ci riporta verso 
il tempo giusto
il momento della riflessione
del sentirci dentro"

(Alessandra Sannella - Docente in Sociologia e Politiche Sociali presso 
l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale )

L'INTERVISTA DI ARACNE TV 


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24 aprile 2019

La lanterna di Diogene | Una vita senza fiuto

Johann Tischbein, Diogene cerca l'uomo

I colori della sera s’oscurano di una luce indefinita, quando i contorni e gli oggetti da essi racchiusi lentamente ritornano a un principio che tutto assorbe: è il crepuscolo.
Gli uomini si fanno raminghi, stringendosi nel manto notturno come in una veste ornata di stelle. Piccole luci di fiaccole serpeggiano tra le strade, dando forma a una via lattea dalle tinte metropolitane.
Quando il crepuscolo ci chiama, quando ogni giorno richiama la nostra attenzione a tutto ciò che si conclude per dar vita a un nuovo inizio, altri sembrano gli uomini che popolano la Terra, o altri gli uomini che in noi prendono vita.

Soltanto alcuni ne avvertono il mistero, coloro che vedono ombre nel buio che i molti non riescono a vedere, coloro che soli fuggono verso il Solo.

Diogene sapeva tutto questo, e proprio per questo nulla aggiungeva se non un sorriso fatto di rimando al Cielo e alla Terra, e a ciascuno fra coloro che in quel sorriso riusciva a udire tutti i suoni del mondo.
Era il crepuscolo, e alla mente poetica si aggiungeva il gorgoglìo di uno stomaco vuoto. Diogene era poeta, ma anche i poeti hanno fame; anzi ne hanno il doppio di un uomo di prosa, perché in loro assieme allo stomaco costantemente reclama la sua parte una insaziabile fame di bellezza.
Era il crepuscolo, e comunque la si voglia mettere Diogene aveva fame.
Tra le bianche pietre che pian piano assorbivano il colore della notte, Diogene se ne stava adagiato chiedendo l’elemosina.
La folla un po’ lo turbava sempre, gli ricordava quei molti che non riconoscono le ombre nel buio.


A volte Diogene guardava gli altri chiedendosi come gli altri vedessero lui.
Beh, un po’ se lo immaginava, ovviamente, ed esperienze a riguardo non gli mancavano certo. Ma quello che Diogene si chiedeva non era esattamente cosa gli altri vedessero in lui, ma cosa di lui si vedessero gli altri. Perché lui negli occhi degli altri vedeva un altro Diogene, un altro possibile sé, un cane domestico, potremmo dire.
Lui, che di randagio vestiva i panni della naturalezza, dove gli altri indossavano gli ornamenti della civiltà; lui, che di randagio possedeva la libertà di parola – della quale peraltro faceva largo uso – mentre gli altri possedevano le norme dell’etichetta; lui, che di randagio respirava l’aria fredda se faceva freddo, e l’aria calda se faceva caldo, mentre gli altri correvano al caldo se faceva freddo, o correvano al freddo se faceva caldo; lui, che di randagio aveva lo sguardo sprezzante per le comodità, pur non facendo niente che gli arrecasse una fatica inutile, e gli altri che, pur essendo indaffarati ogni istante della loro vita, agognavano senza sosta una vita fatta di comodità. Lui, che di randagio più che altro non aveva, e gli altri, che al contrario avevano, più che altro.
Chissà se loro si vedevano altri in lui, se si vedevano spogliati, messi a nudo, se si vedevano randagi. Chissà. Eppure anche se non avrebbero voluto assomigliargli esternamente – e questo Diogene lo sapeva, non era un illuso – ciò che lui portava dentro era esattamente quello che loro andavano cercando.
Ma lo si può trovare dove essi lo cercano?
Lo si può forse raggiungere come essi cercano di raggiungerlo? Diogene credeva di no.
No, non lo credeva: Diogene lo sapeva. Una bella casa, certo, non una botte. Dei bei vestiti, e non quelli vecchi di Diogene. E perché no: anche del cibo raffinato e abbondante, e non lo stomaco vuoto di un cane. Erano cose brutte, forse? No, non lo erano. Una bella casa e un bel vestito non possono essere brutti, non lo possono per definizione. E allora? Non è forse onesto aspirare a tutto questo? Non lo è, Diogene? Certo che lo è, ma ci vuole fiuto, stupidi umani!

Ecco che cosa manca agli uomini, il fiuto magistrale del cane. E nella vita senza fiuto si perde la strada.

Anche un fiore può avere forma e colori di squisita bellezza, ma quello stesso fiore può essere velenoso. Ci vuole fiuto. Diogene si vedeva un cane domestico e non si piaceva. Era più pulito, più profumato; era più in carne e più riposato, ma non aveva più lo stesso fiuto. Era più tante cose, ma era meno se stesso. Diogene era meno felice.



O virtù! Scienza sublime delle anime semplici, occorre proprio tanta fatica e tanto apparato per conoscerti? Non sono forse i tuoi princìpi scolpiti in tutti i cuori, e non basta per imparare le tue leggi rientrare in se stessi e ascoltare la voce della propria coscienza nel silenzio delle passioni? Ecco la vera filosofia. (Jean-Jacques Rousseau, non a caso sarà definito un Diogene raffinato)

È questo il grande desiderio di Diogene: trovare l’uomo, l’uomo che vive in armonia e coerenza con la sua più intima natura, al di là di tutte le convenzioni e gli artifici con i quali ha soffocato la sua autenticità. E quando diciamo che Diogene cercava l’uomo, intendiamo proprio che lo cercava fisicamente, aggirandosi in pieno giorno per le strade di Atene con una lanterna accesa in mano, inaugurando così quell'arte basata sulla provocazione che da Diogene in poi sarà l’arma filosofica prediletta dai cinici.


(Tratto da "Vita da cani" Diogene e la filosofia che morde, Niccolò Cappelli)


Leggi anche, tratto da un mio viaggio in Grecia:
Cosa ha da dirci l'Oracolo di Delfi, l'ombelico del mondo 

John William Waterhouse, Diogene



"Perché lui aveva tutto quello che serve a uno scribacchino per salvarsi: lo sguardo primitivo che agguanta fulmineo dall'alto il suo nutrimento; la naturalezza creativa, che si rinnova ogni mattino, con cui guardare incessantemente alle cose come se fosse la prima volta e che restituisce la verginità ai secolari elementi quotidiani - vento, mare, fuoco, donna, pane; la sicurezza della mano, la freschezza del cuore, l'ardire virile di beffarsi della propria anima, come se avesse dentro di sé una forza superiore dell'anima stessa; e infine la risata limpida e selvaggia che scaturiva da una sorgente profonda, più profonda delle viscere dell'uomo, e che nei momenti cruciali esplodeva liberatoria dal vecchio petto di Zorba; esplodeva ed era capace di demolire, e demoliva tutte le barriere - morale, religione, patria - che le persone sventurate e impaurite erigevano per sfangarsela senza troppi danni nella propria misera vita


Leggi anche, dal mio Blog: 




Un uomo? Che cosa vuol dire?""Che sono libero"




"Devo ringraziare l'autrice 
perché Cecilia ci immerge
come una nuova Diogene 
in un percorso che forse tendiamo a dimenticare 
quello che ci riporta verso 
il tempo giusto
il momento della riflessione
del sentirci dentro"


(Alessandra Sannella - Docente in Sociologia e Politiche Sociali presso
l'Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale
)

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16 aprile 2019

La persona non può amare - Voler essere amati è un concetto (Eric Baret)


Non si può amare qualcuno, è una fantasia. La personalità non può amare. 
Amare è ciò che essenziale, non è qualcosa che si possa fare o no.
Quando si smette di fare, resta l'amore.
Ma amare qualcuno, si ama qualcuno quando corrisponde alla nostra fantasia, la persona che amate, se fa questo o quello, non la amerete più. Un amore che comincia e che finisce non è veramente un amore. 
Amare è ascoltare, è essere presenti. 
Amare i figli significa non chiedere loro niente e dare tutto. Un giorno essi spariranno, non saranno più in contatto con voi. Chiedere a vostro figlio di telefonarvi, di darvi notizie, non è amore. Il figlio fa quel che sente il bisogno di fare. Non si domanda niente a un figlio, ma amare qualcuno sul piano umano è una fantasia. L'ego non può amare, utilizza, pretende, si rassicura. Quando trovate qualcuno che corrisponde alla vostra fantasia fisica, psicologica, intellettuale, affettiva, dite di amarlo profondamente. Quando questa persona poi fa qualcosa di diverso allora diventa detestabile.
Non si può amare qualcuno, sentire una forma di amore è profondamente giusto, è prima della fantasia dell' "amo qualcuno", il sentimento di amore è profondo, essenziale ma, per mancanza di maturità, si pensa di amare qualcuno, in realtà si ama semplicemente, perché l'amore è senza direzione. 
Ciò che amo è quel che è presente davanti a me, non c'è niente d'altro.
Cosa potrebbe esserci di più bello, di più straordinario di ciò che si presenta a me  nell'istante se non ho l'idea che la bellezza e la saggezza siano altrove?
L'amore è ciò che è quando si smette di pretendere di amare qualcuno. 
Amare qualcuno, voler essere amati è una storia.

Che vuol dire essere amati? Nessuno vi ama, nessuno vi amerà mai. Nessuno vi ha mai amato, ed è meraviglioso così. Le persone non possono che pretendere. Se corrispondete ai loro criteri psicologici, fisici affettivi, vi amano quando vi incontrano. Se corrispondete al contrario, vi detestano. E allora? Ci sono dei cani che vi amano, e altri che non vi amano. E' biologico. Perché occuparsi di queste cose, cosa significa essere amati? E' una fantasia. Cosa importa che qualcuno proietti su di me una attrazione o una repulsione, è completamente fantasmatico. 


A un certo punto vi rendete conto di non aver bisogno di amare né di essere amati. Cosa resta? Resta il sentimento d'amore, questa comunione che si ha tra tutti gli esseri e che non è direzionale. 

Vi rendete conto che amare spetta a voi, quel che vi rende felici è amare. Se qualcuno dice di amarvi profondamente ma voi non lo amate, questo non vi porta niente. Per contro, quando amate questo vi rende felice. Le cose dunque erano viste al contrario. Amare spetta a me. Quando amo il mio corpo, la mia mente, il mio ambiente, c'è tranquillità. Ma voler essere amati è un concetto. 

Quando amate non amate qualcuno, amate e basta. La persona con cui vivete, dormite o andate al cinema, è un'altra cosa. Non potete dormire con tutti o abitare con tutti, una selezione organica s'impone ma l'amore non si colloca qui. Non è perché dormite con qualcuno che lo amate di più di un altro con cui non dormite. Non è perché vivete con una donna che l'amate di più di un'altra con cui non vivete. E' funzionale. Ci sono persone che amiamo profondamente e non viviamo con loro, le circostanze non ci sono. Non ho bisogno di amare qualcuno per vivere con lui, dormire o andare in viaggio con lui, questo accade a un altro livello. Ma amare qualcuno prima o poi vedrete che non vuol dire niente. E' come prendersi per qualcuno, ad esempio prendersi per un francese, è un'immagine.
Posso essere stimolato da qualcuno, quando il mio corpo passa a 30 metri da un certo altro corpo, una forma di intensità si manifesta e a 10 metri è ancora più intensa e quando ci si sfiora è come una follia che arriva: il suo odore, la forma del suo corpo, il suono della voce, il modo di muoversi, la sua dolcezza o la sua violenza, la sua ricchezza o la sua povertà fanno sì che io sia toccato. Ma perché mettere la parola amore in tutto questo? E' puramente chimico. A seconda di cosa assomigliava vostro padre, vostro nonno, se a 3 anni siete stati picchiati o accarezzati, amerete questa o quella forma di corpo, questo o quell'odore, questo o quel movimento.
La tale persona vi attira, un'altra per niente. Questo risale a molto, molto lontano. Non c'è da mettere la parola amore su tutto questo. E' solo quando vedete chiaramente questo, che potete vivere con qualcuno, sposarvi, avere figli, senza bisogno di recitare. Allora vivete funzionalmente con qualcuno, con tutto il rispetto e l'ascolto che questo implica. Ma non siete obbligati a credere che i vostri figli sono i vostri figli, che i vostri genitori sono vostri genitori, che vostro marito è vostro marito. Lo sono anche, certo, occasionalmente.

Amare è ascoltare. Siete in presenza di una situazione con qualcuno, lo ascoltate, ascoltate ciò che è non solo quello che pretende di essere, ascoltate profondamente senza commenti. Quando ascoltate, i vostri figli sono perfetti, vostro marito è perfetto, i vostri genitori sono perfetti, il vostro corpo è perfetto, la vostra mente è perfetta. Tale è la chiara visione che proviene dall'ascolto. Quando penso che i miei figli, mio marito, il mio corpo devono cambiare, significa che non ascolto. Parlo, ho una ideologia a proposito di ciò che è giusto e di ciò che non lo è e questo è fascismo, volere che gli altri siano come io decido che dovrebbero essere. Questo fascismo psicologico non ha senso. 

Amare è rispettare. Rispetto il mio prossimo, mio figlio, mio marito, mio padre, la società e tutte le violenze che ho subito. Rispetto ciò che è qui. Questo non giustifica niente. Io non devo giustificare, la vita non deve essere giustificata, essa è quel che è. 

Affronto la realtà, non quello che la realtà dovrebbe essere secondo la mia fantasia intellettuale. Il vicino è esattamente come deve essere, non può essere diversamente. Quando vedo chiaramente come funziona, ho dei buoni rapporti di vicinato. Quando il  mio vicino picchia sua moglie, capisco profondamente che la sua terribile sofferenza lo porta a picchiare sua moglie. Questo non vuol dire che in certi casi io non chiami la polizia, non faccia un'osservazione o non intervenga fisicamente. Vuol dire che so che quando picchia sua moglie lo fa per sofferenza e quando si è violenti è perché ci si sente aggrediti. Ci si può sentire aggrediti da un sorriso. 
In una totale assenza di critica c'è la comprensione della situazione, questo è per me il rispetto. Certi lo chiamano amore, ma amare qualcuno che favola straordinaria! Essere amato è una favola ancora più meravigliosa e il massimo è soffrire di non essere amati. 

Vedere come si funziona. Se do un biscotto al cane, il cane mi ama. Se lo picchio sul muso, non mi ama. Faccio qualcosa, mio marito mi ama. Vado a letto con suo fratello, non mi ama più. E allora? 
Lasciate le persone libere. Le persone mi amano, non mi amano, è meraviglioso così. Aver bisogno di essere amati è una moda che passerà, è il frutto di un'epoca un pò decadente. Aver bisogno di essere amati è una forma di malattia molto intensa sul piano somatico. E' terribile, come la gelosia, distrugge il sistema ormonale, il sistema cellulare.
Q
uesto bisogno di amore è un veleno. Il rimedio è amare. 

(Tratto dal libro "L'unico desiderio" di Eric Baret)
Tradizione tantrica non duale espressa nello yoga del Kashmir 

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Il miracolo non è quello di camminare sulle acque, ma di camminare sulla terra verde nel momento presente e di apprezzare la bellezza e la pace che sono disponibili ora". (Thich Nhat Hanh)



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E' meraviglioso amare
Essere presenti senza richieste
L'amore è plasticità, nessuna richiesta possibile
Sono io che devo dare
che devo amare 
Tutto quello che devo fare è essere disponibile
a tutto ciò che è possibile 
Tutto è flessibile
Occorre trovare una creatività nelle relazioni umane
Sono facili le relazioni umane, molto facili
basta amare quel che si incontra
Amare è donare la libertà 







Direzione non-direzione (Da "Il Vuoto che Danza" di Poonja)

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