02 ottobre 2019

Pavel Costaneto | A volte la gente mi chiede: "Tu mediti?


"...A volte la gente mi chiede: "Tu mediti?"
"No", rispondo, "non medito."
Ovvero sì, medito, dipende da come voi definite la meditazione.
Non ho un grafico delle sedute. Non ho una pratica. Non ho una tecnica.
Sulla mia scrivania non ci sono le foto dei guru.
Non mi dico mai: "Ora sto meditando."
Eppure nel corso della giornata mi trovo immerso nella meditazione.
Rapito dalle sensazioni.
Che meditazione è?
E' una pura passione per quel momento...
Così com'è.
E' il permesso che ci sia.
Impregno la mia esperienza con la curiosità.
Non aggiungo nulla a ciò che accade.
Non tolgo nulla a ciò che accade.
Senza uno scopo. Senza una ricerca. Senza un ordine del giorno.
Senza entrare in uno stato particolare.
Senza avere una particolare esperienza.
E' un vero miracolo.
E' una straordinaria banalità di ciò che è.
E' una vita vissuta.
In fin dei conti, non è fare qualcosa.
In fin dei conti, è ciò che sono.
E' una infantile, spalancata, innocente consapevolezza che ingloba dolcemente ogni suono, ogni immagine, odore, sensazione, sentimento. Mi imprigiona nel "mondo" e abbraccia come una madre abbraccia il suo bimbo.
In tal caso, io sono la madre del mio mondo.
Sono uno spazio dove si conserva la quotidianità.
Sono il silenzio alla base delle cose.
Contengo la gioia e la tristezza.
Non dovrò mai cercare un'esperienza più "viva", più "profonda" o più "spirituale", perché questo banale momento è sacro. E' bello. E' pieno di beatitudine.
E' perfetto. E' sempre perfetto.
Ecco il vetro spaccato della fermata dell'autobus.
Ecco uno sconosciuto mi ha guardato con gli occhi pieni di tristezza e di dolore.
Ecco che sento il freddo sulle guance mentre sto andando a incontrare il mio amico.
Prima io meditavo.
La meditazione mi è arrivata nelle ossa.
Ora sono io la meditazione.
Sono uno spazio che tiene il mondo."

(Pavel Costaneto, vk.com)





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26 settembre 2019

Martin Heidegger | In cammino verso il linguaggio



Koto ba, petali che fioriscono dal messaggio rischiarante della grazia rivelatrice

Il 26 settembre 1889 nasceva Martin Heidegger.
Indagatore delle profondità pre-verbali dell'esserCi (Dasein),dell'essere-al-mondo come un'apertura, dell'essere prima di ogni entità manifesta, Heidegger ha accompagnato la fioritura della mia intimità poetica fin dagli anni dell'università, quando ancora alcuni suoi azzardi linguistici mi arrivavano più come un presentimento che come comprensione compiuta. 



A quel presentimento devo tanto, devo tutto. 
La capacità di spiazzarmi proprio là dove il mio pensiero logico si tendeva al massimo in uno iato quasi carnale, ha reso per me Heidegger uno di quegli enigmi che mi hanno accompagnato per tutta la vita fino a che, a un certo momento, senza che me ne sia resa conto, si è risolto da sé. Perché - cantando insieme a Rilke, poeta caro tanto al filosofo del Dasein quanto alla sottoscritta - lasciandosi accadere la vita, la vita risponde sempre
Heidegger per me è stato, ed è tutt'ora, un confidente spregiudicato non tanto della possibilità di "parlare diversamente", quanto della disponibilità a sposare un "pensiero altro". 
In alchimia tali nozze suonerebbero come "matrimonio mistico". 




Martin Heidegger. Più non lo capivo, più mi attirava. 



Mi richiamava a sé con gerghi simili a una lingua inventata, cosmologie grammaticali in cui smarrivo qualsiasi senso precostituito nell'abitudine descrittiva di "dare nomi alla cose"  dimorando nell'incompiutezza di un orizzonte crepuscolare in cui le parole tornano suoni, tuonano come tamburi o tintinnano come cimbali di un cerchio sacro di pellegrini attorno al fuoco. 
Abitare lo spaesamento, l'altro dono dell'Unheimlichkeit heideggeriano, un "perturbante" di freudiana memoria in cui la componente psichica del rimosso-ombra dirada in un campo di abbandono dove è la luminosità a compiere il lavoro, a proclamare la prima e l'ultima parola, il Silenzio. Un campo che Heidegger suggerisce con una metafora boschiva, la radura luminosa (Lichtung), un neologismo a cui il poetare pensante del poeta-filosofo-vate affida il tocco rischiarante della "luminosità", una Verità che sorge dal non-nascondimento (Aletheia ἀλήθεια) più che da una coerenza logica (Logos). 



Heidegger ha tenuto sempre acceso in me il fuoco, il fuoco della chiara visione, della cura per la parola, quella non nata, quella che feconda, quella che germina silenzi più che affrettare conclusioni, che tacita la mente e apre il cuore, che concede spazio perché si fa spazio, atemporale eppure carnale, come può essere il timbro che rimane nell'aria dopo la fioritura dei ciliegi... 
In una parola, la Poesia, o meglio, Dichtung, la Poeticità spontanea insita nell'essere. 
Heidegger, acuto contemplatore delle semplicità dell'Origine, non può che intrattenersi a lungo e con compiacimento mai saturo di arrivo ma piuttosto di pazienza, con l'estetica giapponese - così prodiga di essenzialità. E in quel suo a mio avviso Capolavoro qual è il libro "In cammino verso il linguaggio", dialoga con terminologie che sono fenditure d'anima, lasciando che le intuizioni non vengano raggiunte dal ricercatore, piuttosto affiorino dall'indagine stessa. Non si tratta per Heidegger di fare esperienza del linguaggio, ma di lasciare che il Linguaggio parli. E in questo "lasciare" c'è tutto lo spessore ricettivo dell'ascolto, tanto caro all'attitudine meditativa dei mistici che Heidegger ha sicuramente annusato, se non proprio abbracciato totalmente. Non a caso viene citato anche da Jean Klein, maestro spirituale iniziato alla tradizione dell'Advaita Vedanta.



"Il linguaggio nella sua essenza non è né espressione né attività dell'uomo. Il linguaggio parla. Noi ricerchiamo ora il parlare del linguaggio nella poesia. Ciò che si cerca è, pertanto, racchiuso nella poeticità della parola".
(Martin Heidegger)



"Il vero pensiero spontaneo sorge soltanto quando siamo liberi dal volere, dall'attendere e dall'anticipare. Questo è ciò a cui Heidegger si riferiva come «aspettare senza aspettare». Nulla è cercato. Vi è soltanto essere, soltanto ascoltare senza proiettare nulla [...].
Il pensiero spontaneo, l'azione spontanea, sono estetici, etici e funzionali. Ma l'ego si affaccia e dice: «Fammi un po' vedere se sono d'accordo con questo pensiero», e così ci cacciamo in qualche struttura, in uno schema. Se lei si osserva, vedrà quanto spesso pone in questione qualcosa che aveva spontaneamente compreso. 
(Jean Klein, da La naturalezza dell'essere)

Voglio concludere questo estemporaneo omaggio ad Heidegger proprio con una di quelle "aperture al mondo" che tanto esplicitano il potere rischiarante della parola poetica, di quel Dire originario (Sage) che parla la lingua del dare più che del dire

Koto ba, petali che fioriscono dal messaggio rischiarante della grazia rivelatrice. 


Katsushika Hokusai - Goten Hill at Shinagawa on the Tokaido (Tokaido Shinagawa Gotenyama)


“Colui che ha praticato intimamente il non-agire è tranquillo come la baia, silenzioso come il deserto, pacato come la melodia. [...] Ciò che fa si che le cose siano cose non è limitato dalle cose; tutte le cose hanno i loro limiti propri; è quel che si chiama il limite delle cose; [...] Ciò che si chiama la pienezza e il vuoto, la decadenza e la diminuzione; contenuto nella pienezza e nel vuoto, il Tao non è pienezza né vuoto; contenuto nella decadenza e nella diminuzione, il tao non è né decadenza né diminuzione”. (Chuang-tzu) 




CITAZIONI DI MARTIN HEIDEGGER



Se teniamo desto in noi l’abbandono di fronte alle cose e l’apertura al mistero, potremo raggiungere quella via che conduce ad un nuovo fondamento, ad un nuovo terreno. 

L'uomo è il pastore dell'essere.


Lo spazio fa spazio. 
Fare spazio significa sfoltire e render libero, liberare un che di libero, un che di aperto. Solo quando lo spazio fa spazio e rende libero un che di libero, lo spazio accorda, grazie a questo libero, la possibilità di contrade, di vicinanze e lontananze, di direzioni e limiti, le possibilità di distanze e di grandezze.
Si tratta ora di capire come l'uomo è nello spazio e non è nello spazio come un corpo. L'uomo dispone dello spazio. Diciamo infatti "fare spazio" per lasciare libero e, cedendo del proprio spazio, facciamo essere qualcun'altro. 
L'uomo non ha un corpo e non è un corpo, bensì vive il suo corpo vivente. 
L'uomo vive, vivendo come-corpo, e così è ammesso all'aperto dello spazio e da lì soggiorna in una relazione col prossimo e le cose. 
Il fare-spazio è la libera donazione del luogo dove si manifesta Dio, da dove gli dei sono scappati, luogo in cui il manifestarsi del divino a lungo ritarda. 
In ogni caso gli spazi profani sorgono sullo sfondo di spazi sacri.




Il poetare pensante è, in verità, 
la topologia dell'essere.
Essa gli indica il villaggio dove dimora la sua essenza. 


Intestazione nel mio libro "illogicaMente", Aracne editrice, Roma 2018



Leggi anche, dal Blog:
Cosa rimane alla fine della vita? Ciò che resta è la lingua della poesia






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