04 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody il film e la complessa umanità di Freddie Mercury


Vado subito al sodo. Al di là di tutte le possibili critiche o valutazioni cinematografiche riguardo all'interpretazione dell'attore Rami Malek, alla sua verosimiglianza etc. o ad altre valutazioni più da addetti ai lavori, quello che a me è rimasto impresso durante e dopo aver visto il film, è una tonalità di fondo. 

Una nota dominante e sublime, universale, ineccepibile, inarrestabile: quella della Musica (con la m maiuscola sì, perché di capolavori che hanno fatto storia stiamo parlando) e quella dell'anima di un essere umano con tutte le sue problematicità. Che sono sue ma non solo sue, squisitamente peculiari alla biografia di Mercury ma anche garbatamente riverse su tanti destini di chi, per un motivo o per un altro, avverte nel suo percorso esistenziale “chiamate” nude e crude a cui fanno eco senso di solitudine, inadeguatezza, diversità, pericolosità, sconforto, noia ed eccitazione. Con esiti spesso nefasti. 

Eppure ... The Show Must Go On! La vita va avanti, spettacolare nella sua ineluttabilità che, in certi casi di individui marchiati ad uscire dall'anonimato per compiere il proprio destino, come Freddie in questo caso, ammanta la determinazione con un non so che di crudeltà. Mi viene in mente Antonin Artaud e il suo "teatro della crudeltà", sorretto proprio da questo substrato invisibile ma palpabile di "inellutabile necessità".  

Avrai una vita molto difficile Freddie” – sussurra Mary Austin a Freddie quando proprio lui, l’amore della sua vita, le confessa con audacia e sincerità la sua natura più profonda, ammettendo di voler essere sé stesso fino in fondo, vivendosi appieno la sua bisessualità. Una delle scene questa – tra le tante per la verità - a mio avviso molto toccanti del film. Solo lo sguardo di un amore vero può cogliere certe profondità andando oltre la sofferenza personale. Mary Austin rimarrà sempre nella vita di Freddie più di un punto di riferimento, e viceversa, quella controparte energetica mi viene da dire in cui fondersi al di là di ogni apparenza, definizione o ambiguità. Un legame che per certi versi ricorda quello del poeta Rilke con Lou Von Salomé, qualcosa che perdura anche dopo il lasciarsi andare e nonostante le nuove relazioni affettive di entrambe le parti.

Essere sé stessi fino in fondo, costi quel che costi, richiede coraggio. 

Il primo passo per essere all'altezza dei propri destini è non vivere nella menzogna. L’arte dell’abitare la propria autenticità, buona o cattiva sia allo sguardo di una morale socialmente condivisa (o imposta), non è per tutti. Freddie Mercury l’ha fatto, e attraverso di lui si è compiuto il disegno musicale di una band che ci ha lasciato melodie indimenticabili. E attraverso gli altri componenti della band, Freddie è uscito fuori quale realmente era, l’animale da palcoscenico che vuole dare piacere, il performer (così si definiva lui stesso e viene rimarcato anche nel film) in grado di cambiare lo spessore dell’aria a ogni passo e gesto che compie … Il piacere è la vita che danza melodiosamente scomposta tra sogni personali di gloria e cospirazione universale. 



"Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere. " (F.M.)

Di nuovo, eccola, quella tonalità di fondo a cui mi riferisco pensando al film Bohemian Rhapsody e che mi è rimasta vibrante addosso anche nei giorni dopo aver visto il film, la visione che ruggisce nell’intraprendenza degli impavidi; una lucida follia che indossa le vesti di un uomo dalle origini indiane, dall’identità sessuale promiscua, dai tratti somatici innegabilmente irregolari e dalle corde vocali imbevute di grazia. 

Un uomo che anche di una sua imperfezione ha saputo fare poesia e talento, convertendo in tesoro il fatto di essere nato con 4 incisivi in più e dunque, a detta sua, avere più spazio nella bocca e una maggiore estensione vocale. 

Un uomo con un destino da gigante che a tratti lo ha schiacciato, a tratti sollevato fino a farlo volare, fino a farlo sentire infallibile, una hýbris prometeica che è “costata” al nostro eroe la trasmissione del virus dell’HIV e la conseguente morte a soli 45 anni, ma non la fama. E nemmeno l’umanità. 
La profonda umanità del Freddie Mercury che era già Leggenda è quanto a mio avviso rende straziante in senso epico la performance del celeberrimo concerto dell’86 allo stadio di Wembley, con cui termina il film e così minuziosamente reso fedele all'originale. 

Il bacio promesso e reso alla madre durante la diretta, è un tocco intimista, più che fanciullesco, da far venire gli occhi lucidi all'istante. Un dettaglio restituito nel film cui vale la pena soffermarsi, non foss’altro per la sensibilità con cui è stato restituito. Il sipario delle riprese cinematografiche non può che chiudersi con quello che è stato uno dei concerti più famosi di sempre, e non solo dei e per i Queen.

Ai titoli di coda, dopo tanto Rami Malek Mercury a cui ci siamo ormai abituati, compare lui, l’originale, il “vero” Freddie, Farrokh Bulsara Mercury che, in piedi con una mano sul pianoforte canta Don’t Stop Me Now. 

L’emozione prende il sopravvento. Tornare all'Origine, e agli originali, fa sempre bene!




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05 novembre 2018

Estate di San Martino: la quiete tra terra e cielo


Quante volte corriamo e ci sembra di non andare da nessuna parte, e quante altre rimaniamo fermi e ci sembra di compiere passi da gigante.
Che cos’è questo camminare stando fermi e viceversa?
I saggi risponderebbero “Be quiet!”

Quel rimanere quieti non dopo, ma dentro la tempesta.

Il punto di quiete è al centro, come una bussola che sposta l’ago dei punti cardinali a partire da un punto fermo, il motore immobile.

Be quiet! 

Qualsiasi cosa accada, la quiete.

Che si stia fisicamente immobili o in cammino. Già, in Cammino.

Tre mesi fa ho percorso oltre 400 km incontrando resistenze psicologiche e fatiche fisiche, ma non ho mai smesso di cercare quel punto di osservazione morbidamente proteso tra gli spasmi del mio incedere verso…

Incedere verso.

Santiago era la meta ed il cammino allo stesso tempo, Finisterre il suo compimento e capovolgimento, una sorta di negazione positiva, o una Sorte piuttosto. 
Il traguardo nel nulla. Il mantello di San Martino proteso verso il vuoto. Il chilometro zero del tutto è possibile dove niente ha un peso specifico, né passato né futuro, nemmeno le tracce dei chilometri lasciatemi alle spalle. Nessun trofeo, nessun appiglio … Qualsiasi cosa accada, la quiete.

“Vive sempre colui che vive nel presente” (Ludwig Wittgenstein)

Sentirsi saldi e radicati eppure in movimento, come le onde di Virgina Woolf e la sua eco: “Sono radicata, ma fluttuo“. Come qualsiasi albero che potete osservare.

Foto dell'illustrazione tratta dal Libro Yoga - Filosofia Respiro Posizioni,
a cura di Ulrike Raiser, Edizioni del Baldo

Non vi dà un senso di pace immediato guardare gli alberi?

Ponetevi saldi sulle piante dei piedi, percepite le sensazioni sotto le piante dei piedi, chiudete gli occhi, percepite la terra sotto i piedi – potete farlo ovunque vi troviate, meglio a piedi nudi ma anche con le scarpe, è il movimento di consapevolezza che conta. 

Potreste assumere la posizione dell’albero completa (Vrksasana), con un piede sollevato da terra, la gamba opposta tesa e le braccia verso l’alto con i palmi delle mani uniti; le braccia sono il prolungamento del cuore, verso l’alto si librano i rami che fluttuano senza sforzo, nella fiducia amorevole di tutto ciò che è. Traslocando pene, preoccupazioni, dubbi, incertezze, disagi – ma anche gioie, entusiasmi, soddisfazioni – verso il cielo, passando dal cuore, a partire dalla terra-piedi che nutre, assorbe, fertilizza, trasforma…

Lasciare andare dolori e ugualmente gioie, trattenendo poco nella bisaccia del soddisfacimento personale, può voler dire viaggiare davvero leggeri.

Lo zaino essenziale del pellegrino di Compostela.

Non a caso ho scelto il verbo traslocare, ispirandomi a San Martino, santo di Novembre (11-11), collegato all’erranza, ai viaggi, al pellegrinare e ai traslochi nei significati più estesi che intuitivamente potete ricavarne. Per approfondire ne ho scritto qui: 11 novembre Il significato dell’estate di San Martino


Ogni cosa è illuminata, direbbe Jonathan Safran Foer, ed in effetti lo è. Ma non basta saperlo.

Cogliamo  l’opportunità  che  ogni  momento  ci  offre  per  porgere alle  nostre  difficoltà un  pezzo  del  mantello  di  San  Martino. Quando  il Santo lo porse a un mendicante il cielo si rischiarò ed esplose una inusuale estate, pur essendo la stagione autunnale. L’estate di San Martino metaforicamente avviene ogni volta che ci concediamo gesti di gentilezza e atti di bellezza spontanei e, a volte, privi di senso. Facciamo bene a noi stessi e agli altri.


Esiste qualcosa che vuole che tu ti svegli e che tu viva: l’amore (dagli scritti di Mère)


Ogni Cosa È Illuminata
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Ora Sta a Voi
La pratica dell’autoriflessione nel sentiero buddhista
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19 ottobre 2018

#LIBRI: RITRATTI INATTESI 15 STORIE SPECIALI TRA VITA E SPORT


Se non avesse fatto sport, Fiona May avrebbe frequentato una scuola di teatro e magari sarebbe diventata un'attrice. Le fa eco Jury Chechi che, invece, senza sport non sarebbe stato una persona serena. L’Ippodromo di Imola è il luogo del cuore di Davide Cassani, mentre Diana Bianchedi sogna ancora con l’odore del gulasch ungaro che la riporta al palazzetto di Budapest. Federico Buffa ha un debole scaramantico per il numero 11, Giusy Versace invece non simpatizza per il numero 8 che corrisponde alla corsia più odiata che a Rio ha compromesso la sua gara dei 400 metri. A Tania Cagnotto non è andata meglio con il numero 20 che contrassegna i centesimi a causa dei quali ha perso la seconda medaglia ai Giochi Olimpici di Londra nel 2012. E via dicendo, raccontando, raccontandosi come in un salotto open air in cui lasciar scorrere a ruota libera immagini private e memorie agonistiche, olimpiche e paralimpiche, senza soluzione di continuità. 


Avendo tra le mani questo libro, viene voglia di scorrerlo più e più volte prima di soffermarsi su qualche pagina in particolare, perché è fluido, scorre come l’acqua che scorre, seduce la vista con illustrazioni di pregio e sprona lo sguardo a saltare da una domanda all'altra solleticando quel sano voyeurismo del lettore curioso. 
Lo si gira e si rigira quasi si avesse tra le dita il cubo di Rubik e non si sa da che parte iniziare, il che non è un difetto, anzi. È una dichiarazione di libertà in primis, ma anche una sorta di manifesto letterario che sancisce l’originalità dell’Opera. Infatti, è un libro double face che si può leggere anche al contrario, nel vero senso della parola: l’avanti e il retro sostanzialmente non esistono, sono due differenti Inizi del racconto, dei racconti. 


Lo si potrebbe riassumere in 8 parole: quindici storie speciali per quindici giganti dello sport (Claudio Marchisio, Davide Cassani, Diana Bianchedi, Fabio Basile, Giusy Versace, Federico Buffa, Maurizio Felugo, Stefania Belmondo, Roberto Rosetti, Jury Chechi, Tania Cagnotto, Romeo Sacchetti, Mauro Berruto, Fiona May,Livio Berruti) intervistati da un team altrettanto nobile, quello della Scuola Holden (nello specifico, Mauro Berruto, Fabio Dal Pan, Elena Miglietti, Raffaella Persichella).
Ma i riassunti non rendono giustizia, perché poi ci sono i guizzi estemporanei dei “Time out” di Mauro Berruto (Ct Nazionale Italiana pallavolo maschile e Amministratore Delegato di Scuola Holden), pause fuori gioco che ti traghettano dal genius loci del Foro Italico al guantone da baseball di Allie Caulfiel, uno dei fratelli del giovane Holden dell’omonimo celebre romanzo di Salinger, passando per il senso dell'agonismo restituito dall'accenno muto della copertina del libro di Hemingway Il vecchio e il mare ... 


15 storie speciali, 15 sketch o tableaux vivants generati da altrettante domande che danzano tra le pagine con tifo agonistico e simpatia conviviale, così ben accompagnati anche dalle belle illustrazioni di Angelica Zanini.
Un libro di specchi, insomma, di rimandi multisensoriali e corrispondenze continue, un pò alla Baudelaire mi viene da pensare, ma senza uso di … alteratori della coscienza, così cari ai poeti maledetti di cui l'autore de I Fiori del Male è un'icona... Proprio no, perché qui il Protagonista vero, quello con la P maiuscola, il cuore attorno al quale pulsano tutti i Ritratti inattesi che prendono vita nel libro, è proprio lo sport pulito, quel Fair Play che è uno dei distintivi d’eccellenza del Panathlon da 61 anni impegnato a diffondere gli ideali più importanti dello Sport (anche qui, con la S maiuscola), ideatore del progetto di questo libro.

Tra le 15 domande rivolte agli Atleti, quella che a me è piaciuta di più è questa: 

Ti diamo cinque parole: fatica, atteggiamento, talento, desiderio e nostalgia. Scegline una e spiegacela a modo tuo, come se noi non l’avessimo mai sentita prima

Le risposte che ne sono scaturite, a mio avviso, consegnano al libro pagine di alta poesia. 

IL LIBRO
Ritratti inattesi.15 storie speciali tra vita e Sport

PANATHLON TORINO OLIMPICA
Via Giordano Bruno, 191 (Palazzina 1)




















Ho avuto l'onore di ricevere il libro in dono durante la Conviviale di Panathlon Club Torino Olimpica in occasione della presentazione di Yoga a Raggi Liberi di Patrizia Saccà, atleta campionessa paralimpica e istruttrice di yoga.

Con Patrizia Saccà e Ermanno Silvano, Presidente  Panathlon Club Torino Olimpica, Torino 18-10-2018

Su libri, parole, narrazione e poesia, qualche altro spunto: 







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