13 febbraio 2019

Libri Cecilia Martino | Un qualsiasi giorno a Varanasi



Benares è una delle città più sacre e controverse dell'India.
Qui molti hindu scelgono di terminare la loro vita perché qui, si dice, è più facile terminare il ciclo delle rinascite.
Per l'Autrice il soggiorno in questo luogo intriso di misticismo e pervaso da una ritualità a volte esasperante, si trasforma in un viaggio di trasformazione e di transito dalla vita alla morte, e viceversa. 

I disagi fisici, emotivi, spirituali che man mano emergono nell'esperienza della voce narrante in bilico tra osservazione distaccata e immersione partecipativa, diventano codici per superare paure, resistenze e condizionamenti riconducibili, in sostanza, alla grande Paura Originale: la paura di morire. Morire al già noto, di cui il rituale del corpo fisico è la metafora più grande, definitiva, paradossale come il linguaggio del divino ama essere. 

Alla fine di questo viaggio di iniziazione, che il lettore può intraprendere a sua volta in queste poche ma intense pagine del racconto, si avrà la chiave segreta che conduce alla liberazione finale.

La morte è un processo irreversibile e indispensabile alla vita, ha a che fare con la paura di lasciare andare, di perdere il controllo e di ignorare il dialogo con gli aspetti invisibili della realtà, il contatto con l'anima, la trama simbolica e universale che tesse con amore la  moltitudine delle vicende personali. A quell'amore il destino ci chiama, a tutti, indifferentemente.

Ci sono luoghi del mondo dove questo linguaggio dell'invisibile non parla delicatamente bensì urla a fauci spalancate, e costringe chi vi accede con una certa sensibilità e apertura, ad ascoltarlo. Uno di questi luoghi è senza dubbio Varanasi, la città dove la protagonista del viaggio scoprirà che anche la morte è amore.

UN QUALSIASI GIORNO A VARANASI - TESTO E FOTO DI CECILIA MARTINO


( e se ti è piaciuto, 
ma anche se non ti è piaciuto, 
lascia la tua recensione!) 


Dicono i lettori

Ho apprezzato le descrizioni meticolose e mai banali, gli stati d’animo espressi così vividi e chiari. Un libro che ti proietta nel viaggio dell’autrice e ti fa rivivere luoghi e sensazioni come se tu stesso in prima persona le stessi vivendo. Ottimo approccio al mood indiano , da consigliarsi per gli appassionati di questa cultura e anche per i neofiti che vogliono saperne qualcosa di più (Paola Bonafede su Amazon)


Ho letto il libro tutto d'un fiato come non mi accadeva da tempo e mi sono emozionato fino alle lacrime. La descrizione dei luoghi, delle persone e delle situazioni è scorrevole e coinvolgente. Bellissima è l'introduzione e commovente l'ultimo capitolo. (ParvusMavors su Amazon)



 Foto ©Cecilia Martino





Un grande viaggio di iniziazione, 
forti emozioni, poesia 
e una piccola-grande chiave 
per trasformare la paura di morire. 




INSTAGRAM ceciliasavitri




12 febbraio 2019

Cercavo la Grande Bellezza, ma non l'ho trovata ...



"Cercavo la grande bellezza, ma non l'ho trovata"

"E sa perché io mangio solo radici?"


"No, no.. perché?"

"Perché le radici sono importanti"


Pur non avendo amato in modo particolare tutto il film, se non per una certa nostalgia che mi dava rivedere i panorami di una Roma che avevo appena lasciato per trasferirmi a Torino, questa scena del film mi rimase impressa subito e l'ho sempre custodita, senza capire troppo il perché. 
E più la guardo, più mi ispira.


... L'essenziale è invisibile agli occhi, eppure è da lì che nasce la grande bellezza. 
Imparare a vedere ... 

Dare nutrimento alle radici, a ciò che è sotterraneo e non si vede, ma che dà le fondamenta per una vita vissuta con la qualità della profondità e non della banalità.


Cercavo la grande bellezza ma non l'ho trovata. 

Non è vero che non l'ha trovata, semplicemente, non l'ha vista. 
Errore di visione, fuori invece che dentro.
Il peccato originale.
"Peccato" nel suo significato etimologico vuol dire "sbagliare mira", sbaglio di prospettiva. 


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05 febbraio 2019

Non c’è nient’altro da aggiungere alla perfezione della vita quando la si lascia fare

Il sole ha premura di splendere, niente di più. 
Il cielo ha l’ardire di cogliere tutto lo spazio infinito 
tra il volo di rondini e di aerei 
sincronizzati al loro destino, niente di più. 
Le stelle puntuali all’abbrivio della notte 
senza pudore palpitano e sono già cadute 
per chi le scruta dalla terra anni luce distante, niente di più. 
I rami di ciliegio non si aggrappano ai loro frutti 
s’inchinano alla perdita di quelli già maturi 
che colorano di rosso le radici 
nel recinto di un’aiuola, niente di più. 
Il dondolio dell’altalena rallenta la sua corsa 
seguendo il ritmo di chi, passando, ha spinto 
il suo cuore un po’ oltre nel vento, niente di più. 
Il bimbo giace addormentato sulla spalla della madre
con tutto il suo peso senza un briciolo di pena 
sorride quasi all’incantesimo del sogno, niente di più.
Non c’è nient’altro da aggiungere alla perfezione della vita 
quando la si lascia fare. Semplicemente, accade. 
Come un giorno che tira l’altro 
come le dita tra i grani di un rosario 
o i baci degli amanti
come questo miraggio di estate 
che sa di latte di cocco e di tabacco 
che rimane tra i denti e poi va via, niente di più.   
E niente mi sembra più perfetto di questo momento.

(“niente di più“, da Il mestiere del dare)


Lasciare che la vita si compia attraverso di noi richiede un atto di resa rivoluzionaria che fa piazza pulita di qualsiasi schema mentale. 
L’alternativa al letteralismo è darsi al mistero senza pretesa di risolverlo. 
È una trasformazione che solo il “fare poetico” rende possibile, non avendo altra missione che questa: il mestiere del dare. 




La nuvola è un maestro che ha trasceso il desiderio di andare da qualche parte

C’è un grado di accoglienza del presente e della vita così come viene che non ha nulla a che vedere con la rassegnazione o con l’accettazione psicologica nella quale si insidia la frustrazione.
Un’arrendevolezza che non ha niente a che vedere con l’essere perdenti. 
Una pace che non ha niente a che vedere con la fine di una guerra. La pace dopo la guerra è condizionata dalla fine di qualcosa, mentre la quiete dentro la tempesta è la quiete della resa totale.
Niente a che vedere, anche, con passività e immobilismo, inazione e fatalismo.

Chi ha provato anche solo per un istante una sensazione del genere, ne intuisce la preziosità, sa quanto spazio crea dentro e fuori di noi. A quante aperture ci immerge e ci eleva, a quali imponderabili silenzi dentro il frastuono di ogni titubanza.
Quando certe cose, situazioni, emozioni, pensieri ci sembrano “impossibili”, tremendamente scomodi, insormontabili, altresì inspiegabili …  accorciare le distanze tra l’affollamento e il vuoto, lo sgomento e lo stupore, il disagio e la leggerezza, la mente e il cuore.
Prendere fiato nel respiro e senza interferire dire di sì alla vita.
Mi viene in mente quel bel film tratto dall'altrettanto bel racconto di Scott Fitzgerald, Il curioso caso di Benjamin Button e il suo “mantra”:



“Non sai mai cosa c’è in serbo per te” 

che io traduco sempre come “la vita ha più fantasia di noi!
E poi ci sono tante storielle zen su personaggi a cui ne succede di ogni – sia nel “bene che nel “male” – e che ad ogni accadimento rispondono sempre alla stessa maniera: 



“fortuna o sfortuna? Chissà ...” 

C’è una parola meravigliosa a cui si può condurre tutto questo: fede. 
Fiducia
Surrender

Smettila di resistere, arrenditi. E lascia che qualcosa di infinitamente più grande si compia attraverso di te.






INSTAGRAM CECILIA SAVITRI





"Nelle azzurre sere d'estate, 
andrò per i sentieri, punzecchiato dal grano, 
a pestar l'erba tenera:
trasognato sentirò la frescura sotto i piedi 
e lascerò che il vento mi bagni il capo nudo.

Io non parlerò, non penserò più a nulla: 
ma l'amore infinito mi salirà nell'anima,
 e me ne andrò lontano, 
molto lontano come uno zingaro, 
nella Natura, lieto come con una donna". 

Sensazione (Arthur Rimbaud)



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