20 dicembre 2018

Come attualizzare la potente visione poetica di Rilke – Elegia VI – Il “puro segreto” del fico

Il vero frutto della passione non è l’evangelica mela ma l’elegiaco fico, il frutto che salta la fioritura per compiersi direttamente nel momento succulento dell’adesso. 



A tanto, ormai, albero del fico, è un segno per me
come tu quasi salti del tutto la fioritura
e nel frutto maturato a stagione
senza lode insinui il tuo puro segreto.
Come il tubo della fontana, la curva dei tuoi rami
spinge in alto e in basso la linfa: e dal sonno, quasi senza
nemmeno distrarsi, balza nella felicità del suo più dolce compirsi.
Vedi, è come il dio nel cigno.
… Ma noi, ahimè, indugiamo
nella gloria della fioritura, e nella tardata intimità
del nostro frutto alla fine penetriamo traditi.
A pochi urge tanto la spinta all’agire
da essere pronti ad ardere verso la pienezza del cuore
se la seduzione a fiorire, come dolce soffio notturno, alita sulla giovane bocca e sulle palpebre:
gli eroi, forse, o quelli subito destinati a trapassare, che ad essi il giardiniere La Morte diversamente curva le vene.



La numero VI delle Elegie Duinesi si apre con un richiamo all'albero del fico, pianta simbolica fin dalla notte dei tempi, e non solo per il poeta Rilke!
Non è un dettaglio, forse, che l’albero della Bodhi sotto il quale si ritiene fosse avvenuto il risveglio del Buddha, era un antico fico sacro (Ficus religiosa).
Quello che mi ha ispirato la rilettura dei bellissimi versi rilkiani è stato un Insight che ora provo a esprimere in queste righe a seguire.

E’ tempo di fruttificare senza crogiolarsi nelle seduzioni del fiorire, senza crogiolarsi nelle presunzioni del “progresso” spirituale andando dritti nella direzione che conta, che è il “puro segreto” del fico e che Rilke chiama “la pienezza del cuore” e che a me ha riportato all'essenza dell’Advaita Vedanta, l’intimità con l’essere, anzi l’Essere.
A voler essere ancora più tranchant, si potrebbe “associare” la fioritura con i vari abbellimenti delle “pratiche spirituali” che – laddove non siano davvero sostenute dall’autentica volontà di abbandonare l’ego (la suprema delle pratiche e l’unica che davvero conti) possono glorificare l’ego spirituale concedendogli tregua, estasi, calma, conforto, beatitudine … Ma pur sempre di ego si tratta. L’impollinatura di fugaci primavere, seduzioni che possono essere fuorvianti, l’attesa di un frutto a venire e l’aspettativa del suo compiersi.
Il fico è una bella metafora di colui che non disperde le sue energie nell’effimero e va dritto al sodo: ai frutti, al risultato. Come l’eroe, evocato da Rilke nei versi successivi, colui il quale è sempre pronto ad ardere con una urgenza di azione restituitagli dall’essere sostanzialmente pronto a morire – “destinato a trapassare” canta Rilke.
In fondo, la chiamata dell’eroe è la stessa per ogni comune mortale, a volerla ricordare.
E’ la chiamata alla necessità di morire all’ego, affinché si compia il destino della “vera vita”, quella al di là delle apparenze cangianti, affinché accada la maturazione del “puro segreto”, la vita eterna, al di là del tempo e dello spazio, ma qui e ora proprio qui e ora su questa terra, con questo veicolo-corpo, ciascuno con le proprie situazioni-di-vita.
Il vero frutto della passione non è l’evangelica mela ma l’elegiaco fico, il frutto che salta la fioritura per compiersi direttamente nel momento succulento dell’adesso. Ma non è una passione né morale né immorale, è piuttosto un accadimento imbevuto di necessità, a-morale, a-storica, impersonale.


Quale passione più grande, se non quell'ardire eroico verso la pienezza del cuore?

Possiamo lasciarci ispirare da questa profondità simbolica del fico, non attaccandoci alle fioriture sui prati dell’attesa di chi non sente la “chiamata” abbastanza forte da farne l’unico vero scopo della vita.
Ecco, se proprio c’è da seminare un intento per il nuovo anno – ma vale per ogni giorno della vita – che sia di … non disperdersi in inutili attività che allontanano dall’essenza, spesso con l’alibi tanto ben sostenuto in ambienti spirituali che “tutto fa esperienza, tutto serve, tutto capita quando deve accadere etc.” Vero, in parte o comunque è di facile fraintendimento.
Non c’è niente che non possa essere ottenuto senza una forza di volontà, un impegno, una qualche disciplina. Se si vuole imparare a suonare uno strumento, ci si applica e anche nel caso si avesse la genialità di un talento precoce e intuitivo, ci si applica comunque a suonarlo, per il gusto di suonarlo. Il piacere … La passione, appunto.
Qualsiasi conseguimento non fruttifica nella stasi e nell’inerzia apatica e fatalistica di chi si affida alla “manna che cade dal cielo” senza ricettività, apertura, dialogo costante con l’interiorità che si svela, osservazione acuta e amorevole, disponibilità a lasciar andare abitudini dannose, gabbie mentali etc. …
Come dire, la manna certo che cade ma se non trova terreno fertile …
Insomma, inutile girarci intorno: il terreno va innaffiato, predisposto, curato.
I tempi sono più che maturi per fare davvero un tale balzo di coscienza, dalla fioritura al frutto.
Si può utilizzare ciò che maggiormente è utile in tale direzione, nel senso di essere funzionale a tale riassorbimento dell’effimero nelle “profondità del cuore” – riprendendo le parole di Rilke – : meditazioni, camminate, viaggi, musica, poesia…
Ciò che ci fa sentire parte di un qualcosa di veramente più grande e ci toglie dal senso di importanza personale, e possiamo percepirlo direttamente nel corpo, non come semplice seduzione intellettuale. Per poi non sentire più nemmeno il corpo, essere frutto e basta.
A me succede spesso leggendo poesie, e scrivendo. Ma anche gustando il primo sorso di caffè la mattina. E non solo a gambe incrociate davanti al mio altarino di casa…
Tutta la vita è il tempio nel quale possiamo godere del nostro tempo intensificando l’eterno, a discapito di ciò che luccica e che scambiamo per oro. E allora certo si può continuare a godere della piacevolezza di mille primavere fiorite ma si è imparato a vedere …


Rilke a un certo punto della sua vita riassume la sua “missione” (o meglio, la missione del poetare) in questo: imparare a vedere. L’aiuto gli venne dato dalle suggestioni artistiche delle opere di Van Gogh e sopratutto Cézanne, il grande maestro, come dirà Handke, di vita e di sguardo.
Avere uno sguardo tale per cui il visibile possa ritrarsi nell’invisibile, sottraendo la caducità delle cose alla loro inevitabile nostalgia. Prendersi cura delle cose così come sono, accoglierne fragilità, caducità, metamorfosi, con sguardo compassionevole, per Rilke non ancora impersonale ma di sicuro imbevuto di una grazia innegabilmente “sovrannaturale”…
Mi viene da sorridere, perché ancora una volta mi balza alla mente il saluto dei Nativi di Avatar (e va bene, lo sapete che per questo film ho una grande ammirazione)… Il saluto – che in realtà era una dichiarazione d’amore – si riassume in queste tre parole, “Oel ngati kameie”  tradotte così:  “Io ti vedo”. Ne ho scritto varie volte, per approfondire ti rimando sul Blog: Cronache da Pandora: Io ti vedo 
Lascio che a concludere sia proprio Rilke, con  altri versi sempre tratti dalle Elegie Duinesi di cui riporto fedelmente anche il corsivo.


la felicità più visibile
ci ci rivela soltanto se intimamente la trasformiamo …
[…]
E noi, che pensiamo alla felicità
come ascesi, avremmo l’emozione,
che quasi sgomenta,
di una cosa felice cadendo 
Cosa fa il frutto quando è maturo?
Cade dall’albero …



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18 dicembre 2018

Libri | Il mestiere del dare di Cecilia Martino | 10 anni di Visione poetica




La nostra pienezza si compie lontano,
nello splendore degli sfondi

RAINER MARIA RILKE

"ll mestiere dal dare" raccoglie poesie scritte tra il 2007 e il 2017, in cui l’autrice porta a maturazione i temi già presenti in nuce nella prima silloge "illogicaMente" (2006). La tensione dialettica giovanile cede il passo a un più consapevole dialogo dell’accoglienza che trova nella visione poetica del mondo, la sua naturale consacrazione. Gli enigmi della vita vengono riassorbiti nel fraseggio poetico che, lungi dall'essere un virtuosismo letterario fine a se stesso, aderisce alla vocazione più intima dell’anima. Ogni vita è intimamente poetica e l’autrice offre al lettore la sua personale trasformazione, denudandosi di ogni falsità e lasciando che nella versione integrale risuoni l’autenticità di chiunque accolga tali versi. È una trasformazione che solo il “fare poetico” rende possibile, non avendo altra missione che questa: il mestiere del dare. Lasciare che la vita si compia attraverso di noi richiede un atto di resa rivoluzionaria che fa piazza pulita di qualsiasi schema mentale. L’alternativa al letteralismo è darsi al mistero senza pretesa di risolverlo.

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E siccome ... Two It's Better Than One, il libro di inediti è stato pubblicato insieme alla nuova edizione di "illogicaMente", prima silloge di C.M. datata 2006. 

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Caspar David Friedrich - La stella della sera (1830)

"Perché, mi son sovente domandato  
scegli sì spesso a oggetto di pittura  
la morte, la caducità, la tomba? 
 E' perché, per vivere in eterno  
bisogna spesso abbandonarsi alla morte".

(Caspar David Friedrich)


21 dicembre, Solstizio d'inverno: 10 regali per la notte buia dell'anima 



ROBERTO CACCIAPAGLIA - OCEANO



in corsa celeste verso nulla, nell'aperto

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04 dicembre 2018

Bohemian Rhapsody il film e la complessa umanità di Freddie Mercury




Vado subito al sodo. Al di là di tutte le possibili critiche o valutazioni cinematografiche riguardo all'interpretazione dell'attore Rami Malek, alla sua verosimiglianza etc. o ad altre valutazioni più da addetti ai lavori, quello che a me è rimasto impresso durante e dopo aver visto il film, è una tonalità di fondo. 
Una nota dominante e sublime, universale, ineccepibile, inarrestabile: quella della Musica (con la m maiuscola sì, perché di capolavori che hanno fatto storia stiamo parlando) e quella dell'anima di un essere umano con tutte le sue problematicità. Che sono sue ma non solo sue, squisitamente peculiari alla biografia di Mercury ma anche garbatamente riverse su tanti destini di chi, per un motivo o per un altro, avverte nel suo percorso esistenziale “chiamate” nude e crude a cui fanno eco senso di solitudine, inadeguatezza, diversità, pericolosità, sconforto, noia ed eccitazione. Con esiti spesso nefasti. 
Eppure ... The Show Must Go On! La vita va avanti, spettacolare nella sua ineluttabilità che, in certi casi di individui marchiati ad uscire dall'anonimato per compiere il proprio destino, come Freddie in questo caso, ammanta la determinazione con un non so che di crudeltà. Mi viene in mente Antonin Artaud e il suo "teatro della crudeltà", sorretto proprio da questo substrato invisibile ma palpabile di "inellutabile necessità".  

Avrai una vita molto difficile Freddie” – sussurra Mary Austin a Freddie quando proprio lui, l’amore della sua vita, le confessa con audacia e sincerità la sua natura più profonda, ammettendo di voler essere sé stesso fino in fondo, vivendosi appieno la sua bisessualità. Una delle scene questa – tra le tante per la verità - a mio avviso molto toccanti del film. Solo lo sguardo di un amore vero può cogliere certe profondità andando oltre la sofferenza personale. Mary Austin rimarrà sempre nella vita di Freddie più di un punto di riferimento, e viceversa, quella controparte energetica mi viene da dire in cui fondersi al di là di ogni apparenza, definizione o ambiguità. Un legame che per certi versi ricorda quello del poeta Rilke con Lou Von Salomé, qualcosa che perdura anche dopo il lasciarsi andare e nonostante le nuove relazioni affettive di entrambe le parti.

Essere sé stessi fino in fondo, costi quel che costi, richiede coraggio. 
Il primo passo per essere all'altezza dei propri destini è non vivere nella menzogna. L’arte dell’abitare la propria autenticità, buona o cattiva sia allo sguardo di una morale socialmente condivisa (o imposta), non è per tutti. Freddie Mercury l’ha fatto, e attraverso di lui si è compiuto il disegno musicale di una band che ci ha lasciato melodie indimenticabili. E attraverso gli altri componenti della band, Freddie è uscito fuori quale realmente era, l’animale da palcoscenico che vuole dare piacere, il performer (così si definiva lui stesso e viene rimarcato anche nel film) in grado di cambiare lo spessore dell’aria a ogni passo e gesto che compie … Il piacere è la vita che danza melodiosamente scomposta tra sogni personali di gloria e cospirazione universale. 



"Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere. " (F.M.)

Di nuovo, eccola, quella tonalità di fondo a cui mi riferisco pensando al film Bohemian Rhapsody e che mi è rimasta vibrante addosso anche nei giorni dopo aver visto il film, la visione che ruggisce nell’intraprendenza degli impavidi; una lucida follia che indossa le vesti di un uomo dalle origini indiane, dall’identità sessuale promiscua, dai tratti somatici innegabilmente irregolari e dalle corde vocali imbevute di grazia. 
Un uomo che anche di una sua imperfezione ha saputo fare poesia e talento, convertendo in tesoro il fatto di essere nato con 4 incisivi in più e dunque, a detta sua, avere più spazio nella bocca e una maggiore estensione vocale. 
Un uomo con un destino da gigante che a tratti lo ha schiacciato, a tratti sollevato fino a farlo volare, fino a farlo sentire infallibile, una hýbris prometeica che è “costata” al nostro eroe la trasmissione del virus dell’HIV e la conseguente morte a soli 45 anni, ma non la fama. E nemmeno l’umanità. 
La profonda umanità del Freddie Mercury che era già Leggenda è quanto a mio avviso rende straziante in senso epico la performance del celeberrimo concerto dell’86 allo stadio di Wembley, con cui termina il film e così minuziosamente reso fedele all'originale. 
Il bacio promesso e reso alla madre durante la diretta, è un tocco intimista, più che fanciullesco, da far venire gli occhi lucidi all'istante. Un dettaglio restituito nel film cui vale la pena soffermarsi, non foss’altro per la sensibilità con cui è stato restituito. Il sipario delle riprese cinematografiche non può che chiudersi con quello che è stato uno dei concerti più famosi di sempre, e non solo dei e per i Queen.

Ai titoli di coda, dopo tanto Rami Malek Mercury a cui ci siamo ormai abituati, compare lui, l’originale, il “vero” Freddie, Farrokh Bulsara Mercury che, in piedi con una mano sul pianoforte canta Don’t Stop Me Now. 

L’emozione prende il sopravvento. Tornare all'Origine, e agli originali, fa sempre bene!




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