02 maggio 2019

Scrivere poesia giova fortemente al senso del ritmo | Il mestiere del dare di Cecilia Martino


Cecilia Martino ha una sua, altra espressività di scrittura. Opportuna, direi. Ampia ed efficace: come possa esistere questo binomio è tradotto ne “Il mestiere del dare”.



Ringrazio Maria Rosaria Ambrogio per avermi donato questa “recensione”: 

Scrivere poesia giova fortemente al senso del ritmo.
O si scrive perché un’inclinazione al ritmo già c’è.
O entrambe le cose. Poco importa, in sostanza.
La certezza è che ne “Il mestiere del dare” c’è sostanza di ritmo.

D’accordo: il titolo di questo “corpo” di poesie colpisce – non potrebbe essere altrimenti.

Ma non è dal titolo che voglio partire.
Parto col ritmo.

Chi scrive – prosa o poesia non fa differenza – sceglie o traduce il ritmo che seguono le parole. E le pause. E gli “a capo” di verso. Il respiro di verso in questo “corpo” poetico di Cecilia Martino è ampio. Ampio. Apertura alare. Mai prolungato; mai forzato a dovere. Possiede una cassa toracica di accoglienza “capace”. Per inciso: la “capacità” non si improvvisa: occorre allenamento – tanto).
Questo ritmo non fugace, non sferzante e non spezzato è il tratto compositivo che considero per primo. Per immediatezza. Per differenza.

C’è chi riduce all’essenziale il passaggio dal pensiero alla trascrittura. Col risultato, sempre lì dietro l’angolo, di asciugare fino a corrispondere allo spazio bianco senza inchiostro. Un atto di resa della parola di fronte alla potenza eterna del silenzio.
Per fortuna del genere umano Cecilia Martino ha una sua, altra espressività di scrittura.
Opportuna, direi. Ampia ed efficace: come possa esistere questo binomio è tradotto ne “Il mestiere del dare”.

Il ritmo.
È ovvio che chiunque leggerà questo “corpo” di poesie avrà una propria percezione del ritmo che si muove, mentre lo leggi. E non è che questa sensazione debba necessariamente definirsi. Ma un’immagine ci tengo a restituirla, perché poesia ne leggo – abbastanza – e ne rileggo – tanta. E il ritmo dei versi di Cecilia è peculiare, è suo. È il ritmo di scorrimento (e il “tempo” di scorrimento) dei bastoni della pioggia.

L’ “a capo” di verso sembra coincidere col momento in cui ruoti il bastone perché lo scorrimento è finito, ma se lo capo-volgi è lì, riprende. È il Tempo di ciò che scorre – fluisce – e ha una sua fine – o un nuovo inizio. E quella memoria di suono di pioggia
è tra i pochi suoni (per me) che possono permettersi di interrompere il silenzio senza alterarne la quiete di fondo; assoluta.

Peculiare espressività di scrittura, il “font Martino”, dove per “carattere” s’intendono impressioni dell’anima.

Quanto c’è Cecilia Martino in questo “corpo” di poesie?
C’è c’è, eccome. Ma più che come soggetto, c’è come soggettività. C’è differenza. Il Soggetto sta all’Ego come la Soggettività sta all’Io.

In altre parole, parlando come parlerebbe una che legge e basta: un’Ego che scrive (prosa o poesia non fa differenza) trasferisce nelle parole esclusivamente lo specchio di sé. Contempla scrivendo le forme della propria espressività. Ok. Ma non fa presa su chi legge. Non scatta il sacro fuoco della relazione.
Se chi scrive è un’Io e non un’Ego… beh, le Cose cambiano. Un’Io che scrive ha “a cuore” i limiti tutti umani che sono alla base della ricerca di sé. Parte con l’assunto di una fragilità. E di forza allo stesso tempo. Perché (e finché) non smette di cercarsi. E quello specchio che nell’Ego scrivente è rivolto verso se stess*, nell’Io scrittrice è uno specchio ugualmente presente, ma rivolto verso chi legge. L’eterna ricerca “Chi sono io?” è, attraverso quello specchio, consegnata a chi legge: “Chi sei tu?”

La ricerca.
Definizione o indefinizione di sé che non si esaurisce, si amplia invece, nella relazione col Mondo: lo Spazio e il Tempo, gli imperituri quattro elementi, il mondo naturale, il mondo delle Cose, il mondo umano. Ovunque connessa Cecilia Martino traduce frequenze e lunghezze d’onda, con la grazia e la consapevole cautela che sua è la soggettività che respira, osserva, abita, si assenta, restituisce. Non è LA voce, è una Voce, o uno strumento. Non c’è assertività. Né rigidità. Talvolta sì, l’equilibrio, anche se in movimento. I passi di ricerca. Le tappe non sono dogmi. E c’è un calore dalle parole che sfuma appena l’orizzonte senza lasciare spigoli.


Fosse un modo dell’azione, Cecilia Martino sarebbe un congiuntivo. La grazia/cautela di equilibrio del dubbio. Ma non un congiuntivo subordinato. Un congiuntivo libero: indipendente.








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