02 dicembre 2019

OCEAN Laura Shashi | Tutti dovremmo avere una vita vista mare

Il Blu che genera felicità. OCEAN, Artproject - Secret of Water  dell'artista Laura Shashi - porta la "vista mare" nella vita di chiunque. 

Tutti dovremmo avere una vita vista mare. Tutto ciò che è vivo si muove, si espande, fluisce, non ristagna, è profondo, abissale, non lineare ... come l'acqua.  Prima o poi nella nostra esistenza si viene a patti con questa verità essenziale: che per mantenere un'armonia funzionale alle circostanze che la vita di volta in volta richiede, bisogna fluire, essere malleabili, pregnanti, adattabili ... come l'acqua.

C'è un brano di un libro che ho letto molto tempo fa, che mi è sempre rimasto impresso. 
Il libro è Cuccette per signora di Anita Nair, e il brano è il seguente:

"Tra i cinque elementi che stanno alla base della vita, io mi paragono all'acqua. Acqua che ammorbidisce. Acqua che sana. Acqua che dimentica. Acqua che accetta.  Acqua che scorre senza posa. Acqua che anche distrugge. Poiché la capacità di dissolvere e di distruggere è parte dell'essenza dell'acqua quanto l'essere bagnata. Nel mondo della chimica l'acqua è un solvente universale. Influenzata dal carattere di tutto ciò che vi viene aggiunto. Ma il fatto che io sia semplice non significa che sia ovvia. È l'errore che ha compiuto Ebe. Mi ha sottovalutata. E dunque non mi è rimasto altro che dimostrargli qual è la vera natura dell'acqua e che straordinari poteri possegga."  

E poi, c'è lei, Laura Shashi, che di questo elemento pare l'incarnazione sensibile in carne ed ossa ... ed arte. Creatura tanto semplice quanto poco ovvia, rimanendo nell'eco poetico di Anita Nair. Laura, che la vita vista mare ce l'ha per davvero, è l'artista di meravigliosi Tableaux Lunatiques e tra i suoi ultimi progetti c'è - OCEAN, Artproject - Secret of Water - che porta quella "vista mare" nella vita di chiunque. 




Come lei stessa spiega:

"questo progetto si propone di portare nelle case una finestra sull'Oceano, una finestra che trasmette onde vibrazionali di energia capaci di alcalinizzare l’ambiente circostante. Gli Oceani sono di grandi dimensioni 120x120, 125x 100 e sono realizzati su una base di colori minerali (Romabio paint) Il silicato di Potassio è l’elemento primario del loro esclusivo sistema legante HSB (Hybrid Silicate Binder) delle pitture minerali di Romabio, in aggiunta ad un’altissima quantità di altre materie prime naturali. Questa collezione ritrae in maniera astratta l’Acqua: una sostanza vivente, la più comune e la meno compresa, che sfida le leggi di base della fisica, ma detiene le chiavi della vita. Fondamento materno, conosciuta dagli antichi come un trasmettitore da e verso i regni superiori, l'acqua conserva la memoria e trasmette informazioni al DNA. Tuttavia, l'acqua può morire se trattata male. Influenze come il suono, i pensieri, l'intenzione e la preghiera, così come le tossine come il cloro, strutturano la disposizione molecolare dell'acqua, influenzando tutto ciò con cui viene in contatto. Scienziati di spicco aiutano a rivelare il segreto dell'acqua, permettendoci di usare questo straordinario elemento per curare noi stessi e il nostro pianeta".














La pittura di Laura smuove energie potenti come potente è l'autenticità di cui si nutre la sua arte che nulla spreme di artificiale, nemmeno i materiali che utilizza in quanto predominano le materie prime naturali. L'Oceano di Laura è acqua che danza su tela, corposità dissolta in una procreazione che va oltre la mente fluidificandosi in quell'enorme abbraccio cosmico che è il colore Blu in tutte le sue sfumature (dall'azzurro al celeste al turchese allo smeraldo). Un colore che James Hillmann definisce "uno stato dell’anima, non nella transizione, non nel movimento, ma uno stato suo proprio, plurale, complesso, ricco di sfumature” e che nel libro dello scienziato americano Wallace J. Nichols, dal titolo Blue Mind, si svela quale fattore x della "felicità". Attraverso il suo studio il biologo marino Nichols si concentra su prove scientifiche che confermano che stare vicino ai colori dell’Oceano promuove la salute mentale e la felicità.


Per omaggiare Laura, il suo Oceano donato al mondo, il mio colore preferito, concludo con una poesia inedita di una prossima antologia, in fase di elaborazione, dal titolo (seppur provvisorio, ma guarda caso) – “Il Libro Blu”.


Quel muretto 
stigmatizzato al di là dei cortili 
della gente
dei cani al guinzaglio
tra le aiuole marginali e il mio niente
l’altra sera, feconda indagine del volo
l’altra sera, quel muretto è apparso cielo
fiutava celesti movenze d’amore
appoggiandosi su rotaie di un vecchio tranvai
ed io appisolata sul mio risveglio 
come fosse una sedia a dondolo
ho fotografato l’anima blu del mondo
a bassa voce, quando cala la sera
è sempre voce che sfuma
è sempre voce che trema
è sempre voce che sfama
è sempre voce che ama





Profili Social di Laura

email: premluna@gmail.com





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01 dicembre 2019

Il problema del karma non esiste. Lasciatelo andare completamente!



Come estinguere una volta per tutte l'idea del karma e vivere pienamente la vita.  ...

Ciò che auguro all'Umanità alle soglie del 2020! 




Il karma esiste solo per chi ci crede. O meglio, per chi crede di essere Qualcuno a cui possono accadere certe situazioni piuttosto che altre. O meglio ancora, a chi si identifica in quel Qualcuno che crede di essere quel personaggio sulla messa in scena della vita

Il karma esiste, come ogni "concetto" (inclusi quelli di spazio e di tempo, e della morte) in una prospettiva dualistica dove c'è un Qualcuno (la persona-personalità-ego) che aderisce al libero arbitrio di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e tra tutta una serie di opposti: spirituale-materiale, favorevole-sfavorevole, bello-brutto. E questo Qualcuno sceglie per un certo fine, pur nobile che sia, come ad esempio il fine di "evolvere". Dunque, è un approccio dualistico, separativo, personalistico e intenzionale-finalistico.
E' la visione a cui siamo "abituati" per retaggi culturali, religiosi, educativi etc. ed è l'"illusione" da cui è possibile svegliarsi. 

Da un'altra prospettiva, quella dell'Unità e della non separazione (approccio dell'Advaita Vedanta), venendo a mancare il caposaldo su cui si basano tutti i concetti (spazio, tempo, karma) con le relative credenze (morte, evoluzione) e i relativi comportamenti (espiazione di karma, ego spirituale teso al perfezionamento esistenziale etc.), non rimane più nulla su cui fare presa. Non rimane più nulla, solo la perfezione originaria che, svestita da tutte le maschere indossate, può splendere della sua beata nudità.

Si passa cioè dallo sforzo personale del libero arbitrio alla naturalezza del libero avvento.






Dunque, la buona novella è questa: si può smettere davvero di essere schiacciati da un surplus di sofferenze, sforzi, pesantezze ingombranti perché psicologicamente indotte da quel Qualcuno che si crede di essere Qualcuno, e godere di una libertà incondizionata e intoccabile. Essere liberi, libere. Liberi e libere da tutte le astrazioni mentali (immagini, proiezioni) a cui l'ego finisce per credere così tanto da identificarsi totalmente in esse, condizionando e annebbiando la vera vita.
La vera vita si fa da sé, non ha bisogno di sforzi personali (della personalità). 



"Osservate come crescono i gigli nel campo: 
non lavorano e non filano" (Mt 6,25-29)








La vera vita non è né giusta né sbagliata (dunque non è karmica) ... tuttalpiù "è originale". Sì, originale, perché profonde dall'Origine indivisa, luminosa, silenziosa, della Sorgente che è la nostra vera natura (puoi approfondire qui: come rimanere tranquilli dentro la tempesta del multiforme), è "le cose così come sono", (in sanscrito tathata), senza giustificazioni, interpretazioni, spiegazioni, senza nemmeno un senso. 

La vita non ha senso, questo è il punto. La vita è. La vita vive. La vita accade, e ha ragione in tutti i casi. "Lasciamoci accadere la vita" (Rilke). In questo accadimento spontaneo, non c'è né spazio né tempo per il karma!

Il famoso "risveglio" non è avere stratosferiche esperienze trascendentali con allucinazioni di mondi sovrasensibili popolati da magiche creature da film di fantascienza (sto volontariamente enfatizzando! ... a tal proposito puoi approfondire anche qui: "Quello che gli sciamani non dicono: autosuggestione o visione profonda?).
Q
ueste esperienze possono certo accadere ma non sono risolutive per spogliarsi da ogni identità fittizia che la mente continuamente crea durante i tre stati (veglia, sogno e sonno profondo). Il risveglio non è altro che accorgersi (VEDERE) come funzionano i meccanismi mentali, riconoscerne le trappole e lasciare affiorare la verità di ciò che resta una volta smascherate tutte le identificazioni. In sostanza, è discriminare (in sanscrito viveka) ciò che è reale (la vera vita, la coscienza) da ciò che è irreale (karma incluso). Ma questa discriminazione non richiede alcuno sforzo volitivo, piuttosto un lasciar andare, un abbandono totale, un'apertura impersonale alla vita così com'è.

Io imparo a vedere.
Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva.
Ho un luogo interno che non conoscevo.
Ora tutto va a finire là.
Non so che cosa vi accada.




Tutto ciò che si può conoscere è irreale,
viene e se ne va. Dimora perciò nell'ignoto, 
nell'immutabile, nella verità.
La discriminazione distrugge l'attaccamento 
rivelando la transitorietà e la natura illusoria
dell'oggetto a cui ci si attacca

(H. W. L. Poonja)


Concludo riportando le parole del maestro Jean Klein, dal libro "La naturalezza dell'essere". Musicologo e medico, Klein è vissuto per molti anni in India dove ha incontrato il suo Maestro. Iniziato alla saggezza tradizionale, fu rimandato in Europa per diffondere l'insegnamento dell'Advaita Vedanta. Questo insegnamento impiega un "approccio diretto", che si realizza al di là della mente e non implica sforzo, ma punta verso quell'ultima Realtà nella quale si fondono il tempo e lo spazio: conosciamo allora il chiaro risveglio verso ciò cui siamo veramente, la nostra perfezione originale, il vero Sé, senza memoria (e dunque, senza karma). 

Che cos'è allora il karma, che è prodotto da causa ed effetto?

Quando voi vivete senza programmare, senza nutrire l'immagine o l'idea di essere qualcuno, allora non vi è karma.  A chi si riferirebbe il karma? Metta da parte il problema del karma. Lo lasci andare completamente. Tale idea le fornisce il pretesto dell'esistenza di qualcuno che non esiste. Quando lei è completamente in silenzio, dov'è l'immagine di essere qualcuno? Quando il riflesso di identificarsi con un'immagine si allontana, vi è la certezza della non esistenza di un'entità personale. C'è soltanto unità. Allora lei è libero dal karma perché il karma appartiene sempre a qualcuno. ma quando lei aggiunge l'immagine di una personalità, di un uomo, di essere questo o quello, allora le è legato al karma.

Potrebbe fornirmi un esempio  concreto di quello che intende per identificarsi con un'immagine?

Osservi che dalla mattina alla sera lei è costantemente in cerca di una localizzazione. Lei ha bisogno di localizzarsi da qualche parte, sia in una sensazione corporale che in un'emozione o in un'idea. Ma quando lei accetta che non è possibile trovare se stesso, il suo vero Sé, dentro una percezione, il processo produttivo cessa. Lei smette di creare delle idee, delle immagini e delle situazioni.
Lei deve vivere nell'apertura senza alcuna memoria. Questo significa che lei è allora completamente aperto alla vita, a tutto ciò che può accadere. E poiché in questa apertura non vi è memoria, né reazione, lei è completamente attento, in ogni istante, alla freschezza e alla novità della vita. Non vi è più ripetizione.

Altri spunti Advaita Vedanta


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24 novembre 2019

Luigi Pirandello | I giganti della montagna | Vigliacco chi ragiona!



"Una continua sborniatura celeste"... Incantevole scorcio tra il visibile e l'invisibile in quella piega dell'esistenza che ha nome Vita. 

L'incompiutezza di questa ultima opera teatrale di un Luigi Pirandello ormai morente rende forse ancora più giustizia, nel caso ce ne fosse bisogno, al senso intangibile de "I giganti della montagna".
Incantevole scorcio tra il visibile e l'invisibile in quella piega dell'esistenza che ha nome Vita. 

Magistrale evocazione di quegli orli in cui e da cui soffia l'Anima che anima le forme. Perché le forme sono morte - riecheggia così tutto il dramma teatrale -  e i corpi sono forme e sono corpi morti come burattini inanimati, fintantoché non ribolle il magma informe del movimento vitale. 

Gli orli. Fessure invalicabili, se ragionate. 

Un abisso che non ammette voluttà aristocratiche e astuzie mentali.

Orli non cuciti, dai quali le storie personali non si rammendano ma si rammentano, orli di memorie,  abissi di coscienza di cui l'unico portavoce possibile rimane il Poeta, il Mago, il fuori luogo e fuori tempo, l'Outsider, che con il suo canto intona le vicissitudini dei fantocci con i quali la personalità riveste la vita messa in scena, e li trasfigura nell'opera stessa di creare. 






Il mago Cotrone - enigma vivente nella pièce di Pirandello - porta alle estreme conseguenze l'urlo recondito di chi ha compreso che la vera vita passa dallo spirito misterioso che anima le cose e non dalle cose che "ragionevolmente" l'uomo pensa di conoscere, e sfocia quasi come una ineluttabile necessità nel ritiro del visionario dal mondo. Quasi che non fosse possibile salvezza alcuna per i sogni risveglianti, le potenti visioni che scaturiscono come "libero avvento di una nuova nascita necessaria", se gettate in mezzo agli uomini "ragionevoli" (i Giganti), uomini cioè che hanno perso la visione poetica della vita, incastrati nell'utopia del libero arbitrio e inariditi dall'adesione a una dimensione di esistenza solo materiale, antiestetica, senza né arte né poesia né anima.


"Su, svegli, immaginazione!
Non mi vorrete mica diventar 
ragionevoli!
Pensate che per noi non c'è pericoli, e vigliacco chi ragiona!
Perbacco, ora che vien la sera, il regno nostro!"

(Cotrone)


Il libero avvento sta al libero arbitrio come la Grazia all'Obiettivo. 
La vita accade quanto meno si interferisce - ragionando - con i "suoi" programmi. 
L'accadimento (e non il voler ottenere qualcosa) è lo stato naturale, poetico, magico della corrente di vita. 
L'originalità ha sempre a che vedere con lo smascheramento
L'intuizione non si arrende all'evidenza, piuttosto si arrende alla non evidenza, ovvero a quell'"invisibile evidente" per dirla con i mistici orientali che Cotrone, con quel suo cappello da turco o da danzatore sufi, un po' ricorda...
Cotrone non vorrebbe che l'Opera (la Poesia e, per estensione, la visione poetica risvegliata intuitiva) fosse data in pasto agli uomini, ma che rimanesse nel luogo non luogo della Villa Scalogna (che ha non poche assonanze con La Scarzuola di Tomaso Buzzi) , ai piedi della montagna nel bel mezzo del nulla, dove un popolo strampalato di mendichi, artisti, attori, ballerini, anziani con visioni estatiche, donne gravide danzanti nei boschi a luna piena (gli Scalognati) se ne fa Custode senza pretese di sceneggiatura ma solo semplicemente, vivendo, incarnando l'Opera, anzi nemmeno l'Opera compiuta, ma lo spirito stesso che rende possibile ogni sua manifestazione. 
Come? Rimanendo nell'apertura del possibile non usuale, aperti all'apertura stessa, dandosi spazio e dimorando in spazi aperti di pura percezione, aperti a quello che René Guénon chiama la "onnipossibilità".
L'ambiente in cui il Mago Cotrone e i suoi amici vivono, in mezzo alla montagna circondati da natura, silenzio e pochissime comodità, non è forse una metafora di questa Apertura che si svela, più in prossimità dell'essere che dell'apparire?


"Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. 
Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. 
E cosa naturale. Avviene ciò che di solito nel sogno. 
Io lo faccio avvenire anche nella veglia. 
Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… 
Tutto l’infinito che è negli uomini, 
lei lo troverà dentro e intorno a questa villa."

 La Contessa Ilse interpretata da Federica Di Martino


















In seguito lo spiraglio offerto dalla Contessa Ilse fedele alla sua missione di "portare la Poesia, l'opera, tra gli uomini", getta una luce possibilistica sull'avvenire degli uomini dormienti. Che il potere salvifico dell'Arte, visione estetico-estatica, folle e visionaria,  corroda le ultime resistenze che rendono ciechi gli uomini "ragionevoli"?! 

"Non bisogna più ragionare. Qua si vive di questo. Privi di tutto, ma con tutto il tempo per noi: ricchezza indecifrabile, ebullizione di chimere. Le cose che ci stanno attorno parlano e hanno senso soltanto nell'arbitrario in cui per disperazione ci viene di cangiarle. Disperazione a modo nostro, badiamo! Siamo piuttosto placidi e pigri; seduti, concepiamo enormità, come potrei dire? mitologiche; naturalissime, dato il genere della nostra esistenza. Non si può campare di niente; e allora è una continua sborniatura celeste. Respiriamo aria favolosa. Gli angeli possono come niente calare in mezzo a noi; e tutte le cose che ci nascono dentro sono per noi stessi uno stupore. Udiamo voci, risa; vediamo sorgere incanti figurati da ogni gomito d'ombra, creati dai colori che ci restano scomposti negli occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola. Sordità d'ombra non possiamo soffrirne. Le figure non sono inventate da noi; sono un desiderio dei nostri stessi occhi". 
(Cotrone)

L'ultima frase che si ascolta, prima della chiusura del sipario è quella pronunciata dalla Contessa Ilse dopo il fragoroso passaggio dei Giganti che par punteggiare l'inizio di una nuova sfida: "Io ho paura", ammette Ilse, Colei che accoglie la chiamata di farsi portavoce di poesia tra chi ha interrotto il dialogo con l'anima. 

Certo, ci vuole coraggio a farlo, e ad essere totalmente se stessi, a incarnare visioni alternative, a farsi interpreti di vocabolari d'amore denudati dalle molteplici apparenze con cui di solito si rivestono i linguaggi dell'ordinaria sonnolenza. Bestemmie di ben poca autenticità!

Il monito centrale del testo pirandelliano rimbomba proprio come il frastuono della cavalcata finale dei giganti della montagna: "Nella vita incontrerai molte maschere e pochi volti." 



Teatro Carignano, Torino - 21 novembre 2019

 Instagram @ceciliaisha



Gabriele Lavia, regista dell'opera e attore nel ruolo di Cotrone



«Quest’opera è un abisso, una vertigine», dice Gabriele Lavia, che dopo Sei personaggi in cerca d’autore e L’uomo dal fiore in bocca chiude un ideale trittico pirandelliano con I giganti della montagna, testamento artistico del drammaturgo siciliano, il suo testo più astratto e metafisico e sintesi più alta di tutta la sua poetica. Lavia incornicia la trama onirica in un allestimento che combina grandiosità scenografica e coreografica (in scena con lui un cast imponente, con ventidue artisti tra attori, musicisti, mimi e danzatori)." Continua a leggere sul sito ufficiale del Teatro Stabile di Torino.



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02 ottobre 2019

Pavel Costaneto | A volte la gente mi chiede: "Tu mediti?


"...A volte la gente mi chiede: "Tu mediti?"
"No", rispondo, "non medito."
Ovvero sì, medito, dipende da come voi definite la meditazione.
Non ho un grafico delle sedute. Non ho una pratica. Non ho una tecnica.
Sulla mia scrivania non ci sono le foto dei guru.
Non mi dico mai: "Ora sto meditando."
Eppure nel corso della giornata mi trovo immerso nella meditazione.
Rapito dalle sensazioni.
Che meditazione è?
E' una pura passione per quel momento...
Così com'è.
E' il permesso che ci sia.
Impregno la mia esperienza con la curiosità.
Non aggiungo nulla a ciò che accade.
Non tolgo nulla a ciò che accade.
Senza uno scopo. Senza una ricerca. Senza un ordine del giorno.
Senza entrare in uno stato particolare.
Senza avere una particolare esperienza.
E' un vero miracolo.
E' una straordinaria banalità di ciò che è.
E' una vita vissuta.
In fin dei conti, non è fare qualcosa.
In fin dei conti, è ciò che sono.
E' una infantile, spalancata, innocente consapevolezza che ingloba dolcemente ogni suono, ogni immagine, odore, sensazione, sentimento. Mi imprigiona nel "mondo" e abbraccia come una madre abbraccia il suo bimbo.
In tal caso, io sono la madre del mio mondo.
Sono uno spazio dove si conserva la quotidianità.
Sono il silenzio alla base delle cose.
Contengo la gioia e la tristezza.
Non dovrò mai cercare un'esperienza più "viva", più "profonda" o più "spirituale", perché questo banale momento è sacro. E' bello. E' pieno di beatitudine.
E' perfetto. E' sempre perfetto.
Ecco il vetro spaccato della fermata dell'autobus.
Ecco uno sconosciuto mi ha guardato con gli occhi pieni di tristezza e di dolore.
Ecco che sento il freddo sulle guance mentre sto andando a incontrare il mio amico.
Prima io meditavo.
La meditazione mi è arrivata nelle ossa.
Ora sono io la meditazione.
Sono uno spazio che tiene il mondo."

(Pavel Costaneto, vk.com)





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