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16 settembre 2020

Le frequenze delle emozioni | I livelli dello schema di David Hawkins e un piccolo avvertimento



Ciò che non vedi ce l'hai davanti agli occhi


L’impatto delle emozioni sulla fisiologia è ampiamente documentato.

Agli inizi della psicoanalisi, gli studi sul collegamento tra malattie e disturbi psichici hanno dato vita alla medicina psicosomatica. 

Si ritiene che le emozioni influiscano sull'attività ormonale attraverso i neurotrasmettitori in aree diverse del cervello delegate al controllo di organi specifici attraverso il sistema nervoso.

Tutti gli atteggiamenti, i pensieri e le credenze sono inoltre collegati agli organi del corpo attraverso delle vie chiamate “meridiani” energetici.

I test kinesiologici dimostrano che i punti dell’agopuntura sono collegati ad atteggiamenti specifici e che il meridiano agisce da canale per trasportare l’energia ai muscoli e agli organi. I meridiani sono indicati con il nome dell’organo a cui trasmettono energia: il meridiano del cuore, il meridiano della cistifellea e così via.

Non c’è niente di misterioso in queste vitali comunicazioni interne, che sono dimostrabili in pochi secondi. Come sappiamo, se abbiamo un pensiero negativo, il muscolo corrispondente dà una risposta debole; ma se lo sostituiamo con un pensiero positivo, lo stesso muscolo dà istantaneamente una risposta forte.




Il collegamento tra mente e corpo è immediato e quindi la risposta del corpo cambia di momento in momento in risposta ai pensieri e alle emozioni corrispondenti.

Potremmo dire che l’universo invisibile del pensiero e degli atteggiamenti diventa visibile in conseguenza delle risposte abituali del corpo.

Se consideriamo i milioni di pensieri che occupano in continuazione la mente, non sorprende che le condizioni del corpo cambino anche radicalmente come riflesso dei modelli di pensiero prevalenti e che risultino modificate sia dalla genetica che dai fattori ambientali.

Moltissimi libri ci dicono che per vivere in salute dobbiamo vivere nell'amore, ma la mente fa resistenza al cambiamento a causa dell’orgoglio. L’amore per i nostri simili può nascere solo se smettiamo di condannarli, odiarli o temerli. È un cambiamento che può disorientare profondamente e che richiede il coraggio di affrontare un temporaneo disagio.


La guarigione da qualunque malattia dipende dalla disponibilità a esplorare nuovi modi di vedere se stessi e la vita, cosa che include la capacità di affrontare le paure che sorgono quando un sistema di credenze viene scosso. Le persone nutrono e si aggrappano ai loro odi e alle loro avversioni, e per guarire l’umanità occorre sradicare da intere culture la rivalsa, la ritorsione e la vendetta.

Una grossa difficoltà collegata ai pensieri e ai comportamenti di livello energetico inferiore a 200 è che provocano delle controreazioni.

Una nota legge dell’universo osservabile dice che a un’azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Qualunque attacco, fisico o mentale, provoca un contrattacco. L’astio ci fa ammalare e diventiamo le vittime della nostra volontà di rivalsa. Anche pensieri di ostilità tenuti segreti sono attacchi fisiologici al nostro organismo.

Al contrario, come l’amore, la capacità di ridere guarisce, perché quest’ultima induce a vedere un contesto da una prospettiva più ampia che libera l’osservatore dall'atteggiamento vittimistico. Una battuta di spirito ci ricorda che la nostra realtà trascende gli eventi particolari. Vedere gli opposti in modo paradossale ci libera dall'ansia e provoca la risata. Spesso un’improvvisa illuminazione è accompagnata da una profonda risata.  

"Se sei saggio, ridi" - diceva qualcuno. 


 
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Lo scherzo cosmico mette fianco a fianco l’illusione e la realtà.

La mancanza di umorismo è nemica della salute e della felicità. I sistemi totalitari sono notoriamente privi di umorismo a tutti i livelli. La risata è un segno di accettazione e libertà, e quindi una minaccia per chi governa con la forza e l’intimidazione: è difficile tenere sottomesso un popolo che ha un grande senso dell’umorismo.

Fate attenzione all'assenza di umorismo in una persona, un’istituzione o un sistema di credenze, perché è sempre accompagnata dal desiderio di controllare e dominare, anche se dichiara di avere come obiettivi la prosperità e la pace.

Non è così che si può creare la pace. La pace è una condizione naturale che emerge quando ciò che la ostacola viene rimosso. Sono relativamente poche le persone che lavorano per la pace in modo realistico. Nella loro vita privata, molto spesso, le persone preferiscono avere “ragione” a qualunque costo, ma questa presa di posizione è nemica della pace. Se si cercano soluzioni attraverso la coercizione, nessun esito pacifico sarà possibile.

L’intero settore della salute dimostra come i tentativi di controllo finiscano per impantanarsi in una fiorente palude burocratica. La complessità è costosa, e un sistema è tanto debole e inefficiente quanto le motivazioni su cui è costruito. I sistemi associati a campi attrattori molto deboli sono inefficaci a causa della loro intrinseca falsità, e diventano ingombranti e dispendiosi. L’industria della salute è così gravata da paure e regole che riesce a stento a funzionare.

La guarigione di una persona, e la guarigione del settore stesso della salute, possono avvenire solo elevando a passi successivi le motivazioni e abbandonando l’autoinganno, per giungere a una nuova chiarezza di visione.

Non ci sono “cattivi”: il difetto sta nel disallineamento del sistema.

Se la salute, l’efficacia e la prosperità sono lo stato naturale dell’essere in armonia con la realtà, tutto ciò che è al di sotto dovrebbe attivare una critica interna, invece di proiettare la colpa su un sistema esterno. I modelli attrattori obbediscono alle loro leggi fisiche, anche se non si tratta di leggi newtoniane: perdonare significa essere perdonati.

In un universo in cui ogni cosa è interconnessa con ogni altra cosa non esiste qualcosa come il “caso” e niente è estraneo all'universo.

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L’illusione di eventi “accidentali” è dovuta al fatto che il potere delle cause è invisibile e che se ne vedono soltanto gli effetti. Un evento improvviso e inatteso può apparire casuale, non collegato a cause osservabili, ma la ricerca può rintracciarne le origini.

Fondamentale non solo per la guarigione, ma per qualunque sviluppo della coscienza, è la compassione per se stessi e per tutta l’umanità mentre affrontiamo le dure lotte dell’evoluzione.

Solo così possiamo guarire e diventare guaritori. E solo così possiamo sperare nella guarigione da qualsiasi malattia, fisica o spirituale.

Tutto ciò significa che imparando ad agire al livello dell’amore incondizionato si diventa immortali? No. Purtroppo il protoplasma del corpo fisico dipende dalla sua programmazione genetica e dall'ambiente esterno.

Ma dalla prospettiva di un livello di coscienza 500 e oltre, è evidente che la morte è una semplice illusione e che la vita continua indipendentemente dai limiti percettivi che derivano dall'essere localizzati in un corpo fisico. La coscienza è l’energia vitale che dà vita al corpo e che sopravvive ad esso in un’altra dimensione di esistenza.


David R. Hawkins esercita la professione psichiatrica dal 1952 ed è membro a vita della American Psychiatric Association. 




Tornare alle Origini è sempre la soluzione, non c'è luogo più originario dell'anima. 

Anima, spirito, che pensate che siano? Dove pensate di trovarli? Per amarsi fino in fondo ci vuole coraggio, per avere coraggio ci vuole fede, per avere fede ci vuole volontà, per avere volontà ci vuole conoscenza, per avere conoscenza ci vuole amore per la conoscenza. L'amore è la prima e l'ultima parola. Perché "la riflessione può fare coscienza, ma l'amore fa anima". (Continua a leggere: essere originali non vuol dire che questo, tornare alle origini)



Come alzare la frequenza delle emozioni?


(Piccolo-grande avvertimento!)

Non ci illudiamo, se proviamo rabbia non è rinnegando o rimuovendo la rabbia o tentando con molto sforzo personale di convertirla in pace a modificare la vibrazione emotiva trasformandola in un moto utile al riequilibrio del sistema psico-fisico vibrazionale energetico. Una finta gioia è ancora più dannosa di un'autentico moto di rabbia. 
Non si tratta qui di negare ciò che ci attraversa ma di vederne la natura illusoria, cangiante, mutante, e non identificarsi. 
Si tratta di VEDERE. 
La parola chiave è presenza, vigilanza e Consapevolezza. 
Questo è possibile solo con un atto di resa all'essere, con l'abbandono della morsa volitiva, con l'abbandono totale. "The power of Surrender", si intitola non a caso il libro che ha raccolto le testimonianze di guarigione basata su una metamorfosi comportamentale studiata formalmente per la prima volta da Harry Tiebout, uno psichiatra di Greenwich, nel Connecticut. Tiebout aveva in cura un’alcolista, Marty M., la donna sperimentò un improvviso cambiamento di personalità, mai testimoniato in nessuna metodologia terapeutica. Il dottor Tiebout riferisce che i suoi atteggiamenti rabbiosi, intolleranti, egocentrici e autocommiseranti divennero amorevoli, gentili e misericordiosi. Il suo esempio è molto importante, perché dimostra con evidenza l’importanza di questo elemento chiave nella guarigione da una malattia progressiva e invalidante. Tiebout pubblicò le sue osservazioni in una serie di studi intitolati, appunto, The Power of Surrender.

Altra parola chiave: Surrender



Jon Kabat-Zinn, Professore Emerito di Medicina e fondatore della Stress Reduction Clinic e del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care and Society presso la University of Massachusetts Medical School, nonché fondatore del protocollo Mindfuness-Based Stress Reduction (MBSR) sostiene che è: 

"abbandonarsi alla sfera dell'essere, ciò che fondamentalmente guarisce". 

C'è un sensitività spontanea che emerge in questo stato di abbandono impersonale e che si occupa naturalmente del ricalibrare le energie. Un'intelligenza consapevole che - come direbbe Jean Klein - opera una "riorchestrazione spontanea delle energie". Nella via diretta (advaita non-duale) di cui Klein è magnifico ispiratore, si sposta l'accento dal materiale emotivo (percezione soggetto-oggetto) alla presa di coscienza radicale che quel materiale emotivo è illusorio (non inesistente, illusorio...), dunque, si smonta il "problema" all'origine, alla radice

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La stessa distruzione radicale alla radice che in ambito tibetano la mistica Machig Labdrön ha trasmesso nella preziosa "Raccolta di insegnamenti orali sulla Recisione dei demoni" leggibile nei "Canti Spirituali" (edizione Adelphi). I "demoni" a cui allude questo antichissimo insegnamento - anch'esso riferibile alla via diretta (Mahāmudrā Chöd)  - sono tutte le illusioni mentali alimentate da psichismo più o meno consapevole ("la radice di tutti i demoni è la propria mente") ma ce n'è una alla radice che le raccoglie tutte e che, se eliminata con la grazia di visione profonda o chiara visione, smonta tutto il resto da sé: 

è il demone dell'orgoglio, ovvero, del sentirsi separati e vivere nella presunzione costante che alimenta il senso di importanza personale a scapito del senso di vita universalmente vuota, infinitamente meravigliosa, imprevedibile, ignota e, pertanto necessariamente gioiosa, beata. Una gioia senza oggetto, senza causa, senza scelta. Il vasto e chiaro spazio della dimensione essenziale della realtà. 


"La gioia, la sicurezza, il senso della libertà provengono da ciò che siamo basilarmente, dall'"io sono pura coscienza ... Il conflitto, il problema apparente è un prodotto dello spirito avido di espansione, di giustificazione. Da lui nascono tutte le argomentazioni. Il vedere questo in modo istantaneo, globale, vi lascia a ciò che non avete mai cessato di essere:  l'insondabile felicità del Sè". 

(Jean Klein,  La gioia senza oggetto)


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21 febbraio 2019

Mirra Alfassa La Mère compagna spirituale di Sri Aurobindo



Il 21 febbraio 1878 nasceva Mirra Alfassa, nota con il nome di Mère, mistica francese, seguace e compagna spirituale di Sri Aurobindo.

La profondità dello sguardo di questa donna non potrebbe essere descritta meglio che dalla sue stesse parole, i versi dall'Agenda di Mère dedicati all'Anima: 

"Quando guardiamo una persona cosciente dell'anima e che vive nell'anima, ci sembra di scendere, di scendere in profondità, giù in fondo all'essere, lontano lontano, lontanissimo dentro; mentre di solito, quando guardiamo qualcuno negli occhi (ci sono occhi in cui non si entra proprio, c'è come una porta che lo impedisce; ma insomma, ci sono occhi in cui è possibile entrare), una volta entrati incontriamo quasi subito una cosa che vibra, anzi che a volte brilla con tutto uno scintillio. Allora, sbagliando, diciamo: "Ah, ecco un'anima viva!" E invece non è così: tutto quello scintillio è il Vitale. Per scovare l'anima dobbiamo ritirarci dalla superficie, in profondità, e poi entrare dentro dentro, scendere e scendere in un pozzo profondissimo, silenzioso e immobile: lì allora incontriamo qualcosa di caldo, tranquillo, ricco di contenuto, assolutamente immobile e pieno, qualcosa di simile a una dolcezza - l'anima. Se insistiamo, e se siamo coscienti di noi, ecco una specie di pienezza, come una cosa completa che contiene profondità insondabili. E sentiamo che ad entrare lì dentro ci verrebbero svelati tanti segreti. E' come qualcosa di eterno, che si riflette su un'acqua calmissima, qualcosa dove non esistono più i limiti del tempo: ci sembra di essere sempre esistiti e di esistere per l'eternità."

(Mère - dall'Agenda di Mère)


Non ho conosciuto personalmente Mère, ma l'incontro che ebbi con lei e Sri Aurobindo, durante uno dei mie primi viaggi in India, fu qualcosa di irreversibile. Prendo spunto dalle pagine della tesina che scrissi per il mio esame da insegnante yoga, dedicata allo Yoga Integrale di Aurobindo, e che inizia con questa Premessa fondamentale. 

PREMESSA

Ho avuto la fortuna di “incontrare” Sri Aurobindo quasi 10 anni fa, anzi, esattamente 10 anni fa visto che l’occasione mi fu data da un viaggio in India svolto nel 2006 per lavoro. Vi partecipavo come giornalista e avrei dovuto fare un reportage per un magazine online dedicato ai viaggi e al turismo. Al tempo non avevo idea di che cosa fosse lo yoga, anzi… attraversavo una fase alquanto scettica della mia vita riguardo alle “cose spirituali”, ero nella piena fase materialistica del non credere a nulla se non alle fugaci esperienze sensoriali che, giorno dopo giorno, parevano dare una qualche parvenza di senso al mio passaggio su questa terra: non che me ne importasse granché, in quel momento, del senso. Cercavo piuttosto un modo per essere in pace, con me stessa e con il mondo, e di accaparrarmi qualche briciola di serenità, pur nel malumore che le delusioni ricevute (o quantomeno le incompletezze, le soggezioni e le incomprensioni) dalla mia educazione cattolica frequentemente m’insidiavano nel profondo.
Avevo 29 anni e i miei 30 li avrei festeggiati proprio durante quel viaggio, in India, a Delhi per la precisione, di ritorno dal Ladakh, quell'area geografica nota come piccolo Tibet indiano (ed, in effetti, la regione himalayana che poi è stata la tratta principale del mio itinerario, ha molto più a che vedere con il Tibet che non con l’India vera e propria). Era il 10 settembre del 2006. La tappa di scalo a Delhi, necessaria per il passaggio a Leh, la capitale del Ladakh, è stata prodiga di tesori – come tutte le cose che capitano quando sei “di passaggio”. Mi viene in mente la frase di John Lennon “La vita è ciò che accade mentre stai facendo altri progetti”.
Lo stop-over a Delhi, oltre a restituirmi l’emozione straordinaria della visita a quel miracolo in marmo che è il Taj Mahal – raggiunto dopo un inenarrabile viaggio in pullman fino ad Agra! –, mi ha portato per mano al cospetto di quello che sarebbe diventato, in seguito, una delle figure di riferimento nel mio percorso di yoga e di vita: il grande maestro, filosofo e poeta Sri Aurobindo. Sì perché una delle tappe della giornata nella capitale indiana, era un ashram dedicato a Sri Aurobindo dove ci saremmo fermati con il gruppo a fare alcune pratiche meditative [...]

Parte di questo pellegrinaggio nell'anima della terra che stavamo calpestando, erano meditazioni guidate, esercizi di yoga della tradizione tibetana facente capo ai nomi di yogin mistici quali Naropa, Tilopa, Milarepa, nonché il refrigerio devozionale della visita all’ashram di Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale, quel Purna Yoga, yoga cellulare o evolutivo che poi avrebbe continuato a ispirarmi senza fine e con sempre maggiore intensità, soprattutto nel nome del SURRENDER.

Dell’ingresso in quel luogo non ricordo molto per la verità, ma alcune immagini si sono profondamente radicate in una memoria più sottile, come ad esempio, la stella a sei punte con al centro il fiore di loto sopra un lago blu (simbolo dello Yoga Integrale) che spiccava all'ingresso dell’ashram e, soprattutto, la gigantografia ritraente Aurobindo in età non giovanile che dominava la parete dello shop center dove – non so per quale motivo – siamo passati subito. 

Il simbolo dello Yoga Integrale di Sri Aurobindo: un fiore di loto che si appoggia sulle acque blu di un lago, corrispondente al chakra del Cuore, il "grande trasformatore" Foto Cecilia Martino








Questa immagine del maestro è una delle poche foto sue (non amava farsi fotografare) e una delle più famose: lo scatto è del celebre fotografo Henri Cartier-Bresson. Accanto a lui, sempre in gigantografia, un ritratto di Mère e pure su di lei il mio sguardo ha in qualche modo vacillato, incuriosita anche da chi potesse essere quella donna dai tratti palesemente occidentali in relazione a un guru spirituale indiano.

Sri Aurobindo nel celebre scatto di Henri Cartier-Bresson






























Ricordo di non riuscire a staccare gli occhi da quelle foto, le scrutavo quasi morbosamente e qualcosa di imperscrutabile si rivolgeva a me, come risucchiandomi in uno stato di fascinazione misto a soggezione. Entrambi avevano qualcosa di austero e una ombrosa luce irradiava da quei volti maturi, una severità che sembrava non volesse concedere nessun tipo di sentimentalismo eppure un fondo di riposante complicità, come se qualcosa di infinitamente più vasto riempisse le pupille assorte di quei volti, qualcosa che oggi non tarderei a chiamare Grazia. La grazia del Surrender, la resa totale e definitiva al divino, quella Forza cosciente che si allieta semplicemente nella sua gioia di puro esistere: Sat Cit Ananda.


Quei volti mi sarebbero tornati spesso quali emblemi concreti della realizzazione della semplice ed essenziale verità vedantica del Sat Cit Ananda: l’esistenza (Sat) che gioisce (Ananda) del suo essere Cosciente (Cit). Perché non c’è altra beatitudine da realizzare se non questa auto-coscienza che rientra nel piano evolutivo di ciascun individuo, che se ne sia consapevoli oppure no. 

Un simbolo (la stella a sei punte con il fiore di loto al centro), due volti (quelli di Aurobindo e Mère) e tre sillabe (Sat Cit Ananda). Queste sono le basi da cui vuole partire la mia testimonianza che ispirerà questo breve scritto senza alcuna pretesa speculativa nei confronti di un argomento così spesso, vasto e impeccabilmente trattato dai numerosi testi lasciati in eredità dagli stessi Aurobindo e Mère, ai quali umilmente affido l’ultima parola. La mia non vuole essere l’ennesima trattazione sullo Yoga Integrale né tantomeno una sintesi (ci ha pensato Aurobindo nei più che mai esaustivi volumi de “La Sintesi dello Yoga”, tra gli altri), piuttosto una sorta di ringraziamento in forma per lo più poetica, più simile cioè a una narrazione per immagini che a una spiegazione per concetti. La scelta di questo approccio, oltre ad essere più in sintonia con una mia predisposizione naturale, si allinea al sentiero tracciato dallo stesso Aurobindo il quale, da poeta qual era per vocazione, affidò definitivamente alla forma visionaria immaginale lo stile della sua ultima magistrale opera, Savitri, una prodigiosa epopea di 23.813 versi (una sorta di quinto Veda!) che doveva racchiudere la visione sviluppata in oltre 40 anni di ricerche, con tutta l’urgenza di un testamento spirituale per l’umanità intera. Tale opera consegna proprio al linguaggio mitopoietico il compito di “creare oltre se stessi”, superando la dialettica di qualsiasi linguaggio discorsivo che tende a solleticare la mente intellettuale più che a ispirare l’anima. L’alternativa al letteralismo è il mistero, ecco perché le verità più profonde si svelano sempre in forma poetica, non letterale ma simbolica.



Aurobindo, che fu acuto intellettuale e infaticabile ricercatore, che scrisse una quantità incredibile di libri con una padronanza linguistica e finezza argomentativa insuperabile, conquistò le vette più alte della sua ispirazione ed aspirazione quando, in fin di vita, si lasciò letteralmente dettare le rime di Savitri attingendone le parole direttamente da quella vastità di livelli che il suo yoga identificava come Brahman integrale … Non era nemmeno più lui a scrivere, ma era la Forza che agiva attraverso di lui, trovandovi un canale assolutamente aperto nel Surrender supremo di chi sente di stare per lasciare il corpo fisico e di dover ultimare un compito. Instancabile sperimentatore fino all'ultimo, Aurobindo definì Savitri come un esperimento in poesia mistica, poesia spirituale messa in forma simbolica. Qualcosa che non può essere intralciata da vecchie idee di tecnica né tantomeno da un criterio pertinente a una poesia puramente intellettuale e astratta che fa della “ragione e del gusto” gli arbitri supremi.

Quando non possiamo più spiegare, - è l'inizio della poesia, forse l'inizio del vero mondo”. 

È dalla poesia che possiamo accedere più direttamente (...) a quella Vibrazione inesprimibile. Vedo l'espressione di Sri Aurobindo nella sua forma poetica, piena di un fascino e di una semplicità - di una semplicità, di una dolcezza, di un fascino penetrante - che ci mette in contatto diretto [con la Verità] molto più intimamente che non tutte quelle cose mentali. (Da L’Agenda di Mère)

Ecco, forse ora di quella gigantografia, a distanza di 10 anni – dopo aver letto una gran parte degli scritti di Aurobindo, dopo aver intrapreso e praticato le vie più classiche dello yoga (dall’Hatha che è stato il mio battesimo al Raja Yoga con approfondimenti sempre maggiori) e anche quelle più esoteriche (lo Yoga sciamanico) – posso dirlo cosa è rimasto impresso, indelebile. Era la Poesia. Il turbamento di un’emozione intensa che scuote come il richiamo dell’anima alla bellezza. Ananda. Al di là del bene e del male, gioia integrale. Aurobindo l’avrebbe chiamata “aesthesis – surmentale”. 
A me piace chiamarla, ancora, semplicemente Poesia.
E lo yoga che altro è se non una poesia dell’Anima? 






E ancora, le parole di Mère:

Mi sembra assai difficile fare lo yoga con la testa. La volontà non è nella testa, la volontà – ciò che io chiamo volontà – è qualcosa che si trova nel cuore, che ha potere d’azione, potere di realizzazione … È il cuore che ha le ali, non la testa!”.


Tornare al Cuore delle cose e della vita è schiudersi al divino con la stessa attitudine di un fiore in primavera. 
Un fiore non può scegliere se profumare o meno, se sbocciare o no. Succede e basta. 
Allo stesso modo è nella natura dell’uomo risvegliarsi alla coscienza superiore che lo anima e, una volta stabilito questo contatto, non rimane che arrendersi a tale destino che profuma inesorabilmente di gioia. Satcitananda.

Riporto ora per esteso uno scritto della Madre tratto da un libro di difficile reperimento, datato 1972, ma di cui l’universo ha voluto farmi dono con le sue sempre magnifiche imprevedibili sincronicità. S’intitola “Il significato delle contrarietà”.

Che possa ispirarvi nei momenti in cui ne avete più bisogno.
IL SIGNIFICATO DELLE CONTRARIETÀ













La nozione che abbiamo del bene e del male non è la stessa per una coscienza sia pure evoluta che per la Coscienza divina. Vedendo le cose con una visione spirituale vi accorgete che quello che a voi sembra buono o favorevole non è sempre il meglio. Bisogna apprendere fino dai primi momenti che la percezione divina di ciò che vi porterà il più rapidamente possibile al traguardo è totalmente differente dalla vostra e per voi incomprensibile. Per questo motivo bisogna dirsi fin dal principio: “Va bene, accetto tutto e comprenderò più tardi”.
Molto spesso si vedono degli esseri che prima di incominciare lo yoga avevano una vita relativamente facile e non appena incominciata la loro vita spirituale, tutte le circostanze alle quali erano così particolarmente attaccati si separano da loro in un modo più o meno brusco. Allora incominciano a turbarsi, e magari impiegando altri termini, altri pensieri, finiscono per arrivare a queste conclusioni: “Che? Come? Sono diventato buono e mi si ripaga con questa moneta?”
Tutta la nozione umana della giustizia si riassume in queste frasi. “Uno cerca di diventare buono ed ecco che le catastrofi si riversano su di lui! Tutte le cose che amavate e che vi facevano piacere si allontano da voi, le persone che amate vi abbandonano; non vale veramente la pena di essere saggio e di compiere uno sforzo”. E se continuerete il vostro ragionamento fino in fondo scoprirete il tarlo che vi rode – scoprirete che state facendo lo yoga per interesse, pensando che la vostra posizione diventerà migliore e che verrete premiati per la vostra saggezza. Ebbene questo allontanarsi da voi delle cose che ambite sarà la più bella lezione che possiate ricevere. Finché la vostra aspirazione nasconde un desiderio e il vostro cuore alloggerà l’impulso di mercanteggiare col Divino, i fatti s’incaricheranno di darvi buoni colpi fino a che, dentro di voi, non vi risvegliate alla vera coscienza, senza porre condizioni e senza patteggiamenti”.
(da “Parole dagli scritti di Mère e Sri Aurobindo”, Sri Aurobindo Ashram Trust, 1972)




OM NAMO BHAGAVATE- Il mantra di Mère



Lo Yoga del Corpo, della Materia, ha un ruolo cruciale nel Purna Yoga (Yoga Integrale) che è decisamente un viaggio dentro al corpo a livelli cellulari: è quello che – partendo dal presupposto che tutto sia vibrazione, corpo incluso – indaga sulla possibilità evolutiva di assorbire direttamente nelle cellule le vibrazioni sovramentali per eccellenza, quelle dell’amore incondizionato. Il mantra Om Namo Bhagavate riconosce l’esistenza come amore e assenza di paura. L’importanza della ripetizione del mantra nello yoga sovramentale di Aurobindo – che poi verrà continuato nell'esplorazione incessante di Mère nello yoga cellulare – parte dal presupposto fondamentale dell’esistenza come vibrazione. Anzi, vibrazioni di diverso tipo come abbiamo visto parlando dei diversi livelli di coscienza. La materia ha una natura vibratoria, il corpo stesso è vibrazione, dunque si entra nel corpo mediante le vibrazioni del suono (mantra) e del respiro (pranayama) e questa entrata nel corpo, negli strati più densi e grossolani della materia, può favorire la trasformazione delle condizioni fisiche della vita. [...]

La fiducia piena viene potenziata anche attraverso la ripetizione del mantra, strumento di risveglio introdotto da Mère dopo la morte di Aurobindo, a seguito delle sue sperimentazioni solitarie e sempre più approfondite sulla modificazione della materia e del corpo a livello cellulare. Il mantra scelto da Mère è uno dei più antichi dei Veda, Om Namo Bhagavate che, nella sua versione estesa presente nel Rig Veda suona così: Om Namo Bhagavate Vasudevaya che vuol dire “Saluto la Verità Suprema nella forma di Vasudeva”; Vasudeva è uno dei volti di Krishna ma può essere simbolicamente recepito come l’aspetto amorevole e sapiente del divino, universalmente valido. Le vibrazioni contenute nel mantra sono quelle dell’amore incondizionato e, dove c’è tale tipo di amore totale, non può esistere paura.
Con il mantra si diffonde nel corpo l’assenza della paura, si creano nuove contagiose “abitudini” cellulari, quelle della “vibrazione di verità”, come la chiamava Mère per distinguerla dall'abitudine menzognera di essere sempre in trepidazione per qualcosa.

La mente fisica è una mente piena di paura, tuttavia essa non deve essere annientata. Nello Yoga Integrale, infatti, non c’è niente che viene negato, tutto deve essere inglobato cioè potenziato per poi essere superato in una forma migliore, più adatta a sviluppare il potenziale insito nell'evoluzione dell’uomo. Agendo nel corpo attraverso il corpo, la forza sovramentale mette in atto la trasformazione necessaria per il compimento di una vita divina sulla terra. È tutta una questione di Coscienza Vibratoria.



ASCOLTA IL MANTRA 
OM NAMO BHAGAVADE VASUDEVA





CONSIGLI DI LETTURA

Nel suo libro Esperienze Yoga, il maestro dell'Accademia Yoga 1969 di Roma Giorgio Furlan racconta e descrive il suo incontro con Mère. 

Sono pagine di intensità inenarrabile. 

Qui di seguito, un estratto dal libro:

"Cercai di reggere il suo sguardo e di abbozzare a fatica un sorriso per coprire il mio palese e forte imbarazzo. Provai ad opporre una resistenza interiore, provai a contrapporre una forza, una barriera, ma dovetti subito cedere. Sentii una indefinibile sensazione.
Per alcuni minuti intesi in me una scossa interna, un martellante battito vibrante, che mi rivoltò sottosopra, come se quello sguardo mi stesse mettendo a nudo, come se avvenisse, tra lei e me, un lungo, interminabile interrogatorio interno su tutti i miei precedenti pensieri, azioni e parole." [...]



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