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21 luglio 2023

Gayatri o Savitri Mantra: simbolo completo della luce



La Gayatri, chiamata anche Savitri, è un simbolo completo della luce. E' certamente molto più dell'epifania della luce; è la luce stessa … 


OM bhur bhuva svaha
tat savitur varenyam
bhargo devasya dhimahi
dhiyo yo nah pracodayat
OM
meditiamo sullo splendore glorioso
del divino Vivificatore.
Possa Egli illuminare le nostre menti

"La Gayatri è un simbolo completo della luce. E' certamente molto più dell'epifania della luce; è la luce stessa quando la recitazione è una vera preghiera, un'assimilazione e un'identificazione con ciò che si prega. Ogni verso sottolinea un aspetto della luce: lo splendore glorioso dell'Ultimo, la sua radiosità interna (verso 1); la luce che crea, la luminosità comunicativa del Sole increato, Savitr, lo splendore del Dio vivente che illumina ogni cosa (verso 2); e, infine, l'incidenza della luce divina sui nostri esseri, e in particolar modo sulle nostre menti, rendendo noi stessi rifulgenti e trasmettitori della stessa rifulgenza e convertendoci in luce: luce da luce, splendore da splendore, uno con la sorgente della luce, non in una pesante identità ontologica, ma in una "luminosa" identità di luminosità, totalmente trasparente - atman-brahman (verso 3)".

(Tratto da Raimon Panikkar "Gli Inni cosmici dei Veda")




Sorgere del sole, Porto Recanati 21 luglio 2023





Che il vento soffi dolcezza!
Possa il vento soffiare dolcezza,
i fiumi far scorrere dolcezza, 
le piante produrre dolcezza,
per l'Uomo della Verità!
Dolce sia la notte,
dolce l'alba,
dolce la fragranza della terra,
dolce il Padre Cielo!
Possa l'albero concederci dolcezza,
il sole irradiare dolcezza,
le nostre vacche produrre dolcezza -
latte in abbondanza!
(Rig Veda I, 90,6-8)


La spiritualità del corpo 
è il sentimento di un legame con l’universo.

19 novembre 2022

I Mantra e la Scienza del Japa Yoga | Il Suono che libera la mente dall'ignoranza



I mantra, letteralmente "strumento della mente, del pensiero" sono il cardine della scienza del Japa Yoga, lo Yoga dell’Energia del Suono, uno dei sentieri autorealizzativi dello Yoga.

“La ripetizione metodica e continua del Mantra permette la realizzazione dell’Aspetto Divino invocato”.

In questo aforisma contenuto negli Yoga Sutra di Patanjali (uno dei testi di riferimento fondamentali dello Yoga) si trova condensato il senso dell’utilizzo dei mantra a scopo evolutivo e realizzativo che è il fine ultimo dello Yoga: realizzare lo stato di beatitudine nell’Unione con l’Atman, il Divino imperituro e assoluto, la nostra vera natura.

I mantra svolgono tale importante funzione utilizzando il potere del suono e della vibrazione. Sono il cardine della scienza del Japa Yoga, lo Yoga dell’Energia del Suono, uno dei sentieri autorealizzativi dello Yoga. 

Letteralmente Mantra vuole dire “strumento della mente, del pensiero”: l’etimologia richiama la parola sanscrita “manas” che si riferisce alla sostanza mentale e “traya” ciò che tranquillizza. L’effetto della ripetizione dei mantra ha come effetto principale quello di acquietare la mente, rendendola più ricettiva all’assorbimento di energie superiori, vibrazioni cosmiche benefiche che si ripercuotono anche a livello del corpo fisico (Anna Maya Kosha). I mantra agiscono a livello dei corpi più sottili (Prano Maya Kosha, Mano Maya Kosha, Vijnana Maya Kosha e Ananda Maya Kosha) che vengono sollecitati, potenziati e riarmonizzati.

Il mantra conferisce pace, beatitudine, illuminazione e consapevolezza. Risveglia l’intelletto aprendo l’intuito; il pensiero creativo si verifica spontaneamente quando si lascia scorrere la ripetizione del mantra al posto della mente pensante.
Il mantra sostituisce la centratura sull’ “Io” con la centratura su “Dio”.


A tal fine, però, non basta la ripetizione automatica, distratta, apatica del mantra, bensì è necessario il giusto atteggiamento (umiltà, devozione, fiducia, apertura), ricettività e partecipazione attiva in uno stato rilassato ma vigile.
In sanscrito si utilizza il termine bhava che indica il sentimento, la disposizione interiore, l’attitudine utile per ottenere i migliori risultati dalla Sadhana (pratica di Yoga). Per l’esattezza, il japa mantra deve essere eseguito con fede (shraddha), amore (bhava), concentrazione (dharana) e senza desiderio di benefici personali, cioè con un atteggiamento che favorisca lo sviluppo del distacco interiore (vairagya).

La ripetizione continua del mantra, di un nome sacro, di una preghiera, tenendo a mente e facendo dischiudere nel cuore il significato spirituale delle parole usate, è l’essenza del japa. La pratica del japa pone l’accento sull’aspetto di continuità e ripetizione ininterrotta, requisito fondamentale per neutralizzare la naturale tendenza dispersiva della mente (vikshepa) e tenerla focalizzata sulla contemplazione della vera essenza (Atman).
Saturare la mente di mantra è il continuo scorrere della coscienza divina dentro al cuore.


È molto importante ricordare che qualsiasi strumento utilizzato dallo Yoga non ha un potere in sé stesso, ma viene “attivato” dalla coscienza del praticante: lo Yoga è un processo scientifico di risveglio della Coscienza Superiore che implica il coinvolgimento sempre vivo del ricercatore, “tapas”, aspirazione o fuoco spirituale, disciplina, buona volontà e Surrender (resa totale al divino, dono di sé).

Il vero potere di risveglio non sta nell’utilizzo mnemonico e automatico di strumenti esterni imparati con la tecnica, bensì nell’apertura del cuore e nella liberazione del potenziale interiore insito nel profondo dell’essere umano.

La tecnica del mantra, se avvicinata in modo scorretto, può in tal senso essere insidiosa e indurre l’adepto a credere che basti cantare qualche mantra ogni tanto – attività piacevole e rilassante – per dischiudersi alle verità superiori o per ottenere benefici duraturi. Dietro ai mantra c’è una scienza esatta che solo l’autentica ricerca e auto indagine perseverata con sentimenti non personalistici di apertura e devozione potrà eventualmente essere rivelata al cuore del Sadhaka.



 

I DIVERSI TIPI DI MANTRA E IL LORO UTILIZZO NELLA SADHANA

I mantra sono dei suoni mistici, formule intrise di vibrazioni molto elevate in quanto sono state ricevute dai grandi Rishi (veggenti) dell’India per intuizione diretta durante stati di profonda meditazione e contatto con l’Assoluto. Il potere della ripetizione cosciente ha poi consegnato a queste formule sacre ulteriore energia, dal momento che esse hanno assorbito per secoli l’energia e l’intenzione spirituale dei Rishi e dei grandi Maestri risvegliati che li hanno ripetuti, incarnati e trasmessi ininterrottamente come parte della Via autorealizzativa dello Yoga, da oltre 5000 anni.

I mantra utilizzati dal Japa Yoga possono distinguersi a grandi linee in questi tre tipi:

Versi, sloka e aforismi tratti dai libri sacri (Upanishad, Veda etc.)

Bija mantra

Pranava Om 

 



MANTRA DAI LIBRI SACRI

Formule più estese, sono i versi (sloka) contenuti nei Veda, nelle Upanishad e in altri testi sacri dell’India, i libri rivelati (shrutis). Sono anche mantra specifici consegnati dal guru al discepolo, al tempo della sua iniziazione e che il discepolo non dovrà mai rivelare.
Recitare tali mantra, comprendendone il significato profondo mediante l’approfondimento delle letture da cui sono ricavate, sostiene il risveglio della conoscenza intuitiva della Verità dell’adepto che vi si accosti con attitudine devozionale (Bhakti) e conoscitiva (Jnana).

Durante le lezioni di Hatha Yoga possono essere cantati all’inizio e alla fine della pratica per indurre uno stato di quiete e ricettività mentale. Tra questi ci sono il Gayatri Mantra (il mantra della Realizzazione Interiore), il Purna Mantra (mantra della Coscienza Cosmica), il Mrityunjaia Mantra (mantra dell’Immortalità), Svasti Mantra (mantra della Prosperità), Sat Mantra (il mantra della Conoscenza Interiore), Saha Mantra (mantra della Protezione), Sarve Mantra (mantra della Gioia), Gurur Mantra (mantra della Saggezza), Ananda Mantra (mantra dell’Armonia).


Citiamo inoltre i quattro Mahavakyas, ovvero le “grandi sentenze o detti” dei Veda, meditando le quali la mente viene condotta dal mondo dei nomi e delle forme a Brahman, puro Essere supremo e indivisibile.

1. Prajnanam Brahma: Brahman è pura Intelligenza-Coscienza

2. Aham Brahmasmi: Io sono Brahman

3. Tat tvam asi: Tu sei Quello

4. Ayam atma Brahma: Questo atman è Brahman

Il primo si trova nella Aitareya Upanishad del Rig Veda e contempla Brahman come conoscenza infallibile, conferisce la conoscenza dell’Io.

Il secondo – che si trova nel Bridad-aranyaka Upanishad del Yajur Veda – è una diretta presa di coscienza che mostra il “testimone unico dell’Universo” (Io sono Brahman).

Il terzo, contenuto nella Chandogya Upanishad del Sama Veda, “Tu sei Quello” indica l’identità dell’anima individuale con il Brahman o puro Spirito.

Il quarto si trova nella Mandukya Upanishad della Atharva Veda ed è la parola che procura la visione diretta grazie alla quale si giunge alla conoscenza di Brahman.


Ecco un esempio di come Swami Sivananda, nel suo libro Concentrazione e Meditazione, spiega l’utilizzo a fini meditativi del mantra Aham Brahmasmi:

“Provate costantemente ad essere il puro Sat-chit-ananda vyapaka atman (esistenza assoluta, conoscenza assoluta, felicità assoluta, Brahma onnipenetrante), mentre ripetete mentalmente “Aham Brahmasmi”. Ma la sola ripetizione con le labbra non può dare grande profitto. Dovete provarlo intensamente, nel profondo del cuore. Giungerete gradualmente allo stato di coscienza superiore per l’esistenza di questo sentimento profondo (bhava) […] In questa meditazione il corpo e l’universo sono concepiti come delle espressioni di Brahman nel quale sono inclusi”.


Con la ripetizione sincera di questo mantra – specifica Sivananda – “la meditazione si focalizza e si espande su questi concetti: Infinità sono io, Eternità sono io, Immortalità sono io.” Si può così raggiungere l’intuizione diretta dell’ignoranza di base (avidya) che confina l’essenza eterna dell’uomo nei limiti del mondo dei nomi e delle forme, del corpo e della mente limitata, mediante il processo dell’identificazione con ciò che è provvisorio e relativo. In tal senso, un'altra definizione di mantra è "Suono che libera la mente dall'ignoranza". 



 

BIJA MANTRA



Il secondo tipo di mantra utilizzato nel Japa Yoga sono i bija mantra, i suoni-seme che nella fisiologia esoterica dello Yoga sono associati ai Chakra (centri di energia supersottile o ruote vitali), alle relative Nadi (canali energetici o condotti supersottili) e alle divinità tutelari (Istha Devata) che riflettono e potenziano differenti aspetti divini. In questo caso il mantra è considerato al pari di una Divinità.

La Bibbia dice: “In principio era il Verbo, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio”, non diversamente dal Rig Veda: “In principio era il Brahman, con cui era la Parola; e in verità la Parola era il Brahman supremo”. In quanto tale, il mantra contiene un potere trasformativo divino, o shakti, che si manifesta attraverso il suono.

Ciascun bija mantra ha un percorso grafico, una forma geometrica o yantra, che gli corrisponde come una mandala. Ripetendo il mantra di un particolare Santo, Siddha o Divinità, è possibile invocare la sua presenza e le sue benedizioni.


Durante le lezioni più avanzate di Hatha Yoga, nel Kundalini Yoga e nel Tantra, i bija mantra vengono utilizzati insieme alle visualizzazioni dei relativi Chakra al fine di potenziare il risveglio delle energie interiori durante la fase del mantenimento prolugato dell’asana. Favoriscono la concentrazione, l’interiorizzazione e lo sblocco delle energie associate ai Chakra di riferimento.


I bija mantra principali associati ai 7 Chakra sono:

LAMMuladhara Chakra con 4 Nadi i cui bija mantra sono: Vam, Sam, Sham, Kham

VAMSwadhistana Chakra con 6 Nadi i cui bija mantra sono: Bam, Bham, Nam, Yam, Ram, Lam.

RAM Manipura Chakra con 10 Nadi i cui bija mantra sono: Dam, Dham, Nam, Tam, Tham, Dam, Dham, Nam, Pam, Pham.

YAMAnahata Ckakra con 12 Nadi i cui bija mantra sono: Kam, Kham, Gam, Gham, Gnam, Cham, Chham, Jam, Jham, Jnam, Tam, Tham.

HAMVishuddha Chakra con 16 Nadi i cui bija mantra sono: Am, Aam, Im, Iim, Um, Uum, Rm, Rrm, Lm, Llm, Em, Aim, Om, Aum, Am, Ah.

OMAjna Chakra (o Trikuti) con 2 petali laterali (formati ognuno da 48 nadi) i cui bija mantra sono: HAM e KSHAM

OM -Sahasrara Lotus con 1000 o 960 nadi.


 

PRANAVA: LA SILLABA SACRA OM



“Cerca il suono che non si arresta mai” (Rumi)

Il mantra OM è l’essenza stessa dello Yoga, suo simbolo per eccellenza e radice di ogni mantra di ogni suono, di ogni parola, di ogni possibile manifestazione universale. Pranava - la cui etimologia richiama "ciò che viene prima" (prn) e "suono" (na) - ci indica chiaramente che è il Suono dal quale origina ogni altra possibile parola, ed è per questo che tutti i mantra iniziano sempre con la Om, il suono trascendentale dell'Inizio, di qualsiasi possibile cominciamento. 
Questo simbolo sacro (omkara) si lega alla visione che gli antichi Rishi e yogi avevano del Cosmo e della creazione intesa come un movimento costante di espansione, mantenimento e dissoluzione (Trimurti) alla cui origine – secondo le sacre scritture vediche - sarebbe proprio la vibrazione Om. Per essere in armonia con la mente universale, lo yogi riproduce tale suono con tono lungo, costante e profondo.

Gli aforismi 27, 28 e 29 degli Yoga Sutra di Patanjali recitano:

“Egli è espresso dalla parola OM”.

“Questa parola deve essere ripetuta con meditazione sul suo significato”.

“Da ciò viene la conoscenza dell’Atman e la distruzione degli ostacoli a quella conoscenza”.

Sostanzialmente ci viene indicato che ripetere il mantra OM, meditando sul suo significato, è un modo per realizzarci interiormente.


Come si ripete la OM? 

OM è composto originariamente da tre suoni: la A, la U e la M.

Il praticante si mette in una posizione seduta comoda con la spina dorsale verticale. Effettua una profonda inspirazione, poi, aprendo la bocca pronuncia durante l’espirazione il suono A concentrandosi sul centro dell’emotività, il plesso solare nell’area addominale. Poi passa al suono U portando la mente all’altezza del cuore e continua con la M prolungata portando la coscienza sulla parte alta del capo.


Questa vibrazione energetica scuote e vivifica tutte le cellule dell’organismo purificando e aprendo, a livelli sottili, tutte le Nadi (i Canali Energetici) dell’essere umano.

Il fatto che tale suono mistico sia composto da tre sillabe richiama molte corrispondenze inerenti al numero 3. Per l’esattezza, 3 + 1: il punto in alto nella rappresentazione grafica della OM rappresenta quello che nelle Upanishad viene chiamato “il Quarto”, lo stato trascendente della Pura Coscienza, la realizzazione del Turiya, l’immortalità dell’anima.

Tre come la Trimurti dei tre aspetti divini simboleggiati da Brahma (Creazione) Vishnu (Conservazione) e Shiva (Trasformazione).

Tre come le tre essenze qualità divine Sat (Esistenza) Cit (Conoscenza) e Ananda (Beatitudine)

Tre come gli stati di Coscienza che dall’ordinario (stato di veglia, di sonno e di sonno profondo senza sogni) conducono alla Supercoscienza unitiva del Samadhi, il quarto stato Turiya, il Vuoto, il Supremo, l’Immortale e l’Immutabile. Tali stati corrispondo a loro volta ai livelli fisico (suono A), mentale ed astrale (suono U), il livello più sottile del sonno profondo (suono M) che è posto fuori dalla portata dell’intelletto. Il Sé o Atman è testimone distaccato dagli stati di veglia, sogno e sonno profondo.

Swami Sivananda esorta nel libro Meditazione e Concentrazione:

“Fissa la tua mente su questo suono mistico (pranava-dhvani) ed entra senza sforzo nella comunione suprema”.



IL MANTRA SENZA PAROLE (AJAPA MANTRA) O MANTRA DEL RESPIRO

Un altro modo di richiamare la OM e il suo profondo significato spirituale è con il mantra So’ham che significa “Io sono Lui, io sono Brahman”. SO si traduce con “Lui” e AHAM con “io”. Questo mantra prende nella Ishavasya Upanishad la forma di “Sohamasmi”. So’ham non è altro che OM, elidendo infatti le consonanti S e H si ha OM; dunque, non è altro che il pranava modificato. So’ham è il soffio vitale e OM è l’anima del soffio. Questo mantra è adatto ad essere associato alla respirazione, infatti, non fa altro che riprodurre in maniera spontanea il suono naturale del respiro: inspirando si produce un suono simile a SO ed espirando un suono simile ad HAM. Questo fatto viene chiamato il mantra senza parole (ajapa mantra) perché le labbra non si muovono durante la respirazione. Alla tecnica approfondita di questo mantra e della sua variante “hamsa so’ham, so’ham hamsa” è dedicata una intera Upanishad: Hamsa Upanishad.  



In sostanza, la OM sintetizza la Sadhana dello Yoga e – in quanto simbolo impersonale e universale - il fine ultimo della vita umana: quello di giungere a comprendere l’essenza spirituale, immortale e incorruttibile che ci anima, sperimentare il mondo fenomenico e tutte le creature come manifestazione di tale principio spirituale, fino a mantenere una ininterrotta immersione della coscienza Io-separativa nella Coscienza Dio-unitiva. Tale tentativo di sentire d’essere il tutto può essere facilitato con l’associazione di qualche simbolo verbale.

La OM – scrive Swami Sivananda – “da tempi immemorabili è servito ad esprimere l’idea di unità. Il metodo migliore, dunque, consiste nel ripetere questa parola OM e nel meditare in continuazione sul suo significato”.


MANTRA, POESIA RIVELATA E CONTATTO DIVINO

Sri Aurobindo, grande filosofo, poeta e mistico indiano, padre del Purna Yoga (lo Yoga Integrale) fu un grande utilizzatore del mantra, nonché uno degli esponenti di poesia mantrica mistica probabilmente più raffinati della letteratura indiana a fini evolutivi. Negli ultimi 30 anni della sua vita, ovvero fra il 1920 e il 1950), Sri Aurobindo ha privilegiato soprattutto la composizione poetica consegnando alla sua ultima colossale opera in versi, Savitri, tutto lo spessore di un testamento spirituale per l’umanità intera. Così si esprime nelle sue Lettere sulla Poesia (Letters on Poetry and Art):

“La parola è un suono espressivo dell’idea. Nel piano soprafisico, quando l’idea è realizzata, mediante la ripetizione della sua espressione verbale si possono produrre vibrazioni in grado di preparare la mente alla realizzazione dell’idea. È questo il principio del mantra”.


 

Mirra Alfassa, compagna spirituale di Aurobindo nota come La Mère, fece della ripetizione del mantra Om Namo Bhagavate, una delle pratiche ininterrotte sino alla fine della sua vita mortale. Il mantra scelto da Mère è uno dei più antichi dei Veda e, nella sua versione estesa presente nel Rig Veda, suona così: Om Namo Bhagavate Vasudevaya che vuol dire “Saluto la Verità Suprema nella forma di Vasudeva”. Vasudeva è uno dei volti di Krishna ma può essere simbolicamente recepito come l’aspetto amorevole e sapiente del divino, universalmente valido. Le vibrazioni contenute nel mantra sono quelle dell’amore incondizionato e, dove c’è tale tipo di amore totale, non può esistere paura. Con il mantra si diffonde nel corpo l’assenza della paura e, dunque, il rilassamento profondo, si creano nuove contagiose “abitudini” cellulari, quelle della “vibrazione di verità”, come la chiamava Mère per distinguerla dall’abitudine menzognera di essere sempre in trepidazione per qualcosa e, di conseguenza, contratti e tesi.



Un aspetto molto profondo dei mantra, a cui il sincero ricercatore può accedere per esperienza diretta, è che non si tratta di formule psichiche atte a ipnotizzare la coscienza a mo’ di formule magiche, ad ammaliare e a far evadere la mente dell’adepto verso mondi ideali isolandolo dalla realtà.

Le vibrazioni mantriche, quando correttamente ricevute, entrano nel corpo e consentono quella che potrebbe definirsi una esperienza tattile di Dio, quasi un toccare la divinità che vibra in ogni cellula del corpo fisico. Sivananda definisce spesso la meditazione come un “toccare Dio”, il tocco della Grazia che diviene così tangibile e concreto da non consentire più alcun dubbio mentale a riguardo. Quando tale tocco accade, Dio non è più un concetto astratto, un ideale come un altro a cui l’ego si attacca in maniera indefessa e sconsiderata, magari a fini compensativi, senza discernimento e compassione vera. Quando tutto il corpo viene invaso da tale soffio soprannaturale, evanescente eppure tangibile e indiscutibile, si è pronti per attuare la vita divina sulla terra, quell’alto ideale che tutti i più grandi maestri dello Yoga hanno letteralmente incarnato.
È fondamentale ricordare che è solo mediante il veicolo del corpo fisico e della mente e dei sensi che è possibile realizzare ciò che trascende corpo, mente e sensi.

Alla luce di questa consapevolezza, l’incarnazione su questa terra dovrebbe essere vissuta come un privilegio, non come un peso o una condanna.

Ce lo ricorda, tra gli altri, Annamalai, uno dei discepoli diretti di Ramana Maharshi:

“Il corpo umano è il solo veicolo con cui è possibile realizzare il Sé immanifesto. Con il corpo e la mente possiamo investigare e scoprire la Realtà che rimane intoccata dal corpo e dalla mente”.

A conclusione, riporto le potenti vibrazioni del Purna Mantra, l’Invocazione che apre la Sri Isopanisad (Isha Upanishad o Isavasya Upanishad).

Che il Suono della Coscienza e Conoscenza Cosmica possa penetrare in ogni cellula del corpo fisico apportando trasformazioni spontanee, benefiche, durature a tutti i livelli.

 


Om. Quello è il Tutto. Questo è il Tutto.
Da Tutto sorge il Tutto
Se dal Tutto è preso il Tutto
Solo il Tutto rimane.
Om Shanti Shanti Shanti!

 

 

OM PURNAMADAH PURNAMIDAM

PURNAT PURNAMUDACHATE

PURNASYA PURNAMADAYA

PURNAME VAVASISYATE




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11 aprile 2022

Liberarsi da un mondo di sofferenza | La lezione di Tara, divinità compassionevole


Mondo di sofferenza: eppure i ciliegi sono in fiore!” Questo haiku di Kobayashi Issa mi sembra quasi poter racchiudere il senso della compassione universale che affiora sul terreno di un paradosso evidente: c’è sofferenza e c’è bellezza al tempo stesso.
La sofferenza del “mondo” non impedisce ai ciliegi di fiorire e di effondere la loro commovente bellezza, seppur effimera, nella naturalità delle cose. In natura la bellezza è un processo inevitabile, inarrestabile, frutto di armonie invisibili a cui il corso naturale delle cose si arrende. Non c’è resistenza, a niente: ai temporali così come alle giornate di sole. L’ambiente naturale è uno spazio di minima resistenza alla vita che dona il massimo delle potenzialità vitali per sostenere processi di continua evoluzione. 


Possiamo accogliere qualsiasi luogo di natura (la madre Terra) come simbolo di questa dimensione equanime dell’esistenza in cui lo spiraglio di un modo più esteso di vedere le cose dona un bagliore luminoso persino a quel “mondo di sofferenza”.

La fioritura dei ciliegi in un mondo di sofferenza mi evoca la bellissima immagine della dea tibetana della compassione, Tara, emblema dell’equanimità e invero aggraziata raffigurazione della Madre, la madre Terra che sostiene e nutre.

Secondo la tradizione del buddhismo tibetano, Tara nacque da una lacrima del Bodhisattva Chenrizy che piangeva a causa delle sofferenze presenti nel mondo. Mossa a profonda compassione, la dea si promise di aiutare non soltanto lui, ma ogni essere. Il suo corpo di luce verde smeraldo radioso e trasparente allude alla sua capacità di azione illuminata, ovvero di aiuto disinteressato e altruismo scevro da motivi egoici.


TARA, LA COMPASSIONEVOLE

Immagine dal Libro di Ph.d. Wooten, Rachael
intitolato "Tara: The Liberating Power of the Female Buddha:
22 Meditations to Heal Ourselves and Repair Our World"


Considerata la madre di tutti i Buddha, rappresenta l’energia femminile, qualità energetica intrisa di senso di accudimento, empatia e saggezza. È una delle dee più amate e venerate dagli appartenenti al “Veicolo di Diamante” (Vajrayana), la forma tantrica del buddhismo tuttora praticata in Tibet, in Mongolia e in tutta la regione himalayana. Personifica la materna ed amorevole sollecitudine dei buddha nel suo aspetto di intervento rapido ed efficiente per proteggere e salvare tutti gli esseri senzienti.

La sua stessa postura – nella maggior parte delle sue figurazioni - esprime tale propensione a proteggere e a prendersi cura degli esseri viventi (la gamba destra piegata protesa in avanti pronta per un sollecito aiuto) unita all’atteggiamento meditativo a simboleggiare l’illuminazione dell’essere dietro la sua compassione. Un impulso di amore non cieco bensì guidato dalla chiara visione di una mente che non si attacca a nulla, a monito del fatto che l’amore autentico non può che nascere da un distacco dai condizionamenti mentali ed emotivi che inquinano la visione pura della nostra vera natura essenziale. 

Senza la possibilità di accogliere una prospettiva più ampia sull’esistenza grazie a una visione poeticamente e spiritualmente espansa, le cose del mondo ci influenzeranno sempre di più in una maniera eccessiva e distorta. L’equanimità è la qualità che, per eccellenza, ci connette a tale prospettiva più ampia, fa emergere il senso di interconnessione che ci lega alla nostra comune essenza umana e a tutti gli esseri viventi, nonché alle forze invisibili cosmiche universali che sostengono sottilmente la nostra evoluzione nel mondo relativo dei fenomeni e delle nostre vicissitudini personali. 

Non necessariamente è possibile controllare la sofferenza che si presenta nel mondo, ma c’è sempre la scelta su come relazionarci ad essa: se resisterle provando avversione, oppure se non resisterle confidando in un’armonia invisibile che nega l’evidenza richiamandoci all’intuito di una fede più grande, assoluta e definitivamente conciliante. 

L’inevitabilità del dolore può trovare nell’equanimità compassionevole non solo un rifugio, un balsamo, un antidoto, bensì una via concreta per la sua trasmutazione. 

FORMULE DI MEDITAZIONE SULL’EQUANIMITA’ E AMOREVOLEZZA (METTA)

Le formulazioni verbali utilizzate nelle pratiche buddiste di meditazione e interiorizzazione sulla gentilezza amorevole (Metta) e sull’equanimità, hanno il profumo e i colori della fioritura dei ciliegi. Emanano quel senso di quieta ineluttabilità, paziente fiducia nel corso delle cose e, in definitiva, resa totale (Surrender) a un piano di intelligenza superiore a cui affidare il senso di impotenza che a volte può affliggerci di fronte alla sofferenza, nostra e altrui. 
Proprio come i versi di una poesia dal potere rischiarante se lasciati vibrare in qualche attimo quieto di silenzio meditativo, queste frasi possono incoraggiare la connessione con un punto di vista non ordinario che può donare sussurri di leggerezza a ondate sempre più convincenti.

Un esempio di tali invocazioni


“Possa io accettare le cose come sono”.

“Le cose non vanno a modo mio. Lascio andare la mia idea di come dovrebbero andare. La mia percezione di ‘me’ e ‘mio’ deve ampliarsi”.

“Vi auguro felicità e benessere, ma non posso fare scelte per voi, e neppure controllare o mutare il corso delle cose”.

“Come io voglio essere libero dalla sofferenza, possano tutte le creature essere libere dalla sofferenza” .


(La pratica estesa di Metta è spiegata nel prezioso libro di Thich Nhat Hanh: Paura. Superare la tempesta con la saggezza)


MANTRA DI TARA: IL RISVEGLIO DELLA FORZA DELLA MADRE


Quando siamo sopraffatti da sentimenti negativi o da un eccessivo senso di smarrimento per la sofferenza che percepiamo in noi e nel mondo esterno, possiamo sempre rivolgerci a quella parte saggia e amorevole di noi che l’archetipo di Tara simboleggia con i suoi colori e dettagli allettanti, indumenti di seta celestiale e ornamenti stupendi che vogliono incoraggiare la fede in chi ne è privo e aumentarla in chi già la possiede. Evoca la bellezza incarnata dal piano di coscienza risvegliato e sorride con amore emanando empatia nonostante il “distacco” dato non dall’insensibilità al mondo, ma dalla visione espansa su quella parte di mondo illusorio creata dai condizionamenti mentali.

L’immagine di Tara propone un ideale a cui aspirare, la fusione tra sentimento ed equanimità, tra sensibilità di cuore e amorevole distacco di una mente discriminante che – intrisa di saggezza spirituale impersonale - trascende il piano della verità relativa connessa alla visione ordinaria, personale, psicologica, delle cose.

Il risveglio della forza della Madre dentro di noi
, richiama la discesa di un potere di fede totale che ti fa dire “Tutto è perfetto” quando invece tutto attorno a te sembra volerti convincere del contrario. Si tratta di uno sblocco di nevrosi basato sulla paura e diffidenza atavica molto potente. Una sfida lungo un sentiero inesorabile e paradossale così ben tracciato da Chogyam Trungpa, erede e maestro di meditazione dei lignaggi di Milarepa e Padmasambhava, nel suo libro La pazza saggezza.


Nella sua raffigurazione più comune, Tara dal colore verde è rappresentata seduta su di un trono di loto con la mano sinistra che regge un utpala (loto blu, simbolo dello scioglimento dei suoi blocchi di energia negativa) ed ha il palmo rivolto verso l’esterno, all’altezza del cuore, col pollice e l’anulare uniti e con le altre tre dita erette. La mano destra poggia sul ginocchio destro e anche il suo palmo è proteso verso l’esterno, ma col pollice e l’indice che quasi si toccano a formar e un cerchio, mentre le altre dita sono rivolte verso il basso in direzione del suolo: è questo il gesto simboleggiante il potere protettore e la suprema generosità. 


NON SFORZO, MA PAZIENZA 

Così come non si può rallentare né affrettare la fioritura di un ciliegio, nè la trasformazione di un bruco in farfalla, di un girino in rana e di qualsiasi altro processo in natura, così vanno rispettati i tempi di maturità e maturazione interiore di ciascun essere su questo pianeta. L’umiltà di accogliere le fasi di un processo, mantenendo salda l’aspirazione a protendersi verso il mistero della vita con occhi nuovi, può già stimolare un senso di compassione che “mantiene caldo il cuore”.
Mi viene sempre in mente che nella lingua spagnola “intuizione” si dice “corazónada”, la qualità del creare oltre sé stessi (il superamento dell’ego e la profondità intuitiva dell’essere) ha la radice nel cuore (corazón).
Il cuore è il grande trasformatore, il fuoco liberatore, qui è insito il potere di amare, il potere più rivoluzionario che ci sia.


Prendiamoci a cuore la nostra vita, nessuno al posto nostro potrà farlo, nemmeno Tara, che vuole solo spronarci a liberare le nostre energie spirituali latenti, specie quando la gravità delle cose terrene sembra volerci seppellire e disumanizzare! 

Alla bellissima dea, però, possiamo rivolgere il mantra che la onora, facendo vibrare in noi il respiro di una sempre rinnovata primavera.
Possa la confusione rinascere come saggezza!

OM TARE TUTTARE TURE SOHA



“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare,  

che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, 

che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere.” 

(Tommaso Moro)


"Persino il generale si tolse l'armatura per guardare le peonie" (poesia zen)


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20 novembre 2021

Elogio e significato del Ghee | Proprietà e benefici sottili dell'elisir più sacro dell'Ayurveda



I testi dell'Ayurveda tessono l'elogio del ghi - o ghee - che viene considerato un vero e proprio elisir, più che un semplice alimento. Riporto ora alcuni brani scelti dal libro di Ernesto Iannaccone "Ayurveda - La medicina dell'armonia tra l'uomo e l'universo".

   

Ecco come Charaka (l'autore del celebre trattato medico che porta il suo nome, Charaka Samita) descrive le proprietà del ghi:

"Il ghi aumenta la memoria, l'intelligenza, la forza digestiva, il seme, la vitalità, Kapha, il grasso; riduce Vata e Pitta, cura gli avvelenamenti, i disturbi mentali, la consunzione, la sfortuna, la febbre cronica.  È il migliore di tutti i grassi, rinfrescante, dolce di sapore e di trasformazione digestiva, ha mille potenzialità e se assunto nel modo corretto esercita mille azioni".
(Charaka Samita, XXVII, 231.232)


LA DIGESTIONE COME METAFORA DEL RITO SACRIFICALE

I motivi di tanta venerazione vanno probabilmente ricercati in considerazioni di ordine non medico. Il ghi costituisce il combustibile  del fuoco sacrificale e viene offerto in grande quantità agli dei; la digestione è una metafora del rito e ciò che vale per il sacrificio si applica anche al pasto: il ghi rappresenta un'offerta idonea per il dio Agni (dio del fuoco) nell'ambito del sacrificio e dunque un altrettanto valida offerta per il fuoco digestivo nell'ambito del pasto. 

Da un punto di vista chimico il ghi è burro fresco che è stato privato della caseina e dell'acqua mediante un semplice processo di riscaldamento a fuoco lento. Il metodo di preparazione del ghi contribuisce ad accrescere significativamente il suo appeal per gli ayurvedici: il burro entra in contatto con il fuoco purificatore, merito numero 1, e viene liberato di tutti i componenti indesiderabili, merito numero 2. Il ghi inoltre non decade o decade molto lentamente e si conserva a lungo anche fuori dal frigorifero, merito numero 3.


I testi ayurvedici decantano addirittura le virtù del ghi vecchio di un secolo! L'incorruttibilità del ghi è motivo di grande fascino per coloro che, come gli indiani, pongono lo spirito eterno al centro dell'universo e guardano alle forme mutevoli come mera apparenza. Il ghi si mantiene a lungo senza alterarsi, dunque è puro e ha dentro  di sé qualcosa dello spirito dell'immortalità: tale è il sentimento degli indiani.

L'IMPORTANZA DI AGNI, IL FUOCO PURIFICATORE 

La civiltà vedica è la civiltà del fuoco per eccellenza.
Il Rig Veda, la scrittura più sacra e antica degli indiani, ha inizio con la seguente invocazione:

"Porgo omaggio al fuoco, che è il sacerdote scelto, il dio, il ministro del sacrificio, l'offerente, il supremo conferitore di doni.
Agni è degno di adorazione da parte dei viventi e degli antichi veggenti.
Egli porta a noi gli dei.
Grazie ad Agni possiamo noi ottenere ricchezze, cibo in quotidiana abbondanza, quantità di eroi e di gloria." (Rig Veda, I, 1-3)

Agni è il dio del fuoco che viene adorato nelle cerimonie prescritte dai Veda ed è allo stesso tempo il principio vitale che risiede all'interno del corpo. […]
Nella concezione ayurvedica del mondo il microcosmo del corpo umano è visto come una metafora del macrocosmo. Lo stesso rispetto tributato al dio Agni è dunque portato al fuoco interno del corpo.



Charaka scrive: 

"Longevità, buon aspetto, forza, salute, entusiasmo, robustezza, luminosità, resistenza alle malattie, energia, produzione di calore e respiro vitale dipendono dal fuoco del corpo. L'individuo muore se quel fuoco si spegne, vive a lungo se quel fuoco è normale, si ammala se quel fuoco è irregolare. Agni è la radice di tutto". 

Non ci deve meravigliare dunque il fatto che l'Ayurveda, la medicina dell'India antica, attribuisse un ruolo così importante al fuoco interno, trasposizione medica del fuoco che abita il focolare domestico e l'altare rituale. […] Il conservare in efficienza l'Agni interno riveste per l'Ayurveda lo stesso carattere di necessità che rivestiva per gli uomini primitivi il preservare il fuoco acceso nella caverna o per i bramini indiani di ieri e di oggi il mantenere sempre vivo il fuoco dell'altare domestico.

TAPAS, IL FUOCO SPIRITUALE

La creazione materiale, uomo compreso, è destinata prima o poi a essere inghiottita dal potere che l'ha emessa. Come le onde dopo essersi levate ricadono e vengono riassorbite dall'oceano, così gli esseri viventi, una volta maturi, divengono cibo per l'Infinito.

Candele rituali con ghee

La vita rassomiglia a un processo di cottura.

Nel cammino dell'esistenza l'ignoranza duale viene cotta sul fuoco della conoscenza discriminativa e quando l'ultima traccia di ego si è dissolta, la cottura è completa e l'individualità limitata diviene infinita. Siamo tutti a bollire nella medesima pentola. Lo yogi che medita sta semplicemente cercando di cuocere più velocemente.
Non a caso il termine che definisce meglio l'ascesi è tapas, il cui significato è "calore bruciante". La vita è un lungo e meticoloso processo di cottura scandito da tappe progressive di maturazione. La cremazione del corpo dopo la morte è la  metafora più evidente di quel processo: il cadavere viene offerto al fuoco affinché esso bruci ogni traccia residua di ignoranza. 

Il pensiero medico dell'Ayurveda sposa questa visione metaforica della vita
Nutrirsi è, nella forma e nell'essenza, un atto sacro che riproduce il modello complesso del rituale vedico [...]
Agni trasforma con la sua energia tutto ciò con cui viene in contatto: come le offerte versate sul fuoco sacrificale trasformano l'offerente rendendolo idoneo per la dimora celeste, così l'offerta al fuoco interno trasforma il consumatore del cibo purificando il suo corpo dalle impurità e conferendogli le qualità del buon colorito, serenità etc. menzionate da Charaka.

(BRANI SCELTI DAL LIBRO SOPRACITATO DI ERNESTO IANNACCONE)


 

AMBROSIA: L'ALTO VALORE NUTRIZIONALE DELLA VISIONE POETICA 


La visione metaforica della vita sposata dall'Ayurveda, e dallo Yoga, è visione intimamente poetica che ri-unifica l'aspetto visibile-grossolano con l'aspetto invisibile, spirituale che nutre e sostiene ogni cosa.
Mantenersi in salute vuol dire ri
sintonizzarsi con questa visione unitiva della vita, che si inchina alla meraviglia del mondo fenomenico quale espressione di un piano di intelligenza infallibile di cui avere spassionata fede, che si allinea alle leggi universali di armonia senza volerle sovvertire. 
Custodi del focolare che ci ospita, ci anima e ci riscalda, macrocosmo e microcosmo, intimamente connessi alle Forze cosmiche di guarigione con compassione ed umiltà.
Un corpo vivo e fluido è un corpo che emana calore. La rigidità e l'eccessiva freddezza si addicono più a un cadavere che a un essere vivente.


Non c'è migliore NUTRIMENTO che il ritorno alla Coscienza originaria poetica estatica che ci vuole portatori sani di "sale della vita", continuando con le metafore (non a caso) alimentari e poetiche in senso stretto:  "ho bisogno di poesia - cantano i famosi versi di Alda Merini - questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi".  Non sono forse le parole - che diciamo o ascoltiamo più frequentemente - nutrimento per la nostra interiorità?
Da qui l'alto valore nutrizionale della Poesia! ... Quel "passatempo divino dal potere illuminante" come scriveva Sri Aurobindo, il padre dello Yoga Integrale.

 Il ghee, l'alimento degli dei, l'ambrosia nettare divino, è un richiamo esteso, metaforico, inclusivo e poetico, al fuoco della consapevolezza, della coscienza, della presenza, della chiara visione, della nostra stessa essenza che è il Nutrimento supremo che non ci farà mai vivere nella sensazione di fame o di mancanza. Il fuoco della celebrazione della vita così come viene.

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MANTRA PER L'OFFERTA DEL CIBO PRIMA DI ASSUMERLO



Om Brahmarpanam Brahma havir

Brahmagnau Brahmana hutam

Brahmaiva tena gantavyam

Brahma-karma-samadhina


Brahma è l'offerta, Brahma è l'oblazione

Da Brahma l'oblazione viene versata nel fuoco sacrificale che è Brahma

Brahma è raggiunto da colui che vede sempre Brahma in azione

(B.G. IV, 24; traduzione di S.Shivananda)


Tutto è energia universale e solo chi è cosciente di ciò può realizzare l'Energia Universale. Questo mantra è normalmente recitato prima dell'assunzione del cibo, che viene così in primis offerto al Divino in noi (Brahma) che lo trasforma in ambrosia. 


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