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08 agosto 2023

Per chi ama il BLU | Echi di un colore che ci riporta all'Origine

I tibetani descrivono la nostra natura essenziale come un cielo, vasto, luminoso e chiaro. Quello che facciamo, attraverso la pratica, è risvegliare questa nostra natura originaria, spesso offuscata dalla vita quotidiana.

E’ il colore del cielo e delle infinite distese d’acqua che tanto ci fanno sognare e lo si collega spesso alla magia ed al surreale.  E’ il blu, uno dei tre colori primari, presente nel cielo perché le molecole di gas di cui è composta l’atmosfera rifrangono solo la luce blu che ha lunghezza d’onda minore (mentre le lunghezze d’onda maggiori vengono riflesse) e nell’acqua dei mari, dei laghi e dei fiumi perché le bande energetiche vengono assorbite in modo differente dall’acqua, facendo scomparire in ordine le radiazioni più deboli (in ordine il rosso, il giallo, il verde, il viola ed infine il blu).

YOGA E MARE: I BENEFICI DELLA "PRATICA OCEANICA" 

Non ci viene chiesto di astrarci dalla vita reale. Ci viene chiesto di vedere il blu, ossia quelle tracce della mente originaria che possono acquistare sempre più spazio ed entrare in una relazione più paritaria con il mondo in cui viviamo.

Quando siamo compulsivamente catturati dai nostri pensieri, dalle nostre giornate, possiamo invitarci a vedere il colore blu che è presente in molte cose. Non solo il cielo e il mare. La copertina di molti libri, tanti oggetti, tante sfumature di colore riportano echi del blu nelle sue tante tonalità. 

Possiamo riconoscere come il blu fa parte di tanti colori e ne costituisce la tessitura. Proprio come il cielo è sempre sopra di noi,  la nostra mente originaria è sempre presente, anche quando siamo offuscati da emozioni e pensieri.

Il nostro blu risplende, intatto, dentro di noi.


Prova a cercare le tracce del colore blu nell’ambiente in cui vivi. E lascia che ogni traccia ti parli della tua mente originaria, il cielo ampio e spazioso a cui appartieni

Possiamo uscire dalla prigione di una mente assorbita in sé stessa e trovare libertà nella spaziosità luminosa del cielo della mente.















28 ottobre 2022

Natarajasana | La posizione del Dio della Danza


Recita un detto zen:  "Quando la realizzazione è profonda, l'intero tuo essere danza". 

Amo evocare spesso lo Yoga come Poesia dell'Anima. La poesia è ritmo e armonia, danza e melodia. Yoga è inchino fluido nell'immersione del mistero che ci anima, visibile e invisibile.

"Sono radicata, ma fluttuo", scrive Virginia Woolf nel suo libro Le Onde.

"Io sono l'oceano, e ogni forma visibile è un'onda che danza in me: questa è la conoscenza" recita Sri Papajii nel suo poema Il Vuoto che Danza.

Natarajasana, Posizione del Dio della Danza, dedicata a Shiva nel suo aspetto di creatore dell'Universo, lo Shiva danzante (Nataraja). Un dio che crea il mondo con le vibrazioni della sua danza cosmica, l’estasi del movimento immobile, dell'espansione della Coscienza. Non c'è niente di più evocativo e rivelatore di una traccia fisica che si immerge nella splendente vacuità. Grazia in movimento, intesa di divina complicità. 

"La danza è davvero una risposta alla vita - scrive Murshid Samuel Lewis, mistico sufi -  Ci rende più vivi, cioè più spirituali.  Fa emergere la bellezza della forma e del movimento e avvolge la nostra personalità nel godimento di essi. Ci porta oltre noi stessi, portando un assaggio iniziale dello stato di non-essere, che è davvero un balsamo per l'anima.
La danza spirituale non ha altro scopo, nessun altro scopo che elevare l'umanità oltre il pensiero di sé, alla gioia, alla beatitudine, alla realizzazione e alla pace. 
Il danzatore sincero è uno dei migliori operatori per l'armonia universale, e quindi per la pace universale."

Nella postura del Signore della Danza Nata (danzatore) Raaja (Re, Signore) è l'equilibrio ad essere sollecitato, equilibrio più che da raggiungere, da riscoprire, fare emergere come una partitura primordiale scritta sul corpo. Un corpo spontaneamente proteso alla felicità che gli spetta, la Realizzazione del suo destino incarnato… 
A un passo dalla terra e dal cielo simultaneamente, protesi nel fermo suolo dell'impermanenza, inchino di sovrana fermezza, indecifrabile abbandono.

"Nella luce che accoglie dove non si patisce violenza alcuna perché lì, a quella luce, si è giunti senza forzare alcuna porta e persino senza aprirla, senza avere attraversato soglie di luce e ombra, senza sforzo e senza protezione" (Maria Zambrano, Chiari del bosco) 
 
L'India indù ha creato un'immagine splendida per descrivere il rapporto fra Dio e la creazione. Dio "danza" la creazione. Egli è il danzatore, e la creazione è la sua danza. La danza è diversa dal danzatore, eppure non esiste indipendentemente da lui. Non puoi portartela a casa in una scatola, se ti fa piacere. Nel momento in cui il danzatore si ferma, la danza cessa.
Nella nostra ricerca di Dio, pensiamo troppo, riflettiamo troppo, parliamo troppo. Anche quando guardiamo questa danza che chiamiamo creazione, pensiamo in continuazione, parliamo (a noi stessi e agli altri), riflettiamo, analizziamo, filosofeggiamo. Parole, rumore.
Stai in silenzio e contempla la danza. Limitati a guardare: una stella, un fiore, una foglia che appassisce, un uccello, una pietra... andrà bene qualunque parte della danza. Guarda. Ascolta. Annusa. Tocca. Assaggia. E, come è auspicabile, non passerà molto tempo prima che tu veda lui, il danzatore stesso!"
(Anthony De Mello, Il cielo a portata di mano. Quando il saggio indica la luna lo sciocco vede solo il dito)
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Altri spunti dal Blog: 









"Quando la realizzazione è profonda, l'intero tuo essere danza". (Detto zen)





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20 febbraio 2022

Il simbolo del pettirosso | Un focolare sempre acceso nel cuore



Se stai leggendo queste righe, in qualche modo ti stai parlando con la visione del pettirosso, volatile dal fulvo piumaggio simbolo dell'inverno più freddo dentro cui non perdere mai speranze di una nuova crescita.


Quando nelle fredde giornate invernali un pettirosso fa capolino tra foglie e spirali di venti astrali, un messaggio di forte auspicio può cogliere un paziente sguardo in viso.
Il petto rosso e dai colori caldi, in pur esili piumaggi, è un invito fedele a conservare - in così gelidi inverni inevitabili nel ciclo delle stagioni di vita naturali - accesa la fiamma del cuore, il divino anelito spirituale che scalda e mai incenerisce chi, di grazia, il focolare celeste mai abbandona.
Anche quando soffiano venti freddi che intirizziscono le membra, gelando il sangue con dolori, tristezze e strani presentimenti, quasi un interminabile letargo che lascia muti e intimiditi al cospetto di naufragi improvvisi della coscienza addormentata, anche quando il torpore spegne o rallenta le fiammate entusiastiche di aurore giovani e promettenti, anche quando si approssima il saluto a forme care che non si possono più trattenere 

… saltella a scatti il pettirosso, come un fiuto di passaggio, l'odore di un camino acceso, la voce del cuore impregnata di una fedele promessa di vita nuova. 

Brucia, brucia, brucia dal petto le ombre che sommergono questo passaggio, il minuto volatile dell'Opera in Rosso sussurra nel fortunato incontro per chi lo sa guardare, un'alchimia di anima e sangue che, solo passandoci attraverso, si può osare e persino - quando la voce si fa più chiara e il respiro terso - cantare. 



Cantare per chi sa intonare melodie non sempre comprese - il pettirosso difende il territorio con non poca ostentazione fiera e impettita, perché i tesori del cuore vanno custoditi.
Si narra che avere un pettirosso come totem richiami la necessità di esprimere il proprio canto, qualora si voglia una nuova crescita.  
Il canto del pettirosso inizia con un fischio aspirato e prosegue con un piacevole gorgheggio. Una profonda ispirazione battezza sempre l'inizio di qualsiasi cosa a fin di bene, a fin di qualsiasi compimento vitale, 
l'inspiro che precede lo svuotamento per lasciare andare lo smarrimento e seguire il ritmo del prossimo avvenire.

Prendere rifugio nel cuore più intimo del Sé. 

Mi sono fermata a lungo davanti a questo audace messaggero, un batuffolo di calore. 
Da una struggente tenerezza, e gratitudine per un conforto inatteso, hanno preso il sopravvento tali indicazioni poetiche.
A chiunque le legga, valga il verso che più gli sta a cuore. 
Date un motivo in più per esistere 
al vostro pettirosso interiore. 


… il freddo
Io penso al grande mistero che vive in te … " (Antonia Pozzi)


Porto Recanati 20 febbraio 2022



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A braccia aperte, come i cormorani 

Porto Recanati, 20 febbraio 2022




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20 marzo 2021

Sento il sapore del mondo e lo riferisco

Ti chiedo "Come stai, come ti senti?".  

Non rispondere automaticamente, non è il bene la risposta, e nemmeno il male.
Ci sono così tante sfumature e variabili nell'essere disposti a questo e a quell'altro mondo! 
"Come ti senti"? Ti chiedo. Prima di tutto, senti?
Hai sensazioni che ti animano da dentro e scuotono qualche remota parte del tuo tempio corporale? 
Offrimi un accenno di te che profuma di te, non di bene o di male.
Ti chiedo "Come stai?" perché è nello stare che ci si può ascoltare, dare valore a un momento vivo, a un invito caldo, un tentativo. Stare senza allerta di dovere per forza andare. 
Rilassati, ti chiedo "come ti senti" proprio perché sentire ci accorda a un battito universale. Il suono del cuore non è un posto dove andare, ma un presentimento di casa. 
Non tardare, affrettati lentamente nel tuo dimorare in ciò che di me ti domanda un sentimento. 
Come ti senti? Ti senti? Senti? 
È così bello custodire l'origine delle parole. 
Da una sola metafora può nascere l'amore.


"Ne risultò che, lodando la terra, si lodò il cielo e,  nel deserto del cielo, si imparò a conoscere la terra, perché la pietà più profonda è come una pioggia: ricade sempre sulla terra dalla quale si è levata, ed è una benedizione per i campi".  (Rainer Maria Rilke)

SENTO il sapore del mondo e lo riferisco, come nuova testimonianza lontana dal senso comune e dalla routine, spontanea come una seconda natura o seconda vista. Il sole mi ricorda il centro caldo dell'ora mondana, la maturazione dei frutti, l'abbronzatura dei contadini. Mentre nell'orma che non si imprime a piedi nudi sul mio grembo riposa l'ora eterna del nuovo giorno. Ed è una benedizione per i campi.



¡LO SIENTO!

In lingua spagnola lo stesso verbo che indica il sentire si usa per chiedere scusa: ¡Lo siento! Mi dispiace! 

L'invito a sentire non è forse un discolparsi per la poca attenzione che, solitamente presi dall'automatismo di esistere, riserviamo alla consapevolezza di vivere? O anche, il varco della compassione, il sentire con. ¡Lo siento!: sento con te il dispiacere.

Stare attenti inizia dallo stare.
Stare con quello che c'è. Sentirsi uno con quello che c'è. Uno con Tutto quello che c'è è anche il significato del termine Yoga: unione, unire, riunificare, re-ligere. La religione della vita quotidiana non è forse il rituale più prossimo a noi? Perché cercare altrove qualcosa che è già presente? 

Sentire è attenzione per il presente incarnato nel qui e ora. Non il preludio di un piano diabolico di separazione: l'etimologia di "diavolo" ci conduce proprio lì, alla matrice di ogni male e sofferenza: separazione. Διάβολος, diábolos, "dividere", "colui che divide".

L'astrazione mentale è la quintessenza del non sentire.

Uno dei doni poetici che ho accolto nella mia esperienza più intima è stato quello di non fuggire. Per questo non mi reputo scrittrice di fantasia. Non ho mai fantasticato, sono sempre rimasta con la vita incarnata ed è lì che ho trovato terreno fertile per trascendere, ovvero riaccordarmi al cuore universale delle cose

"Sei una poeta più istintiva o meditativa?" - mi è stato domandato in una recente intervista.

Ricettiva, ho risposto. Questo è tutto. Ogni vita è intimamente poetica, bisogna solo accorgersene!

 "Se Maman veniva per una mezz'ora e leggeva favole (per le vere, lunghe letture c'era Sieversen), non era per amore delle favole. Poichè ci trovavamo d'accordo nel non amare le favole. Ci facevamo un'altra idea del meraviglioso. Trovavamo che se tutto si svolgeva in modo naturale era più meraviglioso, sempre. Non davamo molta importanza al volare per l'aria, le fate ci deludevano e dalle metamorfosi ci aspettavamo soltanto un cambiamento molto superficiale." (Tratto da "I quaderni di Malte Laurids Brigge" Rainer Maria Rilke)

L'intuizione è compagna del sentire, perché si nutre di una relazione costante tra ciò che c'è ora e ciò che di questo ora si può farne mediante la percezione amplificata di uno stare ricettivo.

Per me è dono poetico il restare quando tutto attorno sembra urlare "scappa". Non tanto restare con chi o con cosa, ma come.  … "Come stai?" 
Restare fedele, confidente, con fede stanziale nel sentire interiore. Restare sentendo la voce poetica di unione che accoglie e riceve e poi eventualmente agisce, senza sforzo. Una voce che - simil preghiera - sussurra il varco, quel varco compassionevole: "Rendimi perfetta nell'amore


Porto Recanati, marzo 2021


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21 gennaio 2021

Voci poetiche | A braccia aperte, come i cormorani

Porto Recanati, Gennaio 2021


Non sapevo nulla di loro, così come di tante altre "cose". 

Quelle cose che si è chiamati a vivere prima ancora di conoscerne i dettagli, i nomi e le forme. 

I cormorani sono una presenza costante da quando sono venuta a vivere a Porto Recanati, sì ora li chiamo cormorani perché dopo mesi di osservazione e contemplazione, ho indagato per conoscere meglio quei miei vicini di casa neri neri con il lungo becco a uncino. Non è che le informazioni aggiunte da tale conoscenza nozionistica abbiano cambiato qualcosa alla nostra relazione magica, fatta di distanze e profondità silenziose, io dalla riva, loro nelle alture in mezzo al mare… Si è piuttosto aggiunta una tenerezza nuova nell'aver estrapolato da alcune loro singolari abitudini comportamentali, un senso di adattamento impeccabile. 

Aprono le ali compiendo micromovimenti prolungati per scrollarsi l'acqua di dosso, non essendo il loro piumaggio impermeabile. Non rimangono a lungo in quella posizione, ma la assumono spesso. In un certo senso preferiscono la frequenza alla durata… 

Ogni volta che li vedevo in quella posizione, mi si schiudevano visioni di croci celtiche e ringraziamenti mai vani, come qualcosa che si accoglie "a braccia aperte". Eleganti e sobri in quella postura di apertura sembrano sentinelle di presagi antichi e nuovi simultaneamente, portatori sani di pura presenza nella grazia dello stare in mezzo al mare, complici di brevi istantanee affidate a un vento chissà se bugiardo come le promesse da marinaio. 

Li chiamano anche corvi marini e con il corvo condividono la stessa sorte di essere considerati portatori di messaggi, ma non nefasti né oscuri, bensì colmi di fiducia e coraggio. Coraggio a fidarsi del vuoto, per l'esattezza - se di esattezza si può parlare quando si sfiorano i reami della immaginazione! Avevo appena effettuato un simile passaggio nella mia vita - lasciare una strada conosciuta ma ormai sterile, per inoltrarmi in un cammino colmo di mistero, seguendo una coerenza interna di cuore che ha scelto di andare e fare spazio, essere spazio, darsi alla luce, scoprire modi di esistenza più essenziali e incarnarli. 

C'è sempre da raccogliere nell'incontro tra sconosciuti…

Porto Recanati, Gennaio 2021


Questi cari pennuti ogni giorno mi hanno dato (e continuano a farlo) metaforicamente una pacca sulla spalla, un ghigno complice per non perdermi d'animo nel viaggio irreversibile di ritorno alla sorgente del mio vero intimo vivere. 

I cormorani che osservo dalla spiaggia, attendono ore sui loro piloni che affondano le radici nell'acqua e rivolti al cielo piumeggiano come ombre tremolanti di schizzi di luce. Sono pazienti i loro voli di supervisione, scompaiono nei giorni più tempestosi, riappaiono tra salsedine e foschia quando il richiamo di spumeggianti orizzonti sembrava averli inghiottiti per sempre.
Girovaghi eppure fedelissimi a una striscia di scogli che solcano in voli orizzontali a raso d'acqua ogni volta come fosse la prima volta, si muovono in solitaria difficilmente a stormi, bastanti a sé stessi come un giorno che non si ripete mai. 

A loro devo insegnamenti preziosi, come tutti quelli che si assorbono spontaneamente contemplando la natura il più a lungo possibile. Li traduco nel linguaggio a me più congeniale, quello poetico, e chissà che non vi giunga qualche fremito anche a voi se siete arrivati a leggere fino a questo punto. 


Ciò che è nero, non è oscuro.  È solo di un altro colore.

Non piove sempre sul bagnato. 

Essere impermeabili rende insensibili.

Scrollarsi di dosso ciò che è scomodo richiede più fatica se si protrae lo sforzo a lungo. 

Bastano piccoli movimenti dilatati nel tempo affinché qualcosa cambi. 

Gli ostacoli non sono ostacoli, sono inviti a cambiare posizione.

L'equilibrio non si ottiene stando fermi, piccoli movimenti impercettibili

garantiscono la quadra. 

Ma non cercarli tu, con ostinazione. 

Goditi il panorama, il resto avviene da sé.

Non si vola solo con le ali. Si vola se si è leali. 

Fedeli agli spazi, ai tempi, agli orizzonti, 

si torna sempre dove c'è più nutrimento.

Essere volatili non sempre vuol dire essere inconsistenti. 

La leggerezza è una piuma che si può scegliere di indossare.

Non tutto ciò che è visibile, nutre.

Non tutto ciò che è invisibile, non esiste.

Bisogna scomparire ogni tanto, e non darsi delle arie.

Darsi all'aria, piuttosto.

Non sempre si è da soli, ma soli.

E si splende, anche tremando. 


Porto Recanati, Gennaio 2021

Un altro incontro avvenuto tra le meravigliose rive della "mia" spiaggia, molto più fugace e rapido, è stato quello con il Martin Pescatore di cui ho raccontato in quest'altro post: 


Il tempismo perfetto della vita



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"Te lo devo confessare: 

se ho conosciuto la gioia sulla terra l'ho trovata, 

sempre e ovunque, in questo sguardo interno, 

negli istanti profondi, senza tempo, 

rapinosi e perciò indescrivibili 

di questo divino guardare" 


(Rainer Maria Rilke) 


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